Australia al Mondiale tra Leeds, un italiano e il portiere barman

by Matteo Albanese
Australia mondiale

«Wake up Australia, we’re going to the FIFA World Cup». Riavvolgiamo il nastro: mancano due soli posti per il Mondiale (l’altro se l’è preso la Costa Rica, battendo la Nuova Zelanda). Australia e Perù giocano il playoff lunedì 13 giugno a Doha, ore 21 locali, ore 4 del mattino a Sydney: in molti apprenderanno appena svegli la qualificazione a Qatar 2022, grazie al successo ai rigori dopo una partita senza reti. Ecco perché il fonogramma. Anno 2022, ricorre il centenario dalla Nazionale australiana, i Socceroos si qualificano al quinto Mondiale di fila. Il primo di questi nel 2006: anche allora agli spareggi, anche allora ai rigori, fanno fuori l’Uruguay di Montero, Recoba e Forlán. Quindi Australia ai gironi e out agli ottavi – 1-0, quel rigore di Totti al 95’ – con l’Italia di Lippi, poi finita sul tetto del mondo a Berlino. Ma dicevamo, l’Australia: prima del 2006, gioca un solo Mondiale, nel 1974 in Germania Ovest. Dal 2006, ne gioca 5 di fila. And counting.

 

Australia, Kewell e déjà vu

Harry Kewell e Mark Viduka, il leggendario duo del Leeds. Schwarzer e Neill, Emerton e Aloisi, Wilkshire e Bresciano, Kennedy e Archie Thompson. Collezione di figurine. Dopo di loro ci sono Brett Holman e l’”italiano” Vincenzo Grella, Adam Taggart e Thomas Oar, Massimo Luongo – eroe in finale di Coppa d’Asia 2015 – e Tomi Jurić. Nomi a parte, dicevamo dell’Australia ai Mondiali. Sfortunata nel 2010, in Sudafrica, esce ai gironi causa differenza reti, a pari punti col Ghana (3) e dietro la Germania. Non va meglio nel 2014, out al “girone della morte” di Olanda e Cile assieme alla Spagna (ma con un gol da cineteca di Tim Cahill). Quindi in Russia, 4 anni fa: due gol – due rigori di Mike Jedinak – e un punto contro Francia, Danimarca e Perù. Ironia della sorte. In Qatar, l’Australia sarà nel gruppo D. Indovina con chi: la Francia campionessa del mondo in carica, la Danimarca e la Tunisia. Niente Perù, solo perché i Socceroos l’hanno già affrontato. Déjà vu.

«DNA australiano» e il Perù  

Come abbiamo detto parlando di Tim Cahill, di recente l’Australia era in crisi. In Qatar ci arriva col brivido: terza nel girone di qualificazione con Arabia Saudita e Giappone, va al playoff con gli Emirati Arabi Uniti. Qui il c.t. Arnold fa appello al “DNA australiano” e vince 2-1, gol di Jackson Irvine e Ajdin Hrustic, campione d’Europa League con l’Eintracht Francoforte. Così l’Australia sfida la quinta sudamericana, il Perù. I Socceroos soffrono, la Blanquirroja di Ricardo Gareca e Gianluca Lapadula va vicinissima al gol – palo di Edison Flores al 109’, di testa – ed ecco i rigori. Prima però l’Australia cambia il portiere. Parte male: il peruviano Pedro Gallese para il rigore di Boyle. Sbaglia Luis Advíncula: su Instagram si scuserà «con tutto il Perù per il dolore causato. Non basterà tutta la vita per chiedere scusa, non ho la forza per rialzarmi». Per l’Australia segnano tutti: Mooy, Goodwin, Hrustic, Maclaren – gioca a Melbourne, come Francesco Margiotta – e Awer Mabil. Poi il (nuovo) portiere para il rigore a Valera, entrato al 116’, pure lui apposta per i rigori.

 

Redmayne, il portiere ex barman

Il portiere australiano che entra al 120’ si chiama Andrew Redmayne. Il suo ingresso in campo è studiato da settimane, ma neppure Matt Ryan – portiere titolare e capitano dei Socceroos – ne è al corrente. Sussurra al compagno «amico, è il tuo momento». Redmayne entra in campo. Ha 33 anni, è alla sua terza presenza in Nazionale. Gioca al Sydney FC. Balla sulla linea di porta come il sudafricano Bruce Grobbelaar, si butta sulla sua destra e para il rigore di Valera. Poi resta quasi fermo, pietrificato, ad attendere i compagni con un sorriso fisso, al settimo cielo. Effetto simpatia, con quella barba così folta. Non è sempre stata così folta. Nel 2018 infatti, Redmayne frequenta un corso per diventare barman. Aveva 27 anni, un suo amico gli ha offerto un ruolo al bancone del suo locale: «Sono stufo del calcio». Redmayne alla fine cambia idea. Come anni prima, quando voleva laurearsi e lavorare come insegnante in una scuola elementare: «Era fattibile, fare il barista di giorno e studiare per l’Università di notte», ha raccontato al Guardian. Poteva finire all’Arsenal, che però gli preferì l’oggi juventino Szczesny. «Non è merito mio – dice oggi alle telecamere – non sono un eroe.  È merito di tutti». Ci ricorderemo a lungo del suo sorriso.