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Cronache di spogliatoio
Davide Calabria a Cronache: «Ibra come un Barolo, il Milan un sogno» Davide Calabria a Cronache: «Ibra come un Barolo, il Milan un sogno»
Cronache di spogliatoio a casa di Davide Calabria. Il difensore del Milan si è raccontato in un video pubblicato su YouTube, di seguito il... Davide Calabria a Cronache: «Ibra come un Barolo, il Milan un sogno»

Cronache di spogliatoio a casa di Davide Calabria. Il difensore del Milan si è raccontato in un video pubblicato su YouTube, di seguito il testo dell’intervista.

Hai sempre sognato Milanello? 

«Assolutamente sì, ci sono cresciuto facendo tutta la trafila. Il mio sogno era arrivare lì, non pensavo di restarci così a lungo, anche se era un obiettivo, ma è venuto tutto da sé. È stata una cosa bellissima, in famiglia a parte papà sono tutti milanisti, e anche i miei amici. Era destino. Ho tante foto con la maglia del Milan anche prima che ci giocassi. Colazione e pranzi obbligatori a Milanello. Sempre stato così. Almeno da quando c’è Pioli quindi più o meno dall’inizio del Covid».

C’erano altre squadre su di te oltre al Milan?

«Sì, c’era il Brescia ma ero troppo piccolo, mia mamma mi disse che era presto per andarci. Anche l’Atalanta un anno prima del Milan, ma io ho scelto subito i rossoneri. A ripensarci per i miei era il doppio della distanza. La difficoltà era maggiore. Io vivo tra Brescia e Bergamo e quindi sarebbe stato più comodo, arrivare a Milano era più complicato, ma la fede milanista in famiglia ci ha portato a questo». 

Com’era andare a scuola con la tuta del Milan già da piccolo? Che tipo eri a scuola?

«Mi piaceva divertirmi, ero un ragazzo molto attivo. Non mi è mai piaciuto andare a scuola vestito da Milan, a meno che non fossi obbligato. Non volevo, già da piccolo, far vedere questa cosa perché non fa parte del mio carattere, cercavo di rimanere nelle mie. Tanti miei amici lo facevano, a me non interessava più di tanto, ma era una cosa di cui vantarsi, bellissima. Anche con i miei amici già a 11 anni era difficile. Fare avanti e indietro non è stato semplicissimo perché comunque tante ore lontano da casa erano toste. I primi due anni volevo andare via, era difficile per un bambino. Facevo il tragitto casa-Milano con i ragazzi più grandi della Primavera e facevo fatica sinceramente. Poi i miei mi hanno detto di provare, continuare ed è andato tutto bene».

Com’era il viaggio, come arrivavi a Milano? 

«Ho cambiato due scuole all’inizio per essere ancora più comodo. Andavo verso Brescia, per poi tornare a Milano. Veniva mia mamma, usciva prima da lavoro, veniva a prendermi, mangiavo in macchina un piatto freddo: pasta, panino o quello che era e mi portava a Bergamo, a Dalmine per poi andare a Vismara. La rottura era più per mamma che per me, è ovvio che mangiare in macchina non era bellissimo, però per qualche anno era così. I pranzi erano spuntini in macchina ed arrivare a casa alle 20. Era più un sacrificio per mia mamma che per me perché non navigavamo nell’oro e il tempo e il denaro investito era tanto».

Cosa ricordi di quei viaggi?

«Mi ricordo che cercavo di dormire all’andata e studiare qualcosa al ritorno perché arrivavo alla sera che ero cotto. È l’unico ricordo che ho, poi ovviamente crescendo la voglia di studiare veniva meno. Ho fatto fatica gli ultimi anni, poi a Brescia ho fatto un’altra scuola per avvicinarmi un po’ e poi, arrivato in Primavera, mi sono trasferito in convitto perché era diventato un lavoro: 5 giorni a settimana tra allenamento e partita, era praticamente impossibile fare avanti e indietro».

