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Federico Baschirotto

Sono stato fino ad adesso chiuso nell’armadio a piangere. Mia mamma mi ha appena detto che il Chievo non mi ha confermato. Non sono all’altezza, non hanno bisogno di me. Mi ha chiesto se me la fossi presa, davanti a lei ho fatto il duro per non farla preoccupare. Sono salito in camera, mi sono chiuso dentro e ho aperto le ante dell’armadio: ho cominciato a piangere a dirotto. Avevo lasciato Nogara per andare lì, non è bastato. 

Sono tornato a Nogara e ho fatto la Promozione a 16 anni. Mi hanno chiamato e mi hanno buttato dentro. Quando sono tornato dall’anno al Chievo, dove mi hanno sempre schierato difensore, ho detto «ragazzi voglio fare gol, mettetemi a centrocampo». Nei primi mesi l’allenatore della Prima Squadra mi chiamava dagli Juniores, ma io non volevo andarci perché mi avrebbe messo in difesa. Alla fine mi ha convinto: purtroppo a fine anno siamo retrocessi in Prima Categoria perdendo i play-out. Eppure l’anno era iniziato bene: gol al Legnago in amichevole, tutti che mi prendevano a schiaffi urlando di portare i pasticcini. 

Altra giornata da animatore oggi a Nogara. Ci sono un sacco di bambini irrequieti: i genitori li lasciano ai centri estivi per l’estate e noi più grandi li controlliamo. Che poi, in fondo, basta lanciare in mezzo un pallone e il problema è risolto. Ce n’è uno, in particolare, che corre come un forsennato e scarta tutti: si chiama Destiny, Destiny Udogie.

Negli ultimi anni ne sono successe un po’: vi ricordate del Legnago a cui avevo fatto gol in amichevole? L’anno dopo sono andato da loro e ho giocato 30 partite in Serie D. Avevo 17 anni. E a metà stagione volevo mollare tutto: giocavo con regolarità, ma tra i dilettanti ho trovato molto nonnismo. Era sempre colpa del giovane: magari facevo un buon passaggio e il mio compagno sbagliava lo stop… iniziava a dirmi che ero scarso, che avevo fatto un passaggio sbagliato. Mi aveva anche convocato la Nazionale Dilettanti: ho vinto il torneo da capitano. E al ritorno, il mio allenatore mi diceva che mi ero montato la testa. Eppure ero sempre il primo nelle ripetute: «Ma cosa avevo fatto di male?».

 

Dopo quella grande annata, mi ha preso la Cremonese nelle giovanili. Ho fatto qualche panchina in Serie C, ho segnato al Torneo di Viareggio e poi sono andato via in prestito: Seregno, Forlì e Cuneo. La prima è stata una bella esperienza, ho firmato il pre-contratto con la Cremo e siamo arrivati secondi in campionato con io che facevo il terzino sinistro. Poi a Forlì, dopo aver firmato per due anni con la Cremonese, ma non ho giocato. A Cuneo, infine, è andata comunque tra alti e bassi. Alla fine mi sono ritrovato svincolato. 

 

E quindi? 

 

Il mio procuratore mi ha detto: «Baschi, siamo arrivati a un crocevia». Lui pensava di perdermi, perché non riusciva a trovarmi una squadra in Serie C. Nonostante quei 3 anni tra i pro, non mi voleva nessuno. Mi spiegò: «Fai un passo indietro, voglio fare i tuoi interessi e non i miei. Torna in D e dimostra il centrale che sei, facciamo un passo indietro per poi saltare avanti di due scalini». Dovevo tornare a sentirmi forte, avevo 22 anni e accettai di tornare in Serie D, firmando con la Vigor Carpaneto. Le premesse non furono rosee: «Ma chi abbiamo preso?! Questo non è buono manco per la Promozione!».

Ora che questa stagione è finita, posso dire che è stata la scelta giusta.

