Possono una regola di questo genere e un processo di digitalizzazione salvare un club? Così il Deportivo La Coruña è riuscito a salvarsi da una crisi finanziaria che lo ha portato vicino al fallimento.
Il 25% dei calciatori del Depor deve essere per legge proveniente dal settore giovanile. E per svilupparli, il club ha: ristrutturato tutto il centro sportivo per il settore giovanile; potenziato il Depor B, mettendo la squadra riserve al centro del passaggio in prima squadra; acquistato una squadra in Portogallo per sviluppare tutti quei calciatori che culturalmente non riescono ad ambientarsi in Spagna.
Il Deportivo La Coruña ha vinto LaLiga nel 2000, arrivando anche in semifinale di Champions. Negli ultimi 25 anni sono cambiate tante cose: una crisi finanziaria e una malagestione delle risorse hanno fatto vivere al Depor ben 4 anni in terza serie (per una delle squadre più storiche e titolare di Spagna dovrebbe essere impensabile) e adesso finalmente ha trovato una costanza sportiva e punta al ritorno ne LaLiga, grazie proprio al settore giovanile. Nel 2021 ha vinto la Division de Honor, l’equivalente dello Scudetto Primavera, e ora sta raccogliendo i frutti di questa generazione di talenti. Unito ovviamente a scelte oculate sul mercato.
Il merito è anche di un italiano, il direttore Massimo Adalberto Benassi, che a soli 32 è stato nominato AD in un momento storico dove mancavano presidente, allenatore e perfino parte del CdA. Mi ha raccontato il progetto del La Coruna: il Depor è primo per fatturato e per ricavi da matchday in Segunda División (tolte le neopromosse su cui influisce l’anno precedente in prima divisione) e sta sfruttando gli investimenti di ABANCA per ristrutturare una società che stava scomparendo. Il centro sportivo sarà rivisitato in 3 fasi: nella prima sono stati ristrutturati gli edifici attuali, poi saranno rifatti i campi (si arriverà a 8 nel 2027) e infine si andranno a creare nuovi edifici, rivedendo anche quelli di prima e seconda squadra maschile.
Occhio anche al Portogallo: qui la proprietà del Depor ha acquistato il Penafiel, società di serie b portoghese a 2 ore e mezzo di macchina da La Coruna. Una sinergia dove i calciatori che arrivano da Africa, Sudamerica e Brasile fanno uno step per integrarsi meglio per cultura e lingua rispetto al Paese d’origine. Una scelta intelligente per aiutare nell’adattamento.
Il Depor crede molto nel settore giovanile (nello statuto al momento del cambio di board hanno scritto che il 25% della rosa deve provenire dal vivaio) e anche nella digitalizzazione. Uno step che ha permesso di crescere come azienda: preso in una situazione disastrosa, il Depor con i nuovi proprietari ha individuato nuove aree di business (ha inserito 1000 posti vip allo stadio, aprendo aree che fruttano denaro ogni partita) e ha sviluppato un software interno per la gestione e lo sviluppo dei calciatori. Riunioni settimanali basate sullo studio dei big data, valutate anche in base al rendimento in allenamento.
Non c’è stato un acquisto fatto senza che tutte e 4 le macroaree concordassero: aspetto economico, quello legale, l’occhio dell’osservatore e l’aspetto tecnologico (cosa dicono i dati, sì, ma anche la valutazione del comportamento sui social). Insomma, il Depor ora lotta per la promozione ne LaLiga (grazie anche a due italiani in campo, Quagliata e Mulattieri) e dopo i fasti di inizio anni duemila, ha sofferto tra problemi economici e malagestione, e ora sta tornando.
