Cristian Ledesma si racconta: Patagonia, Lecce e il viaggio verso Roma

by Redazione Cronache

di Lorenzo Semino

Ledesma Lazio: due parole a cui qualcuno suggerirebbe di aggiungerne una terza, quella di leader. Il soprannome tratto da un libro di Sepulveda, Patagonia Express, quello gliel’ha dato il giornalista De Angelis. «Il grande Guido» ricorda Cristian, che oggi lavora come educatore e responsabile dell’Academy che ha fondato lo scorso anno e che porta il suo cognome. Per potersi assumere l’onore e l’onere di guidare una scuola calcio, devi averne fatta di strada.

«Fino ai 4 anni sono stato a Buenos Aires, dopodiché siamo andati in Patagonia perché mio padre aveva perso il lavoro. Mia zia era andata con suo marito a Puerto Madryn, dove avevano trovato lavoro: mio padre gli chiede una mano, prima ci andò da solo per trovare un terreno dove lavorare e un anno dopo siamo andati a raggiungerlo tutti insieme. In casa eravamo 8 figli, con noi sono partiti anche mia madre, mia nonna e mio zio quindi eravamo un bel po’ di persone. Siamo stati 22 ore in viaggio, avremo percorso 1600km: a quei tempi, per strada, in pullman ti fermavano un po’ ovunque». Dal Messico in su l’avrebbero chiamato On The Road, nel caso di Cristian è il revival di Patagonia Express. La Patagonia, quella parte del mondo dove non si fanno domande e il passato è semplicemente una faccenda personale. Noi, di domanda, gliene abbiamo fatta qualcuna.

«Una famiglia, l’ideale dove iniziare un’avventura»

La prima nave su cui sale Ledesma ha i colori giallorossi e porta in Salento. Dal mare al Via del Mare. «Mi sono trovato benissimo. Il perché lo dico spesso: penso che Lecce, città a cui sono molto affezionato, a quei tempi fosse davvero il posto ideale per un ragazzo di 17-18 anni che arrivava in Italia e cominciava l’avventura del professionismo. Lo era sia per la gente sia per la società, che erano e sono stati perfetti per il mio inserimento in una città così calorosa. Lo stesso dicasi per la squadra. Ho trovato una famiglia vera e propria: il presidente Semeraro un gran signore, del direttore sportivo Corvino non devo neanche parlare perché parla la sua storia, l’amministratore delegato Fenucci una persona squisita. Il Lecce è stato una famiglia, la città altrettanto».

In Puglia esalta le doti di attaccanti scoppiettanti (Vucinic e Chevanton) e conosce anche Delio Rossi, che ritroverà nella Capitale, dove la carriera di Ledesma spicca il volo. Il gol e l’urlo liberatorio nel primo derby, quando calciando da fermo mise le ali al pallone spedendolo sotto l’incrocio, è ritenuto quasi a furor di popolo quello che ha fatto scoccare la scintilla fra il centrocampista e la tifoseria biancoceleste. «Non è un solo momento, non sono due, sono tanti messi insieme», ricorda Cristian, che però non tira indietro la gamba. «L’emozione è stata forte, ma il rapporto l’ha cambiato più che altro la gente verso di me. In quel periodo c’era stata qualche critica nei nostri confronti, perché la squadra non girava: noi ovviamente dovevamo sopportarle. Nel mio caso, era andato via un giocatore importantissimo come Liverani e mi veniva fatto continuamente il paragone con lui, anche se eravamo due giocatori diversi. Nello stesso ruolo, ma diversi. Nella testa della gente c’era questo paragone, ma proprio con quel gol e da quel giorno il rapporto è cambiato molto: è uno dei momenti che ricordo con più felicità».

 

 

«Da Champions a Champions: un cerchio che si chiude»

Quasi un anno dopo rischierà di saltare la stracittadina contro la Roma, fermato sul più bello da un infortunio. La prima domanda fatta al medico non è sul suo menisco ma: «Fra quanti giorni c’è il derby?». Ventiquattro, quanto basta per operarsi e recuperare. Quella partita la vinsero i giallorossi, lui segnò la rete della speranza con una punizione magistrale. Come i suoi ultimi 25′ con la maglia della Lazio, quando al San Paolo salutò la Serie A con un rosso procurato e un assist per Miro Klose. «Diciamo che avevo un po’ la sensazione che potesse essere la mia ultima partita. Era stato un anno un po’ duro. Lo dico spesso: mi sono scaldato tante volte, quasi tutte le partite,  sapendo che sarebbe stato difficile entrare in campo e che probabilmente mi sarei semplicemente fatto qualche giro di campo. Ecco, in quella partita avevo proprio come la sensazione e la convinzione che sarei entrato in campo. E in campo è andato tutto molto bene: uno dei primi palloni che tocco causa l’espulsione di Ghoulam per un fallo su di me, poi porto palla e nasce il gol di Onazi e faccio l’assist per il gol di Klose. È stata la chiusura perfetta: il primo anno alla Lazio siamo arrivati terzi e quando ne sono andato l’ho lasciata ai preliminari di Champions League. Oltre al fatto di essere entrato e di aver fatto una buona mezz’ora, penso sia stata la chiusura giusta, voluta da dio, un regalo che forse meritavo dopo tutti quegli anni». Sarà difficile chiudere il capitolo biancoceleste, ma il romanzo di formazione deve proseguire. Di formazione in formazione, da San Paolo ad Atene, da Terni a Lugano. Ledesma ne prova un po’ di tutti i colori, senza grandi successi e spesso senza la famiglia al seguito. I ricordi più nitidi sono ancora in Italia, a un’ora di treno dall’Olimpico.