Tu e il Milan avete dei percorsi simili. Dal tuo esordio nel 2015, un momento complicato per il Milan, fino ad oggi. Siete cresciuti insieme, si può dire così? 

«Sì, è stato un percorso lungo e abbastanza difficile. Forse è stato uno dei punti più bassi degli ultimi anni che son passati, difficile per tutti. Una squadra da riformare da zero, la società che è cambiata più volte e per noi giocatori, ma immagino anche per chi gestiva tutto questo, oserei dire che la base deve essere una società solida, che sia presente e che ci siano idee chiare, perché poi tutto questo si trasmette. Se percepisci instabilità non hai sicuramente un buon punto di partenza, quindi aver messo una base più solida ha sicuramente aiutato la squadra». 

Avere uno come Paolo Maldini che guarda l’allenamento e sta lì con la squadra per uno come te è importante?

«Beh, sì. All’inizio quando c’era Paolo sicuramente sì, perché comunque era il capitano dei capitani, l’uomo che rappresenta il Milan meglio di tutti quindi per un ragazzo, anche se vestivo questa maglia da tanti anni, era cosa bella farsi vedere da Paolo, ovvio che ti spronava a dare di più. Non è un uomo di tante parole ma già avere la sua presenza lì ti fa credere nel progetto e nelle tue qualità, quindi può solo dare una mano. La sua presenza ha inciso molto sulla rinascita».

Dopo il lockdown c’è stato un nuovo Milan e un nuovo Calabria. Frutto di un percorso o si è acceso qualcosa?

«Penso che siano state entrambe le cose. Sia dal punto di vista personale che di squadra sicuramente qualcosa è cambiato. Abbiamo capito che c’era qualcosa da svoltare. Il lavoro è sempre stato lo stesso, faccio quello che facevo prima, ma il fatto di aver capito che le potenzialità c’erano ci ha portato a capire che dipendeva tutto da noi. Quello che è successo a livello globale forse ci ha aiutato e ci ha unito di più. Stare lontano dai campi per qualche mese non è stato facile. Siamo tornati con ancora più voglia e per riuscire a mantenere il livello che abbiamo avuto per tanto tempo penso sia stato sicuramente una svolta, un clic, però basta poco per un calciatore, è un attimo che uno si trova bene e riesce a esprimersi con la squadra».

Com’è cambiato il tuo rapporto con la pressione nel tempo? 

«Sicuramente all’inizio è stato molto difficile perché passare dalla Primavera alla prima squadra è un balzo gigante per un ragazzo, soprattutto a San Siro. Ho avuto la fortuna di giocare in diversi stadi, anche grazie alle tournée estive, vedendo le varie atmosfere. Ma come San Siro non esiste niente, non ce ne sono altre. Poi magari erano amichevole estive, ma quello che ti trasmette San Siro appena entri è incredibile quindi è ovvio che cambia la misura, può anche turbarti o può anche influire o troppo positivamente perché magari pensi di essere già arrivato, per un ragazzo giovane, o viceversa può abbatterti. Penso che nell’ultimo anno ho cercato di fregarmene un po’ di tutto perché la storia è la mia e se ci vado in campo, vuol dire che merito più di altri, penso di essere lì perché c’è un motivo e penso di aver fatto meglio rispetto ad altri. Si tratta di credere in se stessi perché se vuoi indossare questa maglia sicuramente devi farlo».

Adesso sei pronto per farla tua la pressione e nutrirti di questo?

«Sì, è una cosa che sto cercando e che mi piace. È una cosa che ti stimola tanto. Far ricredere tante persone che prima non erano dello mio stesso pensiero o che pensavano poco positivamente su di me penso che mi abbia dato tanto, avevo voglia di rivalsa e di mostrare qualcosa che prima non riuscivo a far vedere. Penso di avere obiettivi importanti sia con il Milan che con la Nazionale, quindi volevo dimostrare soprattutto a me stesso quello che volevo fare. Sono giovane, penso di poter dare ancora tanto».

Il mental coach serve per rafforzare la mente e prepararsi a certi momenti. Tu lo hai utilizzato?

