Gazzi: «Il Bari di Conte, al Toro con Immobile. Ho fatto tutto, anche lo scrittore»

by Matteo Albanese

«Col rosso non si passa», cantano i tifosi del Bari al San Nicola. Il rosso è Alessandro Gazzi, 39 anni, ex centrocampista tra le altre di Bari, Siena, Torino e Palermo. S’è ritirato il 15 luglio 2021, dopo quattro anni con l’Alessandria e la storica promozione in Serie B dei Grigi. E ora? «Ora sono impegnato col corso per diventare allenatore, ma sto concludendo l’università. Devo fare la tesi. Mi piacerebbe fare tantissime cose, ma non ho tempo. Anche scrivere, mi piace tantissimo e mi stimola scrivere ogni cosa. Però preferisco fare una cosa fatta bene che cento fatte male», spiega a Cronache. Calcio e letteratura, binomio naturale per chi come lui ha studiato al Dams: «Io il Dams l’avevo cominciato a 19 anni, quando ho concluso l’Istituto Tecnico Informatico. Ho dato una decina d’esami. Mi piaceva, ero e sono appassionato di cinema e musica. Non mi sono mai laureato». Però ha scritto un libro: «Quando mi hanno proposto la pubblicazione, il mio obiettivo era semplicemente di divertirmi scrivendo. E poi sono un dilettante. Mi accontentavo di un’opera leggibile e carina…». S’intitola Un lavoro da mediano. Ansia, sudore e Serie A. A recuperar palloni…

 

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Ma non è tutto. Da una decina di giorni, Alessandro Gazzi è tornato al Torino, come allenatore in seconda dell’Under17.

Gazzi e l’esordio: «Pensavo di smettere»

Alessandro Carlo Gazzi nasce in provincia di Belluno nel 1983. Nel 2000, a 17 anni, debutta in Serie B col Treviso. Poi però pensa di lasciare il calcio: «Ne parlo nel mio libro. Era una situazione momentanea, ma m’è venuta l’idea di smettere. Sono momenti che possono capitare a chiunque. A ripensarci sorrido, ma in quel momento sentivo di non voler più fare sacrifici. Da ragazzino cresco, supero selezioni, abbandono il mio “nido” familiare. Da Montebelluno vado a Treviso, qui esordisco tra i professionisti in Serie B. Poi alla Lazio, faccio due anni e raccolgo meno di quanto credevo di valere», racconta Gazzi a Cronache. E quindi? «Torno a Treviso, faccio la preparazione, sono fuori dagli schemi di allenatore e dirigenza. Mi sentivo fuori da tutto, pensavo di mollare. Nel giro di qualche giorno, grazie ai miei genitori e alla mia fidanzata di allora, che ora è ma moglie, sono ripartito dalla Viterbese, in Serie C1». Nel 2004 la Viterbese fallisce e in estate Gazzi si trasferisce a parametro zero al Bari. Non può saperlo, ma la sua carriera sboccerà in Puglia.

 

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Bari: «Oltre ogni aspettativa»

Coi Galletti, Alessandro Gazzi gioca sette anni – intervallati da un prestito alla Reggina nel 2007 – per un totale di 239 presenze. Dal cileno von Schwedler a Bellavista, Santoruvo e Lanzafame, poi Ranocchia e Masiello, De Vezze e Guberti, Rivas e Barreto, Caputo e Kutuzov. Da Carboni a Maran, quindi Antonio Conte che prende il Bari a dicembre 2007, lo salva e lo porta in Serie A nel 2008, dopo 8 anni. L’anno del 4-2-4: «Prima era un po’ difficile, gli ultimi due anni con Conte sono stati stupendi. Al primo, siamo andati ogni oltre aspettativa – ammette – l’obiettivo era la salvezza, abbiamo fatto 50 punti, decimi in A. Bel gioco, calcio offensivo, azioni iniziate da dietro, non si vedeva nelle squadre che volevano salvarsi. C’erano squadre più strutturate, tipo l’Inter del Triplete, la Juventus anche se arrivò settima, o il Milan. Erano gli ultimi tempi del Milan d’oro, di Ibrahimovic, Nesta, dei campioni della Coppa del Mondo». E la magia dell’Astronave: «È una questione di passione, nel Sud Italia. Per dirti, a Bari ci stava il San Nicola, 60mila spettatori. Al di là della contestazione al vecchio presidente Matarrese (venivano 6mila persone), quando le cose andavano bene 15-20mila spettatori li facevi tranquillo. Contro le big riempivi lo stadio, 55-60mila spettatori in una città di 300mila abitanti…».

