Non basta parlare del rumore dei tacchetti e della gioia del gol. Essere un calciatore dilettante significa imparare a convivere con le più grandi sconfitte della vita e ripartire ogni giorno con il sorriso stampato sul volto. Un viso solcato dalle lacrime amare e pesanti del sognatore che ha visto svanire il sogno del grande stadio, della grande partita, del grande pubblico. Di grande resta solo la fatica che si prova alla fine dell’allenamento che segna la partenza della nuova settimana prima della sfida del fine settimana. Si ricomincia a correre, a spingere sull’acceleratore, magari alla fine di una lunga giornata tempestata dei problemi di noi comuni mortali. La scuola che soffoca, il lavoro che non gira, la ragazza che proprio oggi ha voglia di litigare.

Si getta il borsone al solito posto, svestendosi dei panni che fino all’inizio dell’allenamento ci definiscono come “persone normali”, e si mette in moto il motore della passione. Oggi si soffre tutti insieme, perché il calcio dei dilettanti è così: vero, genuino, maledettamente faticoso. E non provate a dire che per noi è uno stupido passatempo, perché non è davvero così.

Siamo i primi a prenderci poco sul serio con la tuta della nostra squadra mentre la domenica sera restiamo sdraiati sul divano a ripensare alla partita appena conclusa, immaginando come sarebbe andata se avessimo fatto quel gol. Ma siamo anche i primi ad affrontare le ripetute, i balzi, le flessioni e gli addominali. Sempre con la stessa rabbia dentro, sempre con la stessa voglia di interrogare il destino per capire se la prossima potrà essere la partita della vita. La vita del dilettante con il cuore da professionista.

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