«Nel settore giovanile era a disposizione, ma era più una pretesa dei vari mister. Io penso che serva, credo che sia il futuro. In Italia abbiamo pregiudizi inutili su tante cose e quella del mental coach è una di queste. Sono uno aperto a tutto, che siano cambiamenti importanti o meno, sono a favore di provare più cose possibili, positive o negative si vedrà, ma credo che prima o poi arriverà nel calcio l’uso diffuso di questa figura. Ci sono diverse realtà che già lo adottano, siamo relativamente indietro rispetto ad altri. Puoi allenare il fisico tante ore al giorno ma senza la mente non fai niente. Puoi allenarti anche 15 ore al giorno, ma se entri allo stadio e ti tremano le gambe non ha senso, quindi credo che convenga allenare un’ora in meno il fisico ed un’ora in più la mente, per poi rendere di più. Credo che il mental coach sia il futuro, ma spero il più presto possibile. È una figura che può aiutare. Il pregiudizio che è una debolezza è una stronzata».

Per un giovane entrare nello spogliatoio del Milan non è facile. Con quale giocatore ti sono tremate di più le gambe?

«All’inizio no in realtà, non era proprio così, perché facevi parte della squadra, potevi avere un po’ di timore con qualcuno di più grande, ma poco altro. Nei primi allenamenti c’era una squadra abbastanza tosta perché Mexes, de Jong e Muntari erano tutti giocatori tosti, decisi in allenamento e magari potevano incutere timore al ragazzo. Mi sono sempre trovato bene con loro, conoscendoli erano duri in campo ma sempre ragazzi simpatici. De Jong ti dà l’impressione di essere cattivo invece è un ragazzo eccezionale. Quello è il suo modo di stare in campo, ma ognuno è diverso, lui è fatto così, puoi aver paura ma comunque si parla di giocare a pallone, non di andare in guerra».

Il rapporto con Saelemaekers è cresciuto molto ultimamente, quanto è importante un giocatore così?

«È un ragazzo che si applica, che ascolta, si impegna e dà sempre il 100%, già questa è una cosa a suo favore. Ci siamo trovati subito con lui, oltre che in campo anche fuori. Avere giocatori di questo genere in questo periodo è una cosa positiva. Oltre che a creare scompiglio agli avversari ti dà qualcosa in più sia a livello difensivo che offensivo, il ritmo nel calcio moderno è fondamentale. Giocatori come lui sono fondamentali nel calcio moderno, devo dire che mi ci trovo molto bene. Abbiamo voglia di lavorare e sudare per questa maglia, come sempre. La voglia di dare tutto fino al 90’ c’è ed è una cosa fondamentale per una squadra come la nostra, che vuole puntare in alto ma è in una fase di crescita, quindi per arrivare in alto bisogna superlarla questa cosa».

Giocare senza pubblico aiuta ad applicare i movimenti in allenamento? È diversa la percezione del gioco, anche come concentrazione? 

«Comunicare è fondamentale nel calcio, quindi avere 80.000 persone o averne 1.000 fa tutta la differenza. In questo momento penso sia più facile per un reparto aiutarsi. Ormai anche se sei dall’altra parte del campo basta un urlo, e il compagno ti sente quindi una rincorsa in più in un momento in cui sei stanco o distratto viene più facile. Penso che tutte le squadre vengano aiutate da questo fattore, poi ce ne sono altri a sfavore, ma il fatto di trovarsi ancora meglio col reparto sicuramente aiuta».

Hai detto che non ti piacciono i videogiochi in altre interviste. Dici che vuoi vivere le cose e uscire dalle quattro mura. Come far coincidere la libertà da persona normale e la fama da calciatore? 

«Milano è una città relativamente tranquilla. Ma questo problema della play ce l’ho sempre avuto, da piccolo ce l’avevo e ci giocavo molto poco ma mi arrabbiavo e basta, quindi ho deciso di non giocarci. Preferisco incontrarmi con gli amici, stare al telefono con loro o fare una videochiamata di 3 ore piuttosto giocare alla play».

