Keita racconta: «Razzismo e pigrizia, ma ho battuto l’Arsenal…»

by Matteo Albanese

«Esco dal tunnel. Sono all’Emirates. Guardo gli spalti. C’è la mia famiglia. Ci sono i miei figli. Noi vinciamo. È stata una notte speciale». Trattiene le lacrime a stento Aly Keita, il portiere dell’Östersunds FK, una squadra appena retrocessa dall’Allsvenskan, Serie A svedese. Ricorda tutto del 22 febbraio 2018. Arsenal battuto in casa, in Europa League: «Non puoi capirmi amico, c’erano cinquemila persone venute dalla Svezia per noi. Non è mica una cosa normale!», racconta a Cronache. «Abbiamo giocato senza paura, peccato non esser passati [la vittoria per 2-1 non è bastata, N.d.A] ma battere l’Arsenal è… wow! Solo dopo giorni ho capito la grandezza di quel che abbiamo fatto». È molto loquace Keita, la cui carriera è però segnata da due momenti drammatici. Nel 2016, in una partita a Jönköping, viene aggredito da un tifoso 17enne. Nel luglio 2020, l’arbitro Strömbergsson gli urla contro una frase razzista: «Torna in porta, cosicché possano lanciarti banane». Così lo sguardo di Keita si fa improvvisamente cupo: «Non farmene parlare, ti prego, ho sofferto tanto e ormai sono cose che fanno parte del passato».

 

Pigrizia, neve e una storica vittoria

La carriera di Keita comincia a Västerås, la sua città natale. Agli antipodi rispetto a dov’è ora. «Sin da quando sono piccolo, adoro segnare. Mi piace proprio. Però a un certo punto sono diventato pigro, così ho pensato che fosse meglio per me stare tra i pali» racconta a Cronache, sorridendo. Il calcio non è inizialmente un mestiere. Così a 23 anni Keita tentenna. Gioca al Syrianska ma trova anche un lavoro. Conciliare le due cose è difficilissimo: «Andavo a lavoro la mattina presto, poi avevo il permesso di assentarmi per gli allenamenti ma, finiti questi, tornavo alle mie attività. È stato durissimo, ma non ho mai mollato». Il destino gli ha riservato un grosso premio. Nel 2014 lo chiama l’Östersund, che allora è in seconda serie svedese ma tre anni dopo vincerà la Coppa nazionale: «Immagina di giocare una finale in casa. Stadio pieno, c’era persino la neve. È stato un giorno magico, il primo trofeo per molti di noi». Con quel trionfo Keita si qualifica all’Europa League e ne uscirà solo ai sedicesimi dopo aver battuto l’Arsenal all’Emirates. All’andata in Svezia era finita 3-0 per i londinesi, alla Jämtkraft Arena. E prima della partita, il club aveva chiesto ai propri tifosi una mano per rimuovere la neve dagli spalti…

Guerra, call center e il rigore di un curdo

«Nessuno di noi a Östersund era una star. Eppure l’allenatore, Graham Potter, ha visto in noi qualità che voleva nella sua squadra. Il merito è suo e del suo staff: Billy, Kyle e Bjorn. Provenivamo tutti da campionati inferiori, c’era chi sedeva in panchina altrove», racconta Keita a Cronache. Tre storie su tutti. Ken Sema, all’Udinese nel 2019/20, nato in Svezia da genitori fuggiti in fretta e furia dalla guerra in Congo: meccanico lui, colf lei, per garantire una vita migliore ai figli. L’attaccante Saman Ghoddos, oggi al Brentford in Premier League, che lavorava come centralinista in un call center. Il centrocampista Brwa Nouri, dal passato travagliato a causa della droga: è di origine curda e ha segnato un rigore fondamentale con cui l’Östersund ha eliminato il Galatasaray dai playoff d’Europa League 2017/18. «Immaginati un curdo che segna un calcio di rigore decisivo in uno stadio pieno di turchi – prosegue Keita – non si sentiva nulla, urlavano come dei pazzi, segnare quel gol per lui è stato stupendo. Che atmosfera, quella partita resterà per sempre nel mio cuore».

 

Keita: «Il mio sogno che si realizza»

Il punto è che a Östersund i calciatori non si allenavano soltanto. Hanno dipinto quadri, assistito a lezioni di storia locale, cantato davanti a migliaia di persone, scritto libri e perfino ballato il Lago dei Cigni di Tchaikovsky. Attività assurde: «Ma fanno parte di un piano, il club voleva che crescessimo come persone prima ancora che calciatori. Siamo usciti dalla nostra comfort zone e i risultati in campo sono una conseguenza. Da persone migliori a calciatori migliori», racconta Keita a Cronache. «Daniel Kindberg [ex tenente di fanteria dell’esercito svedese ed ex presidente dell’Östersunds FK, N.d.A] s’è messo in testa che noi avremmo giocato in Europa. La gente gli dava del pazzo, ma ha avuto ragione». Tutti sono saliti sul suo carro: «La gente di Östersund è simpatica, raramente gli svedesi sono così. Passa a trovarci, se non ci sei mai stato». L’intervista, che si era aperta parlando di sogni, si conclude parlando di sogni: «Dopo l’Europa League, mi ha chiamato il c.t. della Guinea. Mio padre è guineano e per me giocare la Coppa d’Africa, che prima di allora avevo solo visto in televisione, è stato un sogno che si realizza». L’ennesimo.