Scienza e pallone: la sorpresa Brentford all’esame Chelsea

by Redazione Cronache
brentford

Per vincere ci vogliono talento, soldi e fortuna. Difficilmente si può avere successo se mancano tutte e tre, ma spesso con l’aiuto del primo possono arrivare gli altri due. E, allora, anche la realtà più  perdente di sempre può invertire la rotta, e riscrivere la propria storia a piacimento. È il caso del Brentford, club di Londra tornato nella massima divisione inglese nel 2021. E “tornato”, per quanto sia il verbo giusto, potrebbe tranquillamente essere sostituito con “arrivato”, visto che l’ultima esperienza nell’elite del calcio d’Oltremanica risaliva al 1947.

Per quasi tutta la sua esistenza il Brentford è stato il classico club della periferia britannica. Realtà piccola, stadio compatto e rettangolare, bacino d’utenza sostanzialmente coincidente col proprio quartiere. Il che non significa spalti vuoti, anzi: le tribune del Griffin Park non hanno mai fatto mancare il proprio contributo alle Bees, le api, sin dalla fondazione del club nel 1889. E, per quanto il Brentford sia sempre stata una tra le tante squadre del football londinese, di quelle apparentemente tutte uguali ma in realtà del tutto diverse,  ha sempre avuto una sua particolarità: ognuno dei quattro angoli del vecchio Griffin Park, ora sostituito con il più moderno Community Stadium, aveva un pub. Il The Griffin, il Princess Royal, il The Royal e il The New Inn per anni hanno contribuito a plasmare l’anima delle api di Londra, luoghi simbolo di una comunità raccolta attorno alla sua piccola squadra.

Una comunità che, è il caso di dirlo, si è formata e ha continuato a resistere soprattutto nei tempi bui. Perché quando si parla di Brentford non si parla solamente di quasi 80 anni lontani dai riflettori. Si parla di decenni tra terza e quarta serie, ripetuti rischi di fallimento, di una possibile fusione col Queen’s Park Rangers che nessuno avrebbe mai voluto. Almeno fino al 2007, anno in cui si affaccia nel club Matthew Benham. Tifoso delle Bees sin da piccolo, laureato in fisica a Oxford, Benham ha trascorso vent’anni alla Bank of America Corporation prima di entrare, con enorme successo, nel settore delle scommesse sportive. La sua Smartodds, fondata nel 2004, fornisce consulenze per il gioco d’azzardo elaborando modelli statistici. Nel 2006 “presta” al Brentford, ancora una volta sull’orlo del fallimento, 700 mila sterline, e sei anni dopo ne diventa azionista di maggioranza. Nel 2014 espande il suo business calcistico comprando la fino ad allora poco conosciuta squadra danese del Midtjylland.

Per quanto Brentford e Midtylland non potrebbero essere più lontane tra loro, le due squadre sono accomunate dalla filosofia che ne guida il calciomercato: l’uso delle statistiche per capire i giocatori migliori da prendere, valutarli meglio per evitare di spendere troppo sul mercato, comprendere chi vendere e con chi, eventualmente, sostituirli. Il punto di partenza sono gli expected goals, il metodo statistico esploso nell’ultimo decennio in base al quale, analizzando una grande mole di dati, calcolare l’efficienza offensiva di un giocatore o una squadra. Una sorta di Moneyball applicato al calcio, ma Benham ha sempre rifiutato il paragone: «Il baseball è sempre stato pieno di statistiche, il calcio no. L’etichetta di Moneyball può confondere, perché in molti pensano che stia usando qualsiasi statistica mi capiti sottomano, e non che invece stia provando a usarle in modo scientifico». Per chi non conoscesse Moneyball, il consiglio è quello di recuperare l’omonimo film con Brad Pitt. Una delle migliori pellicole sportive di sempre.

L’uso scientifico delle statistiche è stata la chiave per trasformare un club storicamente perdente in uno da Premier League. Con questo metodo da lui messo in piede insieme ai suoi data analyst (il talento) è riuscito a creare una realtà solida economicamente (il denaro) e vincente, creandosi la fortuna da sempre mancata al club. Perché è vero che Benham è un imprenditore di alto calibro, ma i suoi fondi non sono mai stati paragonabili a quelli degli altri grandi proprietari del calcio inglese. Per questo, per competere, ha dovuto inventarsi un modo tutto suo. Che, in Danimarca, ha portato il Midtjylland a vincere in pochi anni tre campionati e a qualificarsi ripetutamente a Champions ed Europa League.

L’uso dei dati ha permesso soprattutto un calciomercato particolarmente fruttuoso: negli ultimi anni prima della promozione il club aveva speso appena 13 milioni di sterline, acquistando riserve o giovani poco quotati di squadre estere o inglesi. Gli stessi giocatori, venduti in successive sessioni di mercato, hanno portato nelle casse del Brentford 156 milioni di sterline, e il calcolo dell’utile lo lasciamo fare a voi. Due casi su tutti: Ollie Watkins, preso a meno di due milioni dall’Exeter City nel 2017 e rivenduto all’Aston Villa, tre anni dopo, per 33 (acquisto più costoso nella storia dei Villains) e Said Benrahma, arrivato nel 2018 per 2,7 milioni e ceduto al West Ham, sempre nel 2020, per 30.

Un altro punto che ha portato il Brentford in alto, sembra assurdo dirlo, è l’aver smantellato il settore giovanile. Troppo costoso da mantenere, troppo bassi i profitti, nessuna possibilità di competere con gli altri. Al posto dell’Academy, Benham ha messo su una squadra riserve formata dagli scarti dei vivai delle altre squadre inglesi. L’obiettivo di fondo è quello di avere una formazione di riserve con giocatori pronti per essere schierati in prima squadra in caso di necessità. Avete presente quando in Italia si dice che il successo parte dal settore giovanile? Ecco, il Brentford ha dimostrato che, con una strategia chiara, se ne può tranquillamente fare a meno.

In questo modo, la piccola squadra dell’ovest di Londra è arrivata in nove anni dalla terza serie alla Premier League, e all’esordio in campionato ha anche battuto l’Arsenal per 2-0, in un derby decisamente più nobile rispetto a quelli giocati dal 1947 a maggio scorso. Oggi c’è un altro derby, contro il Chelsea campione d’Europa e il Brentford, settimo, parte sfavorito. Lo sa bene anche Tuchel, che in conferenza ha detto: «È chiaro che, se giochi per vincerle tutte, con il Brentford parti favorito». Guai però a sottovalutare la scienza.