 

Ancora una volta non mi vuole nessuno in C. Ma com’è possibile? Alla Vigor è andata benissimo. Ho delle offerte dalla D, soprattutto quella del Crema: tanti soldi, vitto e alloggio. Vabbè, aspetto, non ci sono problemi. C’è solo un interessamento della Viterbese tra i professionisti: un mese di prova, al minimo salariale. Io ai miei genitori l’ho detto: dei soldi non me ne frega niente. Io voglio arrivare in alto, voglio diventare un calciatore. In famiglia hanno paura che io possa sprecare una stagione. Per me non esiste alternativa. Fin da quando andavo alle elementari rispondevo alle maestre che volevo diventare un calciatore. A ogni costo.

Mi emoziona vedere mio padre che nonostante tutta le ossa rotte, continua a lottare nei campi. Siamo una famiglia di agricoltori e contadini, cresciuti nella natura. Ha il gomito che neanche riesce più a raddrizzarlo a forza di spalare. Ho preso dai miei genitori lo spirito di sacrificio. Io e mio padre abbiamo deciso di iscriverci insieme all’università per apprendere nuove nozioni a livello di gestione dell’azienda e di agricoltura. Ma ancora vado ad aiutarlo, quando me lo chiede non posso dirgli di no se penso a tutti gli sforzi che ha fatto per me. Durante il periodo Covid, alle 5 mi alzavo per andare a scaricare i maiali e passavo tutto il giorno nei campi a raccogliere i pomodori, a sistemare le canalette per l’irrigazione… quando mio padre e i miei fratelli andavano a pranzo, mi chiedevano di andare con loro ma gli rispondevo che no, io dovevo allenarmi. Mi portavo un boccone dietro, mi allenavo e poi tornavo a lavorare insieme a loro. Tutto per raggiungere i miei sogni.

SONO IN SERIE A! Ho appena firmato con il Lecce. Quante cose sono successe dalla Viterbese… alla fine il mister mi ha voluto con sé, ho firmato rifiutando la Serie D. La prima stagione è andata da urlo! Poi sono rimasto un altro anno, il mio procuratore mi ha detto che nonostante tutto non c’erano offerte. E poi… mi sono convinto a rimanere, ma a novembre mi hanno spostato a fare il terzino: ero furioso, non volevo farlo! Cavolo, mi ero affermato come centrale! Tutta quella fatica per niente? Invece è stata la svolta: gol, assist e l’Ascoli mi ha voluto in Serie B. Un anno super e abbiamo raggiunto i play-off per la promozione in Serie A. Purtroppo abbiamo perso. Il Lecce, che invece è stato promosso, mi ha comprato. Dai play-out per non finire in Prima Categoria alla Serie A <3.

Oggi ho esordito in Serie A, contro l’Inter. Dopo il pranzo in ritiro, prima della partita, Falcone è venuto da me: «Allora, come stai? Sei teso?». Ero rilassatissimo, anzi non vedevo l’ora di iniziare: «No, sto facendo il conto alla rovescia affinché inizi. Non ho paura, è una cosa bellissima e voglio vivermela al massimo». Ho visto la sua faccia ammirata, ma è così. Ho sempre avuto un pizzico di follia che mi fa credere che qualunque cosa è raggiungibile. Per me era come andare sull’altalena al parco giochi. Non vedevo l’ora di duellare con Lukaku e Lautaro. Avevo sputato sangue per essere lì e se mi fossi nascosto, avrei in un attimo perso tutto. Non vedevo l’ora di vivermela al massimo, ho combattuto per essere lì e bloccarsi vanificherebbe e basta. Non sono diverso da chi viene a guardarmi allo stadio: l’unica distanza è la fatica di andare a sudare per il proprio lavoro e arrivare ad alti livelli. Ma tra me e il tifoso l’unica differenza è quella, non è come tra uno come Dybala e un tifoso: Dybala ha una classe innata, una dote naturale.

