Da Ronaldo al Basilea: così è sbocciato Arthur Cabral

by Matteo Albanese

«Di solito, non rispondo mai». Contro ogni previsione, invece, alle 9 del mattino in punto lo scorso 1° ottobre, Arthur Mendonça Cabral ha risposto al cellulare: «Era un numero sconosciuto». La voce, invece, conosciutissima: dall’altro capo della cornetta c’era Juninho Paulista, collaboratore del c.t. brasiliano Tite. Così il 23enne attaccante del Basilea ha ricevuto la prima convocazione in Nazionale. Pensava fosse uno scherzo telefonico. Eppure, la sua stagione finora è da incorniciare: 23 gol in 22 partite in Svizzera, dove lo chiamano Re Artù. In più è diventato padre e ora è arrivata pure la Seleção. Non credeva ai suoi occhi. Entrato nello spogliatoio, ha indicato Neymar, Ederson e Militão dicendo: «Ehi, prima d’ora io vi ho visto solo ai videogiochi». Già si specula sulla prossima destinazione: Milan, Leeds, Benfica, Porto, Fiorentina. Lo scorso febbraio, poi, il Genoa lo aveva chiesto invano in prestito. Il Basilea evidentemente non s’è pentito di averlo lasciato andare.

 

Padre e figlio

Senza l’infortunio alla coscia patito da Matheus Cunha, Tite non avrebbe mai convocato Arthur Cabral. Che non ha esordito – tre panchine il 7, 10 e 14 ottobre, rispettivamente contro Venezuela, Colombia e Uruguay – ma ha aggiornato la lista dei brasiliani della Super League chiamati in Nazionale: l’ultimo prima di lui era stato Dida, al Lugano nel 1999. Arthur aveva un anno e suo padre Hélio, ex calciatore di poco successo negli anni ’80, lo avrebbe iscritto pochi anni dopo a futsal. A questo punto, Arthur è passato al calcio, mentre Hélio è diventato preparatore atletico. Il primo ha ricevuto tante porte in faccia: Fluminense, Vitória, Bahia e Palmeiras. A 16 anni ha iniziato a giocare nel Ceará e solo perché il proprietario – un imprenditore locale – conosceva suo padre. Oggi Arthur Cabral ha ricambiato il favore e convinto il Basilea a offrire a suo padre uno stage di dieci giorni: «Un’esperienza magnifica».

 

Arthur Cabral, depressione e gol

Non è tutt’oro quel che luccica. Dopo quattro anni al Ceará, su Arthur Cabral è piombato il Palmeiras (che lo aveva rifiutato in passato). Era il 2019 e dopo una mezza stagione deludente – 5 presenze, 1 gol e i primi sintomi di depressione: «Ero davvero triste» – Arthur ha accettato la corte del Basilea. Subito un prestito, poi nel giugno 2020 la conferma al St. Jakob-Park per 4,4 milioni di euro. La sua crescita è tangibile: 18 gol in 39 gare al primo anno, 20 in 35 la stagione scorsa e, come detto, 23 in 22 partite finora. Nella terza città svizzera per popolazione già lo adorano: per tutti è diventato Roi Arthur, Re Artù. Eppure, la fama non lo ha cambiato: suo padre Hélio ora lavora da assistente allenatore della Campinense, Série D brasiliana, di cui Arthur Cabral è tifoso sfegatato: «Non riesco a guardare tutte le loro partite per via del fuso orario, è vero, ma quando d’estate torno lì in vacanza mi alleno con loro».

 

Tra Ronaldo e Sebastiano Esposito

«Aqui nasceu o Fenómeno», si legge sulla parete bianca dello stadio del São Cristóvão, quartiere a nord di Rio de Janeiro che vide sbocciare Ronaldo. Qui giocò Hélio Cabral e qui suo figlio Arthur è cresciuto contemplando il Fenomeno. Oggi è la stella di un Basilea che – contando tutte le competizioni – ha perso una sola partita delle 21 giocate. Precisazione: era il 26 agosto e la sconfitta è arrivata ai rigori contro gli svedesi dell’Hammarby, nelle qualificazioni alla Conference League. Per il resto, la squadra dell’interista Sebastiano Esposito e dell’ex palermitano Kasami è prima in Super League, campionato che dal 2010 al 2017 ha vinto ininterrottamente prima di lasciare spazio allo Young Boys. Dati alla mano, Cabral ha partecipato al 30% dei gol della sua squadra. Ad agosto è diventato padre di Hélio Liam (che evidentemente prende il nome dal nonno) e ha segnato un poker nel 5-1 al Servette. Il difensore che lo marcava quel giorno, Vincent Sasso, aveva detto: «Arthur è un attaccante moderno, molto forte, bravo nel gioco aereo, però è abbastanza emotivo e deve lavorare su questo aspetto». C’è da credergli? In fondo, in quel 5-1, proprio Sasso è stato espulso prima della fine del primo tempo…