Fedele

al quartiere

di Daniel Boloca

Mi chiamo Daniel Boloca e tre anni fa giocavo in Serie D. Oggi sono in Serie A e ho appena segnato il mio primo gol.

 

Se quando ero bambino mi avessero preso da parte per dirmi che un giorno avrei potuto scrivere la frase precedente, mi avrebbero trovato seduto con le gambe sotto al tavolo in legno della cucina di Federico Gatti, con la madre che ci preparava la merenda e noi che giocavamo dopo l’allenamento. A fine settembre ci siamo ritrovati in Serie A, e ho vinto io. Sembra incredibile, ma la nostra è una storia che parte da lontano, dai Pulcini del Torino. Poi io sono andato alla Juventus e lui ha iniziato il suo percorso. Ci siamo persino affrontati in Serie D, in un Verbania-Fossano. E poi ci siamo ritrovati a Frosinone.

 

Perché sono qui a raccontarvi la mia storia? Ve lo spiego con le parole di mister Dionisi, dopo la partita contro l’Inter: «Noi veniamo dal basso e non possiamo permetterci di mollare».

 

Chi altro avrei potuto abbracciare, se non lui, dopo il mio primo gol in Serie A.

 

 

Ma sto correndo troppo.

 

Un altro titolo per questa lettera sarebbe potuto essere: «Porte in faccia». Ne ho prese tante, ma non le definirei troppe. Mi sono curato i lividi senza lamentarmi. Ero consapevole che in quel momento, quelle porte non potevano aprirsi.

Tutti i rifiuti mi hanno sbattuto davanti la realtà dei fatti. Non ero pronto per fare il calciatore. Nelle giovanili della Juventus, quelli della Primavera scherzavano: «Tu non sei del 1998, sei del 2006!». Effettivamente, ero davvero esile. Guardate la foto qui sotto!

 

 

Quel giorno c’erano diversi infortunati in Prima Squadra e chiamarono alcuni ragazzi degli Allievi per fare delle partitine 3 vs 3. Ero contro Morata e Barzagli. A un certo punto mi inventai un gol nella porticina con un colpo suola-tacco clamoroso. Álvaro rimase impressionato, mi prese da parte e iniziò a riempirmi di domande, mi chiese quanti anni avessi perché neanche lui credeva che fossi così grande! Mentre tornavo a casa, mi accorsi che aveva iniziato a seguirmi su Instagram. I miei compagni mi scrivevano: «Hai visto? Pazzesco! Morata ha iniziato a seguirti! Ma cosa è successo?!».

 

Ho dei ricordi bellissimi. In un’altra partitella mi beccai un tunnel devastante da Giovinco. Lui si girò e scherzando mi disse: «Oh, chiudile le gambe». Quando sono tornato allo Stadium, è stato speciale. Un po’ perché mi hanno selezionato tantissime volte per fare il raccattapalle, ma anche perché io ero presente il giorno dell’inaugurazione. Non sugli spalti, in campo! La società mi aveva scelto come uno dei 39 bambini che sarebbero entrati con altrettanti palloncini per ricordare le vittime dell’Heysel. Facemmo giorni di prove, furono meticolosi nel preparare tutta la cerimonia. Me la porto ancora dentro e mi sembra incredibile adesso di averci giocato in Serie A.

 

Ma ero un passo indietro a tutti.

 

Fisicamente, tecnicamente. Oltre alla statura. Si notava eccome. Uno deve saper reggere e credere sempre nei propri sogni, ma anche essere realista. Il giorno in cui, dopo 6 anni, mi hanno comunicato che non mi avrebbero confermato, non l’ho presa male. Me l’aspettavo, ne ero consapevole. Già nell’ultima stagione mi avevano spedito in prestito al Chieri, nella squadra della mia città.