 

 

«Alla Ternana mi ha colpito l’equilibrio di Liverani»

Scherzo del destino, in quello di Cristian c’è ancora Liverani. Alla Lazio dovette  sostituirlo in campo, in Umbria se lo ritrova in panchina dal mese di marzo, a campionato quasi finito. «Quando è arrivato eravamo ultimi – ma proprio spacciati – e a fine campionato ci siamo salvati. È stata una sorpresa bellissima: quel che rimarco sempre di lui è che pretendeva tanto ma non cambiava le pretese sia che si vincesse sia che si perdesse. Il suo credo non cambiava a seconda del risultato, cosa che invece mi è capitato di vedere con vari allenatori di Serie A. Mi ha sorpreso questa sua capacità di essere una persona che pretende tanto ma che non cambia pretese in base al risultato, caratteristica che mi è piaciuta tanto e che sottolineo sempre perché non è una cosa scontata».

Chi sta pagando a caro prezzo due mesi di lockdown è anche il mondo del calcio, non solo quello professionistico. È tuttavia inevitabile una domanda sull’eventuale ripresa del campionato. «Sono sincero – sostiene Ledesma – Mi sembra difficile che si abbia la forza di fermare tutto e non far finire il campionato. Questo è il mio pensiero. Mi sembra difficile perché dopo una decisione del genere vedremmo tante, tantissime squadre in causa o in tribunale in primo grado, in secondo grado, ricorsi al TAS e tutto quel che può nascere se si decidesse di fermare un campionato. Ovviamente si sta parlando di calcio, non solo di quel che porta a livello economico ma anche a livello emotivo, dell’entusiasmo che dà a tutta la gente che lo segue e a una nazione intera. Si è parlato poi di quanto il calcio dia a livello di tasse. Tanti discorsi che si sentono sono giusti, per carità, ma quel che mi lasciano è incertezza. Tanta incertezza. Detto questo, secondo me il campionato non verrà fermato. Questa è l’idea che ho: sarebbe un po’ troppo complicato e si finirebbe in tribunale con squadre che potrebbero dire ‘io non mi posso iscrivere’, ‘io mi potevo salvare’ oppure ‘io potevo vincere il campionato’».

E i tifosi? In Spagna i giocatori dell’Eibar sostengono che senza di loro tutto lo spettacolo del calcio perda la sua essenza. «È vero, è così. Il calcio è un’altra cosa ma prima viene la salute. Io dico che i giocatori e i calciatori professionisti sono una categoria molto tutelata a livello sanitario, mentre per i tifosi penso a chi in un futuro vorrà andare allo stadio e a chi invece avrà paura, a chi avrà la forza o la voglia di andare al cinema, a teatro o a vedere una partita di calcio. Regna incertezza su questi fattori, pagheranno i tifosi ma i tifosi sono le persone normali. I calciatori sono i numeri uno che vanno sotto i riflettori, ma sono anche persone e quindi avranno timore. Se poi, come leggo, gli si imporrà di stare chiusi due mesi senza poter vedere la famiglia, insieme a tante altre persone che lavorano nell’ambiente del calcio, anche per loro non sarebbe una situazione piacevole per quanto possa essere l’entusiasmo dei calciatori nel voler tornare a giocare a calcio».

 

 

I ragazzi della sua Academy, quando potranno toccare con mano e con gli scarpini il prato verde del Green Club? A cavallo tra maggio e giugno sono stati promessi, dal Ministro dello Sport, sostanziali passi avanti nella presentazione di protocolli sanitari e misure di distanziamento cui dovranno attenersi e adattarsi anche i centri per lo sport di base. «Ad oggi c’è incertezza totale. Bisogna sperare che possa partire il professionismo per poi far sì che si scenda a catena e si arrivi anche a noi. Per adesso, tutte le misure che hanno preso a noi non ci toccano proprio; si parla di professionisti o no, che però devono prepararsi per competizioni nazionali ed internazionali. Ma è una situazione di incertezza totale. Non diamo dritte su niente perché non ne abbiamo, l’unica cosa che stiamo cercando di fare è mantenere il contatto con i ragazzi e le ragazze perché penso che sia giusto non abbandonarli: siamo fermi e non possiamo fare altro che aspettare e sperare che magari dopo il 18 ci siano belle notizie e qualche spiraglio per veder ricominciare le squadre. Ovviamente tutti questi discorsi passano in secondo piano, perché prima c’è la salute: questo è ovvio, altrimenti non sarebbe giusto. Prima viene la salute, dopo la voglia di ricominciare. Ma capisco chi ha un bambino di 5 anni: è tosta farlo stare a casa senza fargli fare attività motoria».

Cristian, oggi educatore, non mentirà ai suoi bimbi al rientro in campo, non appena tutto questo sarà finito. Serviranno trasparenza e coerenza. «Nessuno di noi confonde la bugia con l’inganno» scriveva Sepulveda nel suo Patagonia Express. Così Ledesma: «Ti lasci trasportare e dici che fai l’allenatore, ma noi in realtà siamo istruttori. Al rientro in campo, la parte psicologica sarà molto importante. Come potremo andare avanti? Con la trasparenza, come abbiamo sempre fatto, e con la presenza. I genitori e i bambini lo possono testimoniare: io ho sempre detto che sarei stato sui campi ogni giorno e ci sono sempre stato. Se prometti una cosa e non la mantieni, i ragazzi possono durare un anno e poi cambiano. Secondo me va affrontata in questo modo, senza promettere cose che non si potranno mantenere. Ma da mantenere ci sarà sempre la coerenza». Come prima, più di prima.