Bernard Tapie, le Roi: vita di un gigante dello sport francese

by Nicolò Delvecchio

Attore, politico, sportivo. Imprenditore, carcerato, cantante. Amato, odiato. Gigantesco. Bernard Tapie è stato questo, e tanto altro. Un monumento vivente che la Francia ha ammirato, invidiato, sbeffeggiato e temuto per anni, prima che un cancro allo stomaco e all’esofago lo portasse via il 3 ottobre 2021, a 78 anni. «Poteva spostare le montagne e raggiungere la Luna», ha detto nel suo messaggio il presidente Emmanuel Macron. O, se non poteva raggiungerla, quantomeno poteva arrivarci molto vicino. Come quella volta in cui provò a portare Diego Maradona a Marsiglia, squadra di cui è stato presidente dal 1986 al 1994: l’argentino disse sì, con un istrione come lui si era trovato subito, poi arrivò Ferlaino a strappare il ricco assegno del francese. Era il 1989, e Tapie si preparava a preparare la squadra francese più forte della storia.

Sì, perché per quanto probabilmente non ci sia mai stata in Ligue 1 una formazione forte come quella del Psg di quest’anno, l’unica transalpina a poter mostrare la Champions in bacheca è al momento il suo Marsiglia. L’anno d’oro è il 1993: nella finale di Monaco di Baviera, l’OM di Raymond Goethals sconfisse il fortissimo Milan di Capello per 1-0, sollevando quel trofeo che due anni prima era sfuggito contro la Stella Rossa nella finale di Bari. Il Milan, un avversario non casuale: proprio nel 1991, prima di arrivare all’atto finale della Coppa dei Campioni, a Marsiglia era finita letteralmente nel buio l’epopea dei rossoneri di Sacchi. Quarti di finale, dopo l’1-1 di San Siro i francesi hanno, in casa, due risultati su tre: all’87’ sono avanti 1-0, quando l’arbitro sembra fischiare la fine. Sono tutti convinti che sia finita, ma al momento di ristabilire l’ordine si spegne un riflettore dello stadio. Succede di tutto, tra accuse reciproche di voler condizionare la gara e tensione alle stelle. Quando 20 minuti dopo il riflettore si riaccende e l’arbitro richiama le squadre in campo, il Milan si rifiuta di entrare. Risultato: 3-0 a tavolino e squalifica per un anno dalle competizioni Uefa.

Un avversario non casuale, il Milan, perché Bernard Tapie aveva Silvio Berlusconi tra i suoi punti di riferimento. I due acquistarono le rispettive squadre nello stesso anno, entrambi volevano i giocatori più forti. Entrambi imprenditori televisivi, carismatici, particolarmente sensibili al fascino femminile, grandi intenditori di calcio. Tapie era «a metà tra un personaggio di Balzac e una versione francese di Berlusconi», ha scritto ieri Repubblica.

Ma quelli calcistici (a cui vanno sommati quattro scudetti e una Coppa di Francia) non furono gli unici successi sportivi nella carriera di Tapie, che nel ciclismo vinse nello stesso anno, il 1985, Tour de France e Giro d’Italia con Bernard Hinault. Nessuno al mondo ha mai vinto le due corse a tappe più importanti e il trofeo calcistico più prestigioso. E nello sport, per un po’ ha anche provato ad avere una carriera: pilota di Formula 3, lasciò le macchine dopo un incidente che lo lasciò in coma per tre giorni. Meglio dedicarsi agli affari, e alla sua clamorosa ascesa nel mondo della finanza: per uno nato da un operaio e una badante, rimboccarsi le maniche non è mai stato complicato.

Come su un ottovolante

Bernard Tapie ha avuto una vita straordinaria fatta di vette altissime cadute rovinose: la Coppa dei Campioni vinta con il Marsiglia precedette di qualche mese lo scandalo Piedi puliti, come fu chiamato in Francia (sulla scia delle Mani pulite di casa nostra). Tapie fu condannato per aver pagato alcuni giocatori del Valenciennes per perdere una partita contro il Marsiglia. L’obiettivo, in quel caso, era far risparmiare energie ai suoi giocatori proprio in vista della finale europea contro il Milan. Fu condannato a due anni di carcere, con otto mesi in isolamento, e Marsiglia fu retrocesso. E ancora: diciotto mesi per frode fiscale nel 1997, altri tre anni per falsificazione e appropriamento indebito dei beni dell’OM. «Il carcere non ha cambiato niente della mia vita», disse poi in un’intervista.

Ma Tapie era anche un creativo, grande amante del bello: portò a Marsiglia talenti come Deschamps e Papin (Pallone d’Oro 1991), Desailly e Barthez, Abedi Pele (al quale regalava un Rolex a partita per motivarlo) e il “Principe” Francescoli. Dalla spiccata vena artistica, è stato un cantante di scarsissimo successo e un attore molto popolare, un multimiliardario sempre in sintonia con i poveri e un ex povero che si è fatto accettare dalle elite. Socialista, ministro con François Mitterand, non ha mai nascosto il suo disprezzo per l’estrema destra del Front National: con Jean-Marie Le Pen, leader del Fn, ebbe un durissimo scontro televisivo. Poco dopo, invitato a un comizio del partito, invitò i suoi elettori a «vomitarsi addosso», dopo aver provocatoriamente detto di voler affondare un barcone pieno di donne, uomini e bambini immigrati – e riscuotendo degli scroscianti applausi dalla folla. «Non mi ero sbagliato su di voi», disse prima di abbandonare il palco disgustato.

La sua camera ardente è stata aperta al Velodrome, e non potrebbe essere altrimenti: «Al mio funerale ci saranno molte più persone che piangeranno rispetto a quelle che saranno felici. Alcuni giornalisti batteranno le mani, altre persone piangeranno dicendo: cazzo, che ha combinato quest’uomo. Ha creato 10.000 posti di lavoro per giovani disoccupati. E poi ha parlato alle persone che hanno il cancro, per cercare di tirarle su di morale. Questo è ciò che mi interessa. Non di un giornalista de L’Équipe che mi parla del caso Valenciennes di cui non me ne frega un cazzo», disse nella sua ultima intervista al quotidiano francese nel 2019. Santé, Bernard.