 

Ed è stato bello, perché sono molto legato al mio quartiere. Si chiama «Maddalene». Lì ci sono tutti i miei amici. C’è un campetto. Prima era rosso, da basket. Con le crepe nel cemento e la parte centrale dove il colore era più consumato. Le porte erano i triangoli in ferro che sorreggevano i canestri. Fino a 3 anni fa, potevi trovarmi lì. A skillare con i miei amici e palleggiare fino a quando il pallone non toccava terra. Ogni estate, i ragazzi organizzano un torneo. A volte ci ho incontrato anche Gatti. Da poco, il Comune ha sistemato il campo facendolo in cemento blu. Ho visto che come all’epoca, viene diviso: una porta per il calcio, un canestro per il basket. Sono andato dal Sindaco e gli ho proposto di rifarlo, in sintetico, e di ristrutturare la pista di bocce abbandonata per fare un campo da basket. Almeno ognuno potrà avere il suo spazio.

 

 

Questa estate sono tornato per la prima volta da calciatore in Serie A, dopo la promozione. Mi avevano invitato ad assistere a uno dei tornei estivi. Così mi sono detto: «Perché non faccio finalmente qualcosa per il mio quartiere e ne creo uno anche io?». A inizio luglio ho radunato 8 squadre, e ho deciso di mettere tutto a spese mie. Si è giocato nel campetto in cemento su cui sono cresciuto. Ho messo in palio magliette, premi, cibo, giornate in piscina. Al miglior portiere ho regalato una maglietta di Turati: solo che mi dispiaceva chiederla a Stefano, così sono andato direttamente allo store e me la sono comprata. Lui non sa niente ahahah!

 

 

Ne farò un altro, la prossima estate. Voglio che a «Maddalene» i bambini abbiano le stesse opportunità che ho avuto io. Che vedendo me, partito da quel campetto e arrivato in Serie A, possano avere un’ispirazione e non mollare mai. Credere che possono farcela.

 

In Serie D ne ho visti tanti di giocatori forti. Anche più forti di me, fuori categoria. Ma serve la mentalità per fare il salto. Il calcio dev’essere una priorità, non un hobby. Dev’esserci soltanto il campo.

 

Quando sono tornato alla Juventus, dopo il prestito al Chieri, mi hanno detto che era finita. Ero spaesato. Se adesso prendete la mia pagina Wikipedia, leggerete un nome a questa tappa del percorso: Tatran Prešov.

 

 

Come diavolo ci era finito un ragazzino di 18 anni nella Primavera di una squadra slovacca?!

 

Questa è una bella storia. Il mio procuratore dell’epoca iniziò a chiamare e trovarmi dei provini. Scelsi di andare in Repubblica Ceca, allo Slovan Liberec. Mi inserirono nella loro Under-21 in prova. Feci anche l’esordio con loro, perché nel regolamento puoi fare 2 partite giovanili anche senza contratto. Anche qui, mi ripeterono: «Non ti prendiamo, fisicamente non sei pronto». Non li aveva convinti la mia forza. Mi avevano fatto molti test, e se proprio avessero dovuto prendere uno straniero, lo avrebbero voluto già pronto.

 

Un’altra occasione si presentò appunto in Slovacchia. Non conoscevo la lingua, parlavo poco anche l’inglese. La società quindi mi affiancò un insegnante. Vivevo con altri 15 ragazzi in convitto: era una casa gigante con varie stanze. Ognuno aveva età diverse, provenienze diverse. Camminavamo per un chilometro ogni pranzo e ogni cena, per raggiungere il ristorante convenzionato. Piano piano iniziai a integrarmi parlando l’inglese. Addirittura, negli ultimi 5 minuti della stagione feci pure l’esordio in Prima Squadra, il mio esordio tra i professionisti: prendemmo 4 gol dal Trenčín.

 

Qualche giorno fa, ho acceso l’iPad per guardare Frosinone-Verona. A un certo punto, penso: «Ma io quello lo conosco…». Era Tomáš Suslov, mio compagno in convitto! Non sapevo che fosse arrivato in Serie A, l’ho scoperto durante la partita! Il convitto in Slovacchia continua a regalare gioie.

 

Quella, però, non era la mia strada. Se avessi continuato in Slovacchia, sarei uscito dai radar. Dovevo tornare in Italia.

 

Faccio un provino con la Romanese, in Lombardia. Dopo una settimana, mi prendono. Ma anche qui ero arrivato tardi, a settembre. Ogni volta, mi mancava sempre la preparazione perché trovavo squadra all’ultimo. Già il mio fisico non era all’altezza, figuriamoci senza aver fatto il ritiro. E poi dalla Slovacchia non arrivava il tesseramento, nonostante avessi firmato un contratto amatoriale. Il via libera ci fu soltanto a febbraio: esordii segnando.

