Cesc Fàbregas, da Barcellona a… Genova? «Ha la visione di gioco di Platini»

by Matteo Albanese
cesc fabregas

Niño prodigio. The Young Gunner. Tutto racchiuso in un coro sulla linea M4 di Londra: «He’s only 17, he’s better than Roy Keane!». Cesc Fàbregas inizia in Spagna e dopo fa 13 anni a Londra tra Arsenal e Chelsea (con Sarri): «Mi hanno detto che con Özil non c’è bisogno di me». In blu arriva nel 2014, si presenta con sei assist di fila, gioca cinque stagioni e mezzo. A gennaio 2019 accetta la corte del Monaco allenato da Thierry Henry. Un cerchio che si chiude, per lui. Torna Jardim, quindi Kovač. Il 18 giugno scorso finisce la storia d’amore, a Fàbregas scade il contratto e non viene rinnovato. Sul versante italiano del Mediterraneo ci pensa su la Sampdoria, il cui vicepresidente, l’avvocato Romei, già aveva tentato Sneijder nel 2017. In blucerchiato, certamente, Fàbregas sarebbe un colpo a effetto.

Fàbregas, record e trofei

«L’anno trascorso a La Masía è stato il migliore della mia vita», dice Francesc Fàbregas Soler, detto Cesc. Nasce nel 1987 ad Arenys de Mar, tranquilla cittadina di 14mila anime sul mare, nei pressi di Barcellona. Suo padre è un piccolo imprenditore edile, il nonno lo porta allo stadio. Fàbregas ha 9 mesi e tifa ovviamente per il Barça. A 16 anni però Wenger lo chiama all’Arsenal: «Come se fossi in stazione e dovessi prendere un treno, è l’opportunità della mia vita». Segue una bacheca piena di titoli: due Europei e un Mondiale, il 2011 d’oro in cui il Barça vince Liga, Supercoppa di Spagna, Champions League, Supercoppa Uefa e Mondiale per club. Scorpacciata. Fàbregas è stato il più giovane deb della Spagna – 19 anni e 41 giorni, al Mondiale 2006 – prima che un altro prodotto blaugrana, ovvero Pedri, lo superi per precocità a Euro2020. Fàbregas debutta quando il c.t. è Aragonés e fa felice il successore Del Bosque: suo l’assist a Iniesta nella finale Mondiale 2010, suo il rigore decisivo a Euro 2021 in semifinale col Portogallo. Questo.

Balotelli, Fàbregas ed Euro 2012

È domenica 1° luglio 2012, a Kiev. L’Italia di Prandelli, fisicamente stremata dalla semifinale vinta con la Germania – doppietta di SuperMario Balotelli – e con un giorno in meno di riposo, si arrende alla Spagna nella finale dell’Europeo. Segnano Silva, Jordi Alba, Torres e Mata. Il mite Del Bosque vince il terzo titolo di fila dopo Euro 2008 e Mondiale sudafricano. Vince col falso nueve: ha tre punte in panchina (Llorente, Negredo e Torres, più Pedro) ma il titolare, in mezzo a Silva e Iniesta, è Cesc Fàbregas. Cliché: Fàbregas quel torneo lo inizia con l’Italia il 10 giugno in Polonia, a Danzica. In attacco. Nelle altre due gare del girone c’è Fernando Torres, ai quarti con la Francia torna lui, in semifinale col Portogallo gioca Negredo e in finale riecco il figliol prodigo del Barça. Figliol prodigo perché Fàbregas cresce in Catalogna da mediano – in una stagione ha pure segnato 30 gol! – poi nel 2003 si trasferisce gratuitamente all’Arsenal e ad agosto 2011 compie il percorso inverso, per 35 milioni. Due giorni dopo, batte il Real Madrid in Supercoppa di Spagna. Non male.

«Ha la visione di gioco di Platini»

Nasce regista, finisce attaccante. Com’era quella frase di Guardiola, «il nostro centravanti è lo spazio»? Ma facciamo un passo indietro. A Londra, Wenger lo elogia pubblicamente: «Ha la visione di gioco di Platini». In quattro mesi, Fàbregas impara l’inglese, frequenta teatri e musei della capitale e prende la patente nonostante la guida a sinistra. L’amicizia con Philippe Senderos, le lezioni di Patrick Vieira e Gilberto Silva. Debutta a 16 anni e 177 giorni, l’Arsenal vince la Premier 2003/04 senza manco una sconfitta: gli Invincibili. Fàbregas però la medaglia al collo non la ritira: non ha giocato un solo minuto di quel campionato. Poi la Juventus acquista Vieira, nel 2005, e Fàbregas ottiene spazio. Eredita persino la 4 del francese, nel 2008 diventa il capitano dei Gunners ma si infortuna a un ginocchio: crack. Poi torna. Al Mondiale 2010, come detto, è decisivo: suo l’assist a Iniesta, minuto 115. Qui Don Andrés si toglie la maglia e omaggia il compianto Dani Jarque, anni dopo il 115 diventerà persino un vino della cantina Iniesta. Ma senza l’assist di Fàbregas, non ci sarebbe stato quel gol.