Sono diventato l’idolo di tutti. Ho i messaggi intasati: chi mi chiede la scheda che faccio in palestra, chi mi manda i meme, chi mi scrive «Baschi sei mio padre», «Ti voglio bene, mandami un videosaluto». Sono diventato un simbolo per la gente che dalla polvere vuole diventare qualcuno. E non soltanto i miei tifosi: in ogni stadio mi urlano «Baschirotto sei un grande!». Mi rendo conto che sto facendo davvero qualcosa di importante. Quando faccio il riscaldamento, è pieno di spettatori avversari che mi incitano.

In tanti ragazzi mi scrivono per avere la scheda della mia palestra. Ma non è tanto questione di metodo: ho fatto calisthenics, pilates (lo faccio ancora), sala attrezzi… guardo un video su Instagram per migliorare che so, lo scatto o il salto, e mi metto a replicarlo. La verità è che sono sempre stato uno che cercava di mettere quel millimetro in più ogni volta per potersi dire di aver fatto il massimo. Mettere oggi un tassello importante per domani. Non è quanto, ma ogni giorno devi fare qualcosa in più di ieri. Mi sono sempre detto che se volevo arrivare in alto, avrei dovuto avere fisico e mente al top perché non dispongo di chissà quali doti tecniche. Non sono un fenomeno con i piedi, ma ho consapevolezza dei miei mezzi. Per quel che dipende da me, mi sono sempre detto di dover fare tutto il possibile per non avere rimpianti: che fossi arrivato in C o in A. Saper di aver dato tutto, di aver resistito a qualunque batosta mentale. Ogni scalino, sempre di più.

Appena è finita la partita, sono corso ad abbracciare Lorenzo Colombo. È fatta! Siamo salvi e il prossimo anno giocheremo ancora in Serie A! Mi sono lasciato andare alle emozioni e mi sono messo a piangere. Alla prima stagione le ho fatte tutte da titolare, a dicembre ci davano tutti per spacciati… e invece eccoci qui. Abbiamo fatto qualcosa di incredibile: ho guardato indietro, agli anni bui, dimostrando al mondo che anche partendo dal basso ce la puoi fare. Abbiamo dato speranza a un popolo. Dedicandosi al sacrificio e al lavoro si possono raggiungere obiettivi inimmaginabili. A metà stagione abbiamo avuto un periodo difficile, con incomprensioni con i nostri tifosi: è stato giusto così, se non ci fossero stati diverbi avrebbe significato che nessuna delle due parti ci teneva. Spero di aver trainato il gruppo: la scorsa estate, sentivo delle mancanze. Dopo ogni allenamento mi fermavo a fare tecnica. Pian piano anche i miei compagni mi chiedevano se potessero restare con me. Alla fine, siamo in 10 che ogni volta ci mettiamo lì per migliorare.

Dopo la salvezza con il Lecce, giocando a Monza ci siamo fermati a Milano per festeggiare. Ieri a pranzo avevo fissato con il mio procuratore. Mentre uscivo da un negozio, verso ora di pranzo, sento vibrare il telefono. Guardo ed era un numero che non avevo in rubrica. Mi stavano chiamando in tanti per congratularsi per la permanenza in A, poteva essere pure la Tim… mentre fisso lo schermo, la chiamata finisce. Penso: «Vabbè, se è qualcosa di importante mi richiameranno». Dopo due minuti, sempre lo stesso numero che mi chiama. Rispondo: «Pronto Baschi, sono il mister». Vuoto totale: la voce di Baroni la so riconoscere, la sento ogni giorno! Poteva essere qualche vecchio allenatore che voleva complimentarsi. Gli chiedo: «Mister chi?’. Risponde: «Sono mister Mancini’.  Che figura: «Oddio mister… salve… scusi». Mi dice: «Voglio farti i complimenti per la salvezza che avete conquistato e dirti che ti ho convocato per il pre-raduno della Nations League. Vorrei sapere se sei disponibile per venire». Io? Disponibile? Ditemi dove e quando, vado anche a piedi!