 

 

L’anno dopo, ancora in cerca di squadra. Il tempo correva: avevo 20 anni e andai alla Pro Sesto. Non andavo neanche in panchina! Forse ne ho fatta una, massimo due. In allenamento, durante la settimana, venivo utilizzato come terzino. Ma quella era una squadra forte: c’era Filippo Guccione che, a proposito di talenti della Serie D, non ho mai capito come non sia mai stato scelto per il grande salto. Dopo l’esperienza alla Pro Sesto, mi sono fatto delle domande. Tra cui: «Daniel, forse è il caso di smettere e dedicarsi ad altro?». Ero un “under” in categoria, quindi c’erano anche incentivi per farmi giocare. E invece niente. Stavo fuori.

 

Ragionavo se darmi o no un’altra chance.

 

«Dai, l’ultimo anno. Se va male anche questo, cerchi altro».

 

L’opportunità me la sono data in Abruzzo, a Francavilla. Dopo tre giorni in prova, decidono di tesserarmi. Tranquilli: neanche qui ho giocato tantissimo. Ma a volte ero titolare, altre subentravo. Insomma: avevo capito che io in quella categoria potevo starci. Io la Serie D potevo farla.

 

La svolta della mia carriera è arrivata però… grazie a un calcetto. Nel 2019 mi avevano chiamato per una partitella ed era presente anche Riccardo Romani, capitano del Fossano. Appena mi vide, chiamò il suo allenatore Fabrizio Viassi: «Mister, c’è uno che devi assolutamente vedere. Dobbiamo prenderlo».

 

Come Berardi, anche Mimmo è stato scoperto in un calcetto!

 

Da quel preciso istante, è andato finalmente (quasi) tutto in discesa.

 

Faccio una grande prima parte di stagione (tra cui il gol contro Gatti in quel Verbania-Fossano!) e a febbraio arriva la chiamata dalla Serie B. Il Fossano mi concede il 108, ovvero lo svincolo a fine campionato per firmare un pre-contratto con lo Spezia. Sembra tutto, bello. Ma… arriva il covid. La Serie D viene fermata e la mia stagione termina in quel preciso istante.

 

Il mio procuratore chiama il direttore dello Spezia, Angelozzi, e gli chiede se intanto posso allenarmi con loro, per entrare meglio nei meccanismi e conoscere la realtà, dato che a Fossano non avrei potuto più farlo a causa dello stop.

 

 

Dopo una settimana, chiamai il mio agente: «Ma non è che il salto in B è troppo grande? Vanno a duemila, non ci capisco niente». Mi rispose di continuare a lavorare come avevo sempre fatto, che era normale. L’allenatore era Vincenzo Italiano: in due mesi, mi ha trasmesso cose clamorose, aperto la mente. I tempi di gioco erano altissimi. Loro vanno ai play-off, io mi lesiono il menisco mediale e devo operarmi. Lo Spezia mi è stato molto vicino. Vincono i play-off e vanno in Serie A: mi avevano fatto sentire uno del gruppo, parte integrante. Festeggio anche io, scendo in campo e al pranzo celebrativo, mi danno pure la parola: «Non so che dire, se non grazie per come mi avete accolto e trattato».

 

Dopo pochi giorni, cambia il proprietario. E quindi, cambia la dirigenza. Quel pre-contratto non si concretizza.

 

Avevo appena toccato il cielo con un dito.

 

Ed ero nuovamente senza squadra.

 

Il direttore Angelozzi, che mi aveva voluto a Spezia, mi chiamò: «Daniel, stai tranquillo. Ovunque andrai, ti vorrò con me».

 

Pochi mesi più tardi ha firmato con il Frosinone: la sua prima mossa? Prendermi. Non smetterò mai di ringraziarlo.

 

 

Anche perché dopo aver festeggiato la promozione, mi ero detto: «Questa sensazione la voglio riprovare».