Siena e Torino: «Un piacere»

Nell’estate 2011, il Bari di Bortolo Mutti retrocede dopo due anni di Serie A. Alessandro Gazzi ci resta, al Siena. Il mister è Sannino, in campo Brkić, Vitiello e Del Grosso, Vergassola e D’Agostino, Giorgi e Brienza, Mattia Destro e Calaiò, Larrondo e Bogdani: «Siena è una città prestigiosa. Se non sbaglio fa 60mila abitanti, in Toscana è magari in secondo piano rispetto a Firenze. Fare la Serie A col Siena vuol dire investimenti enormi del presidente (allora Mezzaroma, nda), si vive una realtà propria, anche se ci sono tradizioni come il Palio. Erano gli anni migliori pure per il basket. La Mens Sana dava spettacolo, ha vinto non so quanti campionati consecutivi», continua Gazzi. Un anno in Toscana, poi Piemonte. Il 12 luglio 2012, Gazzi va al Torino per 2,5 milioni. Inizia un nuovo capitolo. Quattro anni di Serie A, 104 presenze tutte con Gian Piero Ventura, che già conosceva dai tempi di Bari: «Quell’anno il Torino veniva dalla promozione in Serie A (dopo 3 anni, nda), dovevamo cercare di salvarci. Ventura proponeva il 4-2-4, c’era un ottimo gruppo. Avevamo Rolando Bianchi, il capitano, il giocatore più rappresentativo. Poi Cerci, che dopo un inizio incerto ha fatto quel che ha fatto, pure l’anno dopo con Immobile. C’erano giocatori di alto livello, a partire da Gillet, il portiere. Poi Ogbonna e Glik, giovani come D’Ambrosio e Darmian. Poi Brighi e Vives, quindi Birsa, Santana, Brighi e Vives. Era un piacere vederli giocare…».

 

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Palermo: «Tanti interrogativi»

Ad agosto 2016, Alessandro Gazzi si trasferisce al Palermo per 700mila euro. Sarà la sua ultima stagione di Serie A in carriera. Non idilliaca: 25 presenze sotto cinque tecnici (Iachini, Ballardini, Viviani, Bosi, Tedesco, ancora Iachini, Novellino e ancora Ballardini, senza dimenticare Guillermo Barros Schelotto). La cessione del club da Zamparini all’ex Iena Paul Baccaglini: «Quella stagione si è aperta con diversi interrogativi. L’obiettivo era salvarsi, ma non sarebbe stata una salvezza semplice. Di questo ero consapevole, infatti poi siamo retrocessi. Io ho sfruttato l’opportunità di giocare ancora in Serie A – racconta Gazzi a Cronache – poi c’era una grande varietà di culture diverse, c’erano giocatori che provenivano da Macedonia, Serbia, Montenegro, Polonia, Serbia, Svezia. C’era un amalgama particolare di culture diverse che ho cercato di conoscere».

 

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Gazzi, videocassette, Holly e Benji

Ma Gazzi è anche Hitchcock, videocassette e il numero 14, una vecchia Daewoo e un poster di Zidane in camera: «In adolescenza mi piaceva, chiaramente non mi sono mai ispirato a lui per una questione di ruolo». Videocassette: «Per i Mondiali del 1994, a maggio, se non sbaglio, facevano vedere su Canale 5 delle partite del passato. Mio padre mi aveva detto che Italia-Germania 4-3 era stata una partita leggendaria, l’ho registrata. Non tutta, in realtà. Dall’ultimo quarto d’ora del secondo tempo in poi. Me la sono vista parecchie volte. Per certi versi ricordo qualche commento di Nando Martellini, ho dei flash. Avevo 11 anni, ero ultra-appassionato di calcio. Tifavo Milan, prima di Sacchi, poi di Capello». Cruijff: «La maglia numero 14 iniziai a indossarla a Bari. In Serie B si poteva avere il numero personalizzato, in Serie C ancora c’erano i numeri dall’1 all’11. Col 14, giocavo le partite coi ragazzi più grandi di me, ero il più piccolo. Cruijff lo vedevo in videocassetta: lui, Maradona e Beckenbauer. Ma il 14 è il numero civico di casa dei miei nonni, dove passavo i pomeriggi. In Holly e Benji è il numero di Julian Ross».

 

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«Zero rimpianti, ho dato tutto»

Alessandro Gazzi ha una carriera quasi equamente distribuita. In totale, 509 presenze al ritmo di rock e musica ambient, i suoi generi preferiti: 124 partite in C, 164 in Serie B e 221 in Serie A, con quattro gol. Se li ricorda? «Allora, uno l’ho fatto a Bari, contro il Catania, 1-1 di testa su calcio d’angolo. Poi un altro l’ho fatto a Siena, al 90’ contro l’Atalanta. Sì che me li ricordo. Vabbé, ne ho fatti talmente pochi…»  sorride. Ma ne mancano due all’appello: «Uno col Torino di testa sempre contro l’Atalanta, su calcio d’angolo a Bergamo, e l’altro contro il Chievo, in casa, tiro da fuori deviato». E soddisfazioni. Tipo il 19 marzo 2015: «Giochiamo contro lo Zenit ed è il picco assoluto della mia carriera. Era un ottavo di finale di Europa League! Per i fuoriclasse, un ottavo di finale dell’Europa League magari è una partitella. Per giocatori che hanno sempre giocato tra Serie C, Serie B e Serie A, è il picco assoluto. Ricordo che ho stretto i denti, avevo un problema a un ginocchio ma ero in totale trance agonistica», racconta a Cronache. Rimpianti? Zero: «La cosa di cui sono estremamente contento è l’aver giocato vent’anni a calcio. Nel momento in cui ho smesso, mi sentivo talmente scarico di motivazioni. Quindi avevo dato tutto quel che potevo dare. Avevo raschiato il barile. Mentalmente mi sento in pace con me stesso, non ho rimpianti».