Reyna, Pulisic e… Pepi. Il terzo ‘progetto USA’ per completare il tridente

by Francesco Pietrella

A un certo punto il bambino di El Paso ha guardato in alto, ha messo le dita a mo’ di visiera per coprirsi gli occhi dal sole e ha chiesto alla madre, tirandole la giacca: «Ma perché vicino casa c’è quel muro d’acciaio?».

Ricardo Pepi è cresciuto così, senza sapere, perché quando hai 6 anni e ti ritrovi a fare i conti con la storia spesso ti confondi. Golden boy del calcio statunitense, 3 gol in 3 partite in nazionale e altri 13 in Mls, dov’è diventato il più giovane a siglare una tripletta. Hat trick a 18 anni e poco più, gioiellino di Dallas come McKennie e Reynolds prima di lui. Contro i Galaxy, a luglio, si è portato il pallone a casa e ha dedicato il record al nonno, scomparso un anno prima. 

Talento senza barriere

«Abuelito es para ti», ha scritto su Twitter. Colpisce la lingua, spagnolo, perché i genitori di Ricky sono messicani. Si sono trasferiti negli Stati Uniti nei primi anni duemila (lui è nato nel 2003). Da qui la domanda sul muro, raccontata più e più volte durante le interviste degli ultimi mesi. Calcio, ma mai solo calcio. Ricardo è cresciuto a El Paso, Stati Uniti, nominata per tre volte «città più sicura d’America». Tutt’altra cosa rispetto a Ciudad Juarez, in Messico, al di là della barriera tra Stati, pochi chilometri più a Sud. Traffico di droga, criminalità, armi, loschi giri, cartelli tra i più cattivi al mondo, gang, più di duemila omicidi l’anno, soprattutto donne, tant’è che nel 2006 è uscito un film a tema chiamato Bordertown, dove Jennifer Lopez e Antonio Banderas raccontano storie di rapimenti e mujeres scomparse.

Ricardo è cresciuto dall’altra parte del muro, al sicuro, ma diversi membri della sua famiglia – tra cui i genitori – sono proprio di Ciudad Juarez. Col tempo Ricky ha iniziato a capire il significato di quella barriera, cosa c’è dietro e cosa rappresenta, prima di lasciare El Paso e trasferirsi a Dallas per inseguire il sogno del soccer. O fùtbol. Quest’anno punta i 25 squilli in Mls. «Sono partito con questo obiettivo e voglio mantenerlo». Le big d’Europa l’hanno puntato puntato: Juve, Liverpool, Inter, Dortmund. Tutte. Calciomercato.com ha raccontato di un affondo del Bologna in estate, ma poi non se n’è fatto nulla. Attaccante rapido, veloce, un metro e 85 di velocità e classe. Quando gli dicono che somiglia ad Haaland risponde di sì: «Osservo soprattutto il suo modo di correre, i suoi passaggi e i movimenti in area». A settembre 2021 ha debuttato in nazionale con un gol e due assist contro l’Honduras, a ottobre si è ripetuto con due guizzi alla Giamaica. Al momento gli Stati Uniti sono a 8 punti nel girone di qualificazione per Qatar 2022. Pepi ne ha portati un paio. 

Progetto USA

Ricky prova a crescere in silenzio, ma ormai si parla solo di lui. L’account Twitter del Dallas, dopo il tris ai Galaxy, ha cambiato il nome della squadra: da «FC Dallas» a «FC Ricardo Pepi». Ormai è una mania. Manifesto di una golden generation made in Usa che punta il Mondiale del 2026, in programma tra Stati Uniti, Messico e Canada. Dietro l’exploit del calcio statunitense c’è una parolina magica: programmazione. Perché dietro ai vari Dest, Reyna, McKennie, Adams, Pulisic, Pepi, de la Fuente, Sargent, Aaronson – e tutta la schiera di baby prodigio nati tra il ’98 e i primi anni duemila – c’è l’US Soccer Development Academy, cioè un modello finalizzato a creare giovani calciatori. Formarli, guidarli, costruirli. Dai 12 ai 19 anni, infatti, i giovani giocano nei settori giovanili (113 club per 500 squadre e 9000 possibili talenti).

Dal 2016 la federazione americana ha strutturato le nazionali dall’U14 all’U20, senza contare che i tecnici sono formati in collaborazione con la Francia. Nonostante il calcio continui ad essere diversi piani sotto rispetto al basket, al baseball e al football, il modo di costruire il talento nel calcio si sta evolvendo. L’obiettivo è chiaro: riscattare la mancata qualificazione al Mondiale russo del 2018 e costruire una nazionale competitiva per gli anni a venire (soprattutto in vista delle partite ‘in casa’ del 2026). Pepi è uno dei manifesti. Avrebbe potuto giocare per il Messico, a 16 anni fu contattato dalle giovanili, ma alla fine ha scelto il Paese in cui è cresciuto. Il soccer ringrazia.