 

Ancora una volta, avevo saltato la preparazione. Ma in squadra c’erano troppi positivi, quindi toccava per forza a me. Mi mettono titolare contro il Pordenone, in casa. Faccio bene, davvero bene. Dimostro che posso starci. Finalmente. A fine anno, i play-off per la promozione ci sfuggono di poco: è stata una delusione tremenda e sono convinto che la cavalcata dello scorso anno sia partita da lì, dalla sconfitta all’ultima giornata contro il Pisa; i tifosi erano venuti anche a caricarci prima della partita. È stato bruttissimo. Volevamo il riscatto.

 

È arrivato. Fabio Grosso è l’allenatore che ci ha trascinati in A. Ci parlava prima di ogni allenamento. Un giorno ci riunì in cerchio: «Vedete, se prendete un bastoncino e provate a piegarlo, questo si spezza. Ma se prendete tanti bastoncini, e li mettete uno accanto all’altro, e provate a spezzarli, non succede. Si piegano, ma non si spezzano. Se saremo sempre insieme, ce la faremo». Così è stato.

 

In quei mesi, arrivò una chiamata particolare. La mia prima chiamata in Nazionale. Era la Romania: i miei genitori sono nati lì e sono arrivati in Italia da extracomunitari. Non avrei mai pensato che una Nazionale potesse convocarmi. È stata una sensazione bellissima per i miei. Io non ero sicurissimo, avevo dei dubbi. Mi ero confrontato con loro: «Non parlo la lingua, in casa utilizziamo sempre l’italiano e al massimo voi mettete qualche parola in rumeno, capisco quando parlate ma… boh… sono nato qui…». Era un’occasione unica e loro erano troppo contenti. Così ho accettato.

 

Quando sono arrivato in Romania, mi sono reso conto dell’errore. Non capivo niente! Parlavano velocissimo, mi ritrovavo a pranzo o a cena con i giocatori che provavano a integrarmi, e io che sorridevo e annuivo come uno stupido. Ero davvero in difficoltà.

 

Un mese dopo, ci fu la chiamata dell’Italia per uno stage in cui il ct Roberto Mancini voleva valutare alcuni giovani e calciatori di Serie B. Ero al settimo cielo, accettai e capii quale sarebbe stato il mio destino. Quando la convocazione venne notificata, mi chiamò la Romania per sapere quali fossero le mie intenzioni: «Sarò onesto con voi. Vi ringrazio, perché mi avete trattato in modo squisito, ma mi sento italiano. Mi avete dato tanto, senza farmi mancare niente. Ma non me la sento. È stato un gran momento di famiglia, ma per rispetto vostro devo dirvi che non è ciò che voglio».

 

Con il senno di poi, ho sbagliato ad accettare quella convocazione. Ero completamente fuori strada. Ma non potevo saperlo prima. Se vai in Nazionale, devi farlo con il cuore. E per quanto gli fossi grato, non era quello il caso.

 

 

Mio padre e mia madre hanno trovato accoglienza in Italia, alle porte di Torino. A Chieri appunto, nel quartiere «Maddalene». Mio padre ha sempre lavorato in fabbrica e fatto altri lavori. Ancora oggi è in una fabbrica ad Andezzeno, dalla mattina alla sera. E mia madre continua a fare la colf. Gli ho detto varie volte che possono smettere di lavorare, che ci penso io a loro.

 

Ma per loro non esiste. Sono nati lavoratori, non ci hanno fatto mai mancare niente e per questo motivo, è impensabile qualsiasi altra scelta.

 

Mi hanno dato un futuro. Mi hanno visto partire dal basso ed essere resiliente.

 

Quando ero a Frosinone, in un’intervista avevo detto che il mio sogno sarebbe stato giocare a San Siro contro l’Inter.

 

 

A settembre, l’ho realizzato.

 

Dopo la partita, mister Dionisi mi ha battuto il cinque: «Noi veniamo dal basso e non possiamo mollare mai. Dobbiamo confermarci, perché è un attimo fare l’ascensore. Per l’atteggiamento che hai, non ho timori».

 

Per questo, appena ho segnato il mio primo gol in Serie A, sono corso ad abbracciarlo.


CREDITS:
autore: Giacomo Brunetti; testo di: Giacomo Brunetti e Daniel Boloca; immagine di copertina: Imago; immagini: Imago, Image Photo Agency, Shutterstock, immagini di repertorio di Daniel Boloca.