Il contadino

di Donyell Malen

«Papà, non voglio giocare vicino agli animali», ripete uno dei miei figli: «Che puzza qui!». Se solo sapessero… io lì ci sono cresciuto.

 

Ho quattro figli, di cui tre maschi, e li ho portati nel parco giochi dove passavo le giornate da bambino. Sono cresciuto tra le fattorie, in una zona sperduta nel nord dei Paesi Bassi. Dietro la recinzione c’erano le mucche e l’odore arrivava fino all’area giochi. I miei figli ripetevano continuamente di sentire troppo forte l’odore degli animali! Io invece ero cresciuto così, circondato dagli asini e dai cavalli, e quella scena mi ha fatto sorridere tantissimo.

 

Sono cresciuto in una zona rurale, quasi come in una fattoria appunto. Non vengo dalle grandi città o da posti pieni di gente. Vengo dal nord, dove tutto è molto tranquillo, ci sono poche persone e tantissimi campi. È un ambiente diverso da quello che molti immaginano quando pensano all’Olanda, ma io sono sempre stato orgoglioso delle mie origini.

 

 

Mio nonno e mia nonna vivevano a trenta secondi da casa mia. Passavo continuamente da una abitazione all’altra, giocavo fuori tutto il giorno e soprattutto a calcio con mio nonno. Quando ripenso alla mia infanzia, penso a qualcosa di davvero sereno. Sono ricordi che porto dentro con grande affetto.

 

Sono nato vicino a Westerland, poi ci siamo trasferiti a Breezand. Sono posti molto simili tra loro: tranquilli, immersi nella natura, lontani dal caos. Da piccolo andavo spesso a nuotare lì vicino e ogni giorno facevo lunghi viaggi fino ad Amsterdam per allenarmi. La mia vita era già fatta di sacrifici. Mia madre lavorava come tassista e faceva i turni di notte per potermi accompagnare durante il giorno tra scuola e allenamenti. Per tanti anni ha guidato avanti e indietro da Amsterdam. Quando ero più piccolo dormivo spesso da mia nonna proprio perché mia madre lavorava tantissimo. Ripensandoci oggi, capisco ancora di più quanto abbia fatto per me.

 

 

Quando arrivai all’Ajax, i miei compagni mi chiamavano “Boer Malen”, cioè “Contadino Malen”. Per loro era strano che qualcuno arrivasse da un posto così rurale. Ma, a dire il vero, all’inizio era più strano per me che per loro. Dopo poco tempo però mi sono sentito completamente integrato e tutti sono stati gentili con me. Ancora oggi, quando porto i miei figli nei luoghi dove giocavo da bambino, mi rendo conto della differenza. Ricordo anche una festa organizzata ai tempi dell’Ajax: di solito le feste si facevano ad Amsterdam perché era più semplice per tutti, ma una volta decidemmo di organizzarla a casa mia. Avevamo un grande giardino e sembrava una buona idea. Il problema è che quasi tutti si persero per strada, perché non erano abituati a posti del genere. Ancora oggi, quando faccio il saputello, i miei vecchi compagni tirano fuori quella storia.

 

Poi arrivò il grande cambiamento: Londra. Passare da un piccolo paese a una città enorme, entrare in un club gigantesco, confrontarmi con culture, mentalità e giocatori diversi non fu semplice. Però quella esperienza mi aiutò tantissimo, sia come calciatore che come uomo. Mi fece crescere. All’Arsenal ho avuto anche la fortuna di lavorare con Thierry Henry. Per circa un anno o un anno e mezzo mi è stato vicino e ci aiutava tantissimo, soprattutto sui movimenti da attaccante, su come segnare e finalizzare. Per me è stato speciale. Essere allenato da una leggenda come lui e ricevere i suoi consigli è qualcosa che non dimenticherò mai.

 

In Inghilterra stavo bene anche fuori dal campo. Vivevo l’esperienza di una grande città e mi piaceva molto. In quel periodo, nella mia casa in Olanda, avevo anche un’abitudine particolare: scrivevo frasi sul muro della mia camera. Le incidevo sulle travi del tetto fatte in legno. Frasi semplici come «Ce la devo fare» oppure «Continua così». Non le prendevo dai libri o da internet. Erano parole che nascevano dalle emozioni che provavo nei momenti difficili, quando ero deluso o avevo bisogno di credere ancora nel mio sogno. Quelle scritte sono ancora lì oggi.

 

 

Quando sono arrivato in Italia, a Roma, ho sentito subito qualcosa di speciale. Mi piacciono i tifosi, la città, il clima, il cibo. Mi piace stare in giro per la città e vivere l’atmosfera romana. I miei compagni scherzano spesso sul fatto che io sia sempre in centro. Ricordo benissimo il mio primo impatto con Roma. Quando arrivai, i tifosi erano fuori ad aspettarmi e a urlare il mio nome. Il modo in cui mi hanno accolto e fatto sentire subito parte della famiglia è qualcosa che ho apprezzato davvero tanto.

 

Qualcuno mi ha chiesto se, arrivando a inizio stagione, avrei potuto vincere la classifica marcatori della Serie A. Io penso di sì, penso che avrei avuto una buona possibilità. Però il calcio non funziona così. Io sono arrivato a gennaio e il mio obiettivo è sempre stato aiutare la squadra. Questo conta molto più dei premi individuali. I miei compagni qualche volta mi chiamano “D-9”, un po’ come “R9”. Ma succede solo quando gioco bene. Quando gioco male, mi chiamano in altri modi. Devo dire che tutti mi hanno aiutato fin dal primo giorno. Conoscevo già Devyne Rensch dalla Nazionale e questo mi ha aiutato, ma in generale tutti hanno cercato di creare un legame con me dentro e fuori dal campo. Alcuni non parlano bene inglese, ma non importa: certe connessioni vanno oltre le parole.

 

Se devo spiegare il mio grande inizio, non penso ci sia un segreto tattico particolare. Credo che il calcio sia fatto di momenti. Per anni ho lavorato duramente e mi sono allenato senza smettere mai. Quando è arrivata l’occasione, mi sono fatto trovare pronto. A volte nella vita le cose devono semplicemente andare nel verso giusto, altre volte devi conquistartele lavorando ancora di più.

 

 

Quando mi chiedono quale sia il mio calciatore italiano preferito, penso subito a Francesco Totti. Guardavo spesso la Serie A perché tanti olandesi hanno giocato qui, ma Totti era qualcosa di speciale. E quando mi chiedono se oggi ho ancora un modello, magari tra i grandi campioni del presente, rispondo scherzando:

solo Malen, il contadino.

Il contenuto è stato realizzato in collaborazione con adidas e fa parte di una serie sul calcio chiamata “Road to FIFA World Cup 26”.

Testo di Donyell Malen e Giacomo Brunetti; Project Management: Giuseppe Lopinto; Fotografie: Francesco Margiotta.