Poliziotti, piloti di caccia e viveur: le storie più belle della Conference League

by Francesco Pietrella

C’è chi ha visto il sole di mezzanotte da un F-15 e chi controlla i passaporti alla dogana. La Conference League è uno scrigno di storie. Ne abbiamo scelte 5, dal Circolo Polare Articolo alle Colonne d’Ercole.

Maverick a Bodo

Tra Top Gun e una finale di Champions forse sceglierebbe il primo. In fondo è stato il suo mondo per diversi anni, tra Afghanistan e Libia, Etiopia e Eritrea, volando in missione sopra il mondo. Il Bodo Glimt è uno forziere di storie. Quella di Bjorn Mannsverk è da film. Fino al 2017 è stato un pilota di caccia, guardava il sole di mezzanotte da un F-15, ora osserva “l’orda gialla” da bordocampo come mental coach del club. «Ho due regole: tutto ciò che facciamo deve essere volontario. E poi non mi comporto mai come se fossi un’emanazione del club». Se non fosse stato per lui Ulrik Saltnes avrebbe lasciato il calcio. Due anni fa si presentò in ritiro «svuotato», «in campo per inerzia». Ora è diventato una colonna.

Un calcio alla depressione, ai momenti e no e un nomignolo che il Bodo si è portato dietro per un po’ – «la squadra ascensore» -, perché a ogni promozione seguiva una retrocessione. Oggi sono campioni di Norvegia e sfideranno la Roma in Conference. Hanno lanciato Hauge, valorizzato giovani e messo annunci sul sito. «Cerchiamo un allenatore per l’U19». Sono arrivate più di 400 richieste. Merito della visibilità ottenuta dopo la bella prova dell’annata scorsa contro il Milan, ai preliminari di Europa League. Mannsverk tira le fila. «Ti spinge a raccontare cose che in altri club verrebbero interpretate come segnali di debolezza», ha detto Saltnes. Un solo difetto: il calcio giocato lo appassiona poco. In un’intervista al New York Times l’ha apostrofato come «noioso». Vallo a capire, magari dal cielo è un’altra cosa.

Un’oasi sulla Rocca

A Gibilterra ci sono un paio di detti. Il primo dice che finché le scimmie resteranno sulla rocca, allora lo faranno anche gli inglesi. Il secondo si rifà alla storia della colonna d’Ercole, ed è scritto in latino. «Nulli Expugnabilis Hosti». «Non espugnabile da nessun nemico». Nel pallone è un po’ diverso, storicamente è tutto vero. Una volta i francesi ci andarono vicini, ma il rumore delle bertucce svegliò le vedette e l’attacco a sorpresa sfumò. Posto particolare, Gibilterra. Crocevia di culture. Trentamila abitanti e una squadra in Conference, il Lincoln Red Imps, prima volta ai gironi. Il veterano è Lee Casciaro, poliziotto di giorno e punta di sera. Ha segnato il primo gol di Gibilterra in una partita ufficiale di qualificazione a Euro 2016 (contro la Scozia nel 2015). Suo fratello Ryan, invece, vanta il primo squillo assoluto in una vittoria del loro Paese. Poliziotto anche lui. L’ultimo dei Casciaro, Ryan, è un agente marittimo della Cory Brothers.

Il roster del Lincoln vanta vari mestieri: Roy Chipolina, centrale difensivo, lavora alla dogana e controlla i turisti; suo fratello Joseph è una guardia carceraria, il terzino Jesus Toscano è un ingegnere, il portiere Manuel Soler un tecnico industriale, la sua riserva Kyle Goldwin un elettricista. Contro il Paok sono durati quasi un tempo, poi hanno perso 2-0. Giocano per divertirsi e per passione. Se perdono 6-0 non importa. Curiosità: Gibilterra vanta 11 squadre e il campionato si gioca tutto nello stesso stadio, il Victoria, a un tiro d’esterno dall’aeroporto nazionale. Uno dei più strani e pericolosi al mondo. La Churchill Avenue è tagliata in due dalla pista d’atterraggio, occhio alla sbarra. 

