a cura di Giacomo Brunetti

La storia di Antonio De Lucia, talento del Milan che ha mollato a 18 anni: «È stato un incubo»

Era una promessa del settore giovanile, poi un giorno la sua schiena ha detto basta. Ma vuole comunque la Serie A.

«Ho sempre avuto un sogno: arrivare in Serie A. Se non potrò farlo da calciatore, lo farò in un altro modo». Antonio De Lucia ha 18 anni e ha chiuso così la nostra chiamata. Ci ha risposto in pausa pranzo, tra la lezione mattutina all’Università di Palermo e quella pomeridiana.

 

Se lo avessimo chiamato un anno fa, ci avrebbe risposto da Milanello, con la maglia rossonera e i guanti da portiere.

 

Per capire meglio la sua storia, gli abbiamo chiesto di partire dall’inizio: «Ho giocato per 3 stagioni al Milan, nelle giovanili. Mi hanno preso nel 2019, sono arrivato fino all’under-17 e facevo parte della Primavera da sottoetà». Se cercate su internet il suo nome, non c’è molto. Solo un articolo che si chiede se «il nuovo Donnarumma viene da Maddaloni?», ovvero il paese nel casertano di cui è originario.

 

«Un giorno, durante un allenamento, la mia schiena si è bloccata», è il primo atto del baratro. Poche ore prima, i dirigenti rossoneri gli avevano rinnovato la fiducia riempiendolo di frasi che facevano ben sperare per il futuro. Poi, tac, fermo. Fatica a muoversi. «Sono caduto a terra, e ho detto al mister che dovevo per forza rientrare in palazzina dai fisioterapisti. Ci sono rimasto per 7 mesi», perché il dolore non accenna a placarsi e quando esce, Antonio non è più lo stesso. Non riesce più a parare come prima.

 

«Sono passato in qualche settimana, da essere un portiere di valore a un ragazzo ‘non da Milan’». De Lucia si è sentito abbandonato, e quando è rientrato a pochi mesi dalla scadenza del contratto, non gli è stato rinnovato ed è rimasto svincolato. «In rossonero ho toccato il cielo con un dito. Sono partito da fuorirosa e mi sono conquistato il posto da titolare. Vivevo in convitto e a Milanello, ho fatto la bella vita con i miei compagni e sono felice di vederli adesso in Serie A, perché ci sono sempre stati per me, da Bartesaghi a Zeroli», ma nonostante questo, l’infortunio è stato più forte di tutto.

 

 

«Ero lontano dalla mia famiglia, scendevo in campo e nonostante provassi a sovvertire le gerarchie, non ero più lo stesso. Sentivo un dolore atroce e non riuscivo a parare più come prima», e qui inizia il periodo peggiore: «Non tanto quello dell’infortunio, ma quello immediatamente dopo, dove mi sono sentito solo e abbandonato. Non riuscivo a dormire fino a quando non mi si chiudevano gli occhi dalla stanchezza, alle 3 di notte. Ho pensato di tutto: e quando dico di tutto, intendo le cose peggiori. Ho girato diversi specialisti in giro per l’Italia, mi hanno spiegato che il mio disco intervertebrale è collassato e tocca il nervo sciatico, procurandomi un problema che scende verso la gamba. Se si toccano in quel punto, mi blocco con la schiena». La sentenza è tosta: «Se continui a giocare, rischi di smettere di camminare».

 

Ma Antonio non ci sta. Vuole arrivare in Serie A, è il suo unico sogno. Il suo contratto con il Milan scade e rimane senza squadra, ma con molte offerte sul tavolo: «Da varie Primavera. Scelgo di fare due provini con Udinese e Sampdoria, ma mi rendo conto di non essere più lo stesso. Avevo visto il mio reale valore, le mie vere capacità, e ora ero uno schifo». C’è anche una proposta dalla Serie D, da parte del Roma City. E c’è anche un contratto pronto con il Palermo, dove la sua famiglia abita.

 

«Quando mi hanno detto che avrei rischiato di non camminare più, non ho parlato per due giorni», e mentre ce lo dice ripercorre con lo sguardo tutto questo delirio di vita, vissuto a soli 17 anni. Antonio è del 2005, e nonostante le tante offerte, fa una scelta: «Per rispetto a me stesso e ai miei genitori, ho smesso».

 

 

Non resisteva più fuori casa. Troppa era stata la sofferenza. «Mi sono reso conto che non potevo più tornare quello di un tempo», così in controtendenza sceglie di mollare tutto e prendere due decisioni: si iscrive al corso per arbitri e inizia a dirigere gare dei regionali, ed entra nella facoltà di Scienze Motorie. Con un obiettivo: «Ve l’ho detto, io in Serie A ci arriverò comunque. Mi hanno tolto al calcio, ma non possono togliere il calcio da me. Da arbitro, in uno staff, da preparatore o da allenatore, io arriverò tra i grandi». 

 

Gli chiediamo come ha fatto ad assimilare tutto questo. La risposta è netta: «Non l’ho assimilata. Ho passato momenti brutti, a Milano c’è stato un mese tremendo. Ho deciso di sfogarmi perché ogni giorno, le persone mi ripetono ‘Perché hai mollato? So che eri bravo’, ma non ho mai detto la verità. Mi mostro menefreghista ma dentro, mi si crea un buco nel petto. Guardare una partita mi fa male, mi faccio forza nonostante tutto perché la mia più grande passione e non la abbandonerò mai».

 

È testardo e non mollerebbe il pallone per niente al mondo. A Palermo partecipa ad alcuni tornei amatoriali, «anche se i dottori me lo hanno sconsigliato, ma posso farci poco. Il giorno dopo mi ritrovo bloccato, a letto. Però non ne posso fare a meno».

 

La nostra chiacchierata si chiude con il cuore in mano: «Devo confessarti che mentre crescevo, avevo due obiettivi: giocare in A e finire su Cronache. Almeno uno, oggi, so di averlo realizzato». Ci han concesso solo una vita e, soddisfatti o no, è questa. Antonio ha 18 anni e tutta la strada da percorrere. Ha solo cambiato corsia.