I selfie e le foto con i tifosi sono la cosa più gratificate per un calciatore, ma c’è mai stato un momento in cui qualcuno ha esagerato e ti sei sentito importunato? 

«Capita spesso, siamo tutti molto disponibili in realtà, perché fa parte del lavoro. Diventare un personaggio pubblico ha aspetti positivi e negativi, questa cosa che ti riconoscono ovunque può essere stressante a volte perché non hai un minimo di privacy. La cosa che dà fastidio è che in molti pensano che sia tutto dovuto e ti senti quasi un oggetto, una statua a cui le persone chiedono una foto, ma è tutta questione di educazione. Puoi chiedermi qualsiasi cosa con educazione e posso farla, anche un video stupido, tranquillamente. Se me la chiedi al momento giusto non c’è problema, se ad esempio me la chiedi mentre sto mangiando, vieni lì mi tocchi e non mi dici neanche ‘scusa, posso fare una foto?’ o cose del genere è fastidioso, ma penso lo sia per chiunque. A me da piccolo capitava di essere dall’altra parte, ma anche se avevo la possibilità era difficile che andassi a disturbare le persone, probabilmente anche grazie all’educazione dei miei genitori che mi hanno insegnato che ci sono modi e modi di chiedere e fare le cose. Adesso come adesso in realtà chiederei più foto perché sono ricordi, ma al tempo non mi andava di disturbare le persone. Poi ci sono modi e modi, se viene chiesto in modo gentile lo si fa, se viene poi chiesto in maniera sbagliata ti girano le palle».

Come riconosci un amico di Davide rispetto ad un amico di Calabria? 

«Io sono sempre rimasto legato ai miei amici d’infanzia. Ho tanti amici nel mondo del calcio, chi più chi meno, ma le radici son sempre rimaste là. I ragazzi con cui faccio una videochiamata di 3 ore sono sempre gli stessi. La fortuna è che ne ho tanti, siamo un gruppo grande di amici quindi mi sento spesso con loro e quando torno li vedo sempre. Erano amici di Davide da sempre, quindi non è cambiata questa cosa».

Il viaggio più bello che hai fatto con i tuoi amici? 

«Ne abbiamo fatti tanti, il primo che mi ricordo è stato Bellaria, dove ancora ero Davide, è stato anche il più intimo. Però ne abbiamo fatti tutti gli anni, quando posso vado con loro. Abbiamo fatto Forte dei Marmi, Ibiza, spesso loro cercano di liberarsi per venire con me e stare insieme, anche fosse solo una settimana in vacanza, perché siamo cresciuti insieme e trascorrere dei momenti ancora più belli in vacanza dove sono più liberi è una cosa bellissima. Hanno più o meno tutti la stessa età, qualcuno studia, qualcuno lavora, anche loro hanno i loro impegni e cerchiamo sempre di abbinare le cose, ma non è facile a volte».

Theo Hernandez dice che a volte dopo la partita ordina il Mc o la pizza. Tu dopo la partita cosa mangi?

«Dipende dalla partita, ma a noi spesso danno l’hamburger o a volte il sushi. Cerco sempre di mantenere una linea decente nel mangiare, anche perché il sushi post-partita va bene, mi piace e fa bene. Al massimo mi apro una bottiglia di vino o una birra, quello sì, meglio dell’hamburger».

Facciamo un gioco, io ti dico il nome di un vino e la descrizione e tu abbini il nome di un compagno di squadra. Bollicine, vino frizzante, quel pizzico di follia che ti porta a pensare fuori dagli schemi. Chi è la Bollicina al Milan?

«Ci sono due realtà, una in campo ed una fuori. In campo potrebbe essere Theo perché ti dà effervescenza, ti gasa, ti dà quella sensazione lì. Fuori dal campo potrebbe essere Kessié: è sempre vivace, sempre sorridente, la Bollicina ti crea quest’effetto, fa lo stupido ma ti fa sorridere sempre, anche se non si direbbe. Siamo tutti abbastanza privati. Franck fuori dallo spogliatoio fa morire dal ridere, anche in pullman sempre vicini».