Il bomber dell’amore

Alla voce “trofei” non c’è la chilena, non c’è un gol speciale e neanche le treccine colorate, ma un video hard con una pornostar brasiliana, Pamela Butt. «La mia conquista più grande». Vagner Love è un calciatore viveur. Lo chiamano  “O artilheiro do amor”, Il “bomber dell’amore”, perché non rifila mai balle. Nelle interviste non parla di tattica e non fa polemica, ma racconta “l’orgia perfetta”, sperimentata ai tempi del Cska. «Otto donne ogni sei uomini, un Paradiso». Come la sua vita da single a Mosca. «Facevo sesso tutto il giorno. Le russe hanno i volti più belli del mondo».

Vagner Love è stato la stella del Cska e del Palmeiras, sfoggiava in campo treccine variopinte a seconda dei colori della squadra. Oggi gioca ad Almaty e si è rasato a zero. «Almaty, e dov’è?». Kazakistan meridionale, più vicino all’Everest che alla Piazza Rossa, casa sua per circa dieci anni: 124 gol e uno scherzo a Putin rimasto nella storia. «Volevo fare qualcosa di storico, così gli lanciai un pallone…». Maggio 2005, il Cska Mosca porta la Coppa Uefa al Cremlino dopo aver vinto la finale con lo Sporting. Sopra il trofeo c’è un pallone autografato da tutti i giocatori. Vagner lo prende, fa un paio di palleggi e poi lo passa a Putin. «Il Premier capì lo scherzo, ma la gente intorno a lui trattenne il respiro». Gelo da Generale inverno.

Lontani da casa

Sette anni senza casa perché a casa c’è la guerra, si sentono gli spari, ci si barrica in cantina. “Casa”, inoltre, è sotto il controllo di un altro paese e si è proclamata indipendente. Lo Zorya Luhansk è nel girone della Roma e in teoria rappresenta l’Ucraina, ma dal 2014 gioca a 400 chilometri più Ovest, nella città di Zaporizhia. Nel Donbass si combatte ancora, due Repubbliche si sono dichiarate indipendenti ma non sono state riconosciute dall’Ucraina.

Una di queste è proprio Luhansk, città dello Zorya, un club che nonostante le difficoltà legate all’esilio ha mantenuto buoni livelli. Dal 2014 a oggi non è mai sceso oltre il quarto posto e ha partecipato due volte alla fase a gironi di Europa League. Ora è in Conference, ha perso la prima partita contro il Bodo e adesso sfiderà Mourinho. Nel club c’è un brasiliano che si chiama Juninho, ma è solo un gioco di omonimia. Se i calciatori guardano a Est, però, vedono ancora i combattimenti. Purtroppo se ne parla poco. Le istituzioni hanno abbandonato la città da sette anni. C’è una fase di stallo, e gli abitanti guardano più a Mosca che a Kiev. Tiene botta solo il pallone. A 400 chilometri da casa. 

La scalata di Thor

Kevin Behrens lo racconti così, citando Walter Bonatti. «Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna». Perché la sua è una scalata paziente, senza fretta, come insegna l’alpinismo e come faceva Walter, aprendo vie e tracciando percorsi. Behrens è la punta dell’Union Berlino, è alto un metro e 84 e lo chiamano “Thor” per via dei capelli biondi, il fisico scolpito, neanche un filo di barba. Giovedì ha segnato il primo gol europeo della storia dell’Union e della sua carriera. I tedeschi ne hanno presi 3 dallo Slavia Praga, ma per Behrens ha vissuto una nottata storica.

Quattro anni fa giocava in quarta serie con il Saarbrucken, prima ancora con Rot-Weiss Essen, Alemannia Aachen e Hannover B. Sinonimo di gavetta e sacrificio, gol a raffica nelle serie minori come Pavoletti e Caputo prima di lui. L’offerta della vita è arrivata a 30 anni, dopo 35 gol in tre stagioni in Serie B tedesca, con il Sandhausen. Cresciuto nel Werder, mai una partita a Brema, ora punta al primo gol in Bundesliga. È arrivato in alto, vede meglio di tutti.