«Dopo Roma avevo pensato di smettere. Poi è arrivato l’Empoli, ci siamo divertiti moltissimo. Ed è rinata subito la curiosità». Aurelio Andreazzoli vive di campo. Aveva deciso di chiudere la parentesi nel 2017, ma alla fine ha vinto la passione, che anche oggi continua a muoverlo: «Faccio questo lavoro per il piacere di farlo e per dimostrare ancora a me stesso, ma non solo, di essere capace di mettere nella testa di altre 25 persone quello che ho in testa io. Lo faccio con divertimento», ha raccontato nell’intervista a Cronache.
È questa la filosofia che lo muove. Dopo anni a Udine, Roma, poi Empoli, Genoa e Ternana, ha le idee chiare su quello che gli piace. Dopo l’ultima esperienza a Empoli nel 2024, si è preso tempo per scegliere il suo futuro e staccare anche un po’ dal calcio: «Ho vissuto questo periodo con serenità e anche distacco. Visto in tv e da fuori, non sono entusiasta del nostro sport. Mi piace il campo, lo spogliatoio, il rapporto con i calciatori. Trasmettere il mio pensiero».

«VOLEVO SMETTERE, A EMPOLI HO RITROVATO STIMOLI»
Dopo una vita da collaboratore a Roma, si è legato per tanti anni a Empoli: 4 diverse esperienze tra 2017 e 2024: «Quando mi hanno chiamato ho pensato ‘Cosa vogliono questi? Lasciatemi stare’. Poi però il richiamo è stato interessante, la curiosità è rinata. Per fortuna è andata così: quegli anni mi hanno dato la possibilità di dimostrare a me stesso a che punto ero. Penso di aver capito molto».
In Toscana ha vissuto gioie e delusioni: «Lì ho potuto realizzarmi e mettere in campo quello che avevo in testa in prima persona». Il tempo, però, è stato poco: «Quando le cose sono andate bene, era tutto positivo, appena hanno preso una piega così così… Tant’è che, dopo la promozione in A nel 2018, sono stato esonerato dopo 6 o 7 partite. Poi sono tornato, ma siamo retrocessi comunque».
Era l’anno dell’ormai famosa Inter-Empoli, ultima giornata di Serie A nel 2019, che ha sancito la Champions per i nerazzurri e la retrocessione per i toscani. Di fronte c’era proprio Luciano Spalletti, una delle figure più importanti della carriera di Andreazzoli: «Evidentemente non era il nostro momento: doveva andare così. Gli episodi sono andati tutti male».
«Luciano è stato bravo, lo ha riconosciuto. Ma non solo lui: ricordo che quando siamo usciti dal campo lo stadio ha fatto un grande applauso alla squadra sconfitta. E lo stesso riscontro lo abbiamo avuto al ritorno a Empoli: alle 4 del mattino nel piazzale davanti allo stadio era pieno di gente che ha applaudito una squadra retrocessa. Non l’ho visto spesso nel calcio. Sono quelle situazioni che ti confortano, ti danno la certezza di aver fatto un buon lavoro».
«NEL CALCIO I PROGETTI DURANO 3 PARTITE»
A Empoli come detto è tornato più volte, ma non sempre con le condizioni ideali per dare vita a un progetto: «L’affetto porta anche a sbagliare. Per riconoscenza sono tornato nel 2023 per cercare di portare fuori la squadra da una situazione negativa, ma il tempo è stato limitato. Tant’è che poi ho pagato questa decisione sulla mia pelle: non tutti ricordano che alla 6ª giornata avevamo zero punti».

«Si parla di progettualità, ma alla fine i progetti durano 3-4 partite. In questo senso il calcio funziona al contrario», prosegue Andreazzoli. «Quando scegli un allenatore lo valuti nella sua interezza: per la persona, per le capacità lavorative, per quello che ha espresso nel tempo, per la sua storia. Questi sono i motivi per cui lo valuti. E chi lo valuta? I dirigenti, gli stessi che appena non vengono i risultati ti mandano via. Allora hanno fatto una cag*ta precedentemente a chiamarti. Poi chiamano il secondo allo stesso modo, e poco dopo cacciano anche quello».
«Funziona così, ma funziona a rovescio. Sono situazioni che non fanno bene perché quando esci da un certo giro… magari non alleni un anno, due anni. Poi a te rimane la voglia, ma di fatto le valutazioni vengono fatte in maniera diversa. Cambiano i parametri».
ANDREAZZOLI: «IL SEGRETO DI SPALLETTI? LA CURIOSITÀ»
Una parte importante della carriera di Andreazzoli si è svolta da collaboratore, prima a Udine, poi a Roma. In entrambi i casi al fianco di Luciano Spalletti: «Ci siamo ritrovati al corso a Coverciano, eravamo in camera insieme. Lì è nato il progetto di collaborare in futuro».
E così è stato: dal 2003 al 2005 i due sono stati insieme all’Udinese: «Giocavamo un 3-4-2-1 meraviglioso, un calcio stupendo, splendido. A Roma poi ebbe subito l’intuizione di passare a 4 difensori, contro il mio pensiero, perché a me sembrava una squadra adatta a replicare quanto fatto a Udine. Come al solito ebbe ragione lui».

A distanza di 20 anni, Spalletti è ancora uno degli allenatori più importanti in Italia: «Ha una particolarità: è curioso oggi come allora. È interessato a tutto e poi gli piace pensare alla porta avversaria più che a difendere la propria. Mi ci rivedo. Lui è ancora curioso e molto più capace di prima. Non avevo dubbi che alla Juventus avrebbe subito impresso il suo marchio sulla squadra».
LUIS ENRIQUE E GLI ANNI A ROMA
Dopo Spalletti c’è stata anche la parentesi – breve ma intensa – con Luis Enrique, oggi forse il miglior allenatore al mondo, all’epoca poco più che un esordiente: «È un uomo assolutamente retto: non c’è possibilità di muoverlo dalla sua idea. Ha lasciato sul tavolo un contratto importante perché diceva di non avere più energie da trasmettere. Ma la squadra e la società avrebbero voluto che rimanesse».
«Le pesanti critiche sono state uno dei motivi per cui si è preso un anno sabbatico», ci ha spiegato. «È stata un’annata nella quale è stato prosciugato. È stata dura, ma vincente, perché a fine anno aveva conquistato tutti. I calciatori sono i primi a rendersi conto con chi hanno a che fare, chi hanno davanti, il suo valore. Società e giocatori hanno provato a fargli cambiare idea, ma lui è un personaggio tutto d’un pezzo».

Poi i tanti campioni allenati: Totti («Non gli ho mai sentito rimproverare un compagno per un errore»), De Rossi («Come Spalletti, metteva la curiosità davanti a tutto») e non solo. C’è anche qualcuno che gli ha dedicato un… numero: la Aurelio, di Rodrigo Taddei. «Eppure io non ho fatto niente», ci tiene a ribadire Andreazzoli: «Lui faceva questa mossa per prenderti in giro in allenamento. Io ho solo suggerito di provare a farlo in area contro gli avversari, in partita. Un giorno l’ha fatto in Champions e gli è riuscito. E dopo la partita, in conferenza, me l’ha dedicato. Però io non ho fatto niente».
L’umiltà di chi non ha mai cercato riflettori: i protagonisti sono i giocatori. Aurelio Andreazzoli lo sa bene. E continuerà a modo suo, allenando con passione per il gusto di farlo.