Barolo, Piemonte: un vino potente che se lasciato invecchiare diventa di una classe ed un’eleganza unica, chi è?

«Ibra. Arrivato a quasi 40 anni è ancora all’apice della sua forma. È uno sportivo forse tra i più longevi di sempre, arrivare a 39 anni ancora a questi livelli è veramente difficile soprattutto con gli infortuni importanti che ha avuto, quindi il Barolo è lui. Dopo l’infortunio al crociato sembrava fosse finito e invece…».

Brunello di Montalcino: un classico leggendario e icona del buon vino italiano, rappresenta la tradizione, chi è?

«Potrei essere io. Questo vino rappresenta la tradizione italiana e io sono uno molto legato all’Italia, alle tradizioni, ma potrei dirti anche Gigio Donnarumma, siamo italiani, cresciuti qua nel Milan».

Amarone Val Policella, zona veneto: vino più completo ed equilibrato di tutti.

«Potrebbe essere Calhanoglu. Perché è un giocatore che in campo è completo, ti dà una mano sia avanti sia dietro, è intelligente, ti da equilibrio. È bravo lui ed è buono anche l’Amarone, sono perfetti vicini». 

Con chi puoi parlare di vino in spogliatoio? 

«Kjaer e Tatarusanu bevono e sono appassionati, ci piace. Anche Antonio Donnarumma che è più sulle bollicine. Devo conoscere LeBron James perché apre quelle bottiglie della madonna. Io sono appassionato di NBA e devo dire che la penso si facciano una bottiglia al giorno da quello che vedo, pubblicano sempre foto in cui aprono bombe atomiche. LeBron ha la sua età ma ancora domina. Lui dice proprio che beve uno/due bicchieri di vino al giorno e sta in forma più di un ventenne, è incredibile».

Che squadra tifi in NBA?

«Simpatizzo i Warriors, mi sono appassionato negli ultimi anni. Poi anche lì, per la storia recente: hanno costruito tutto dal draft quindi bella questa cosa, sono un loro tifoso. Seguo in generale il basket. Mi piace tutto, io li reputo avanti anni luce rispetto a noi, sia dal punto di vista del marketing che poi in campo, o dalla preparazione della partita. I dettagli fanno la differenza e lì mi sembra che di dettagli non ne scappi uno. È tutto superiore, dall’organizzazione dai viaggi al resto. Sono seguiti nei minimi dettagli: hanno squadre di 15 giocatori ma hanno probabilmente 100 persone dietro. Noi siamo molti di più e ne abbiamo di meno. Capisco che le spese sono tante però probabilmente lì quelle spese sono coperte da altri introiti. Anche quello che è stato fatto con la bolla a Disneyworld, nel calcio non la vedo nemmeno tra un po’».

Cosa vuol dire essere in Nazionale? 

«A tanti lì piace il vino quindi mi trovo bene (ride, ndr). Siamo un bel gruppo, tanti li conoscevo già, ci avevo già giocato sia contro sia con. Siamo un gruppo giovane e c’è molto entusiasmo, abbiamo anche delle potenzialità importanti. Purtroppo non ho avuto l’occasione di conoscere mister Mancini perché aveva il Covid. Mi auguro di farne parte ma penso che siamo una grande squadra e penso che potremo far bene all’Europeo».

Mi hanno detto che il tuo cane si chiama Gohan…

«Sono un super appassionato di Dragon Ball, per non dire malato. Ho un tatuaggio di Dragon Ball. Da sempre, non so quante volte l’ho visto, troppe. Io e mia sorella abbiamo sempre guardato gli anime, di tutti i tipi e io con Dragon Ball ci sono cresciuto e ora ho tutte le cassette, DVD, devo ricomprare il lettore VHS. Però son veramente malato di Dragon Ball. Il mio personaggio preferito è Goku. Avevo trovato un gatto in mezzo alla strada, l’avevo salvato ed è durato tre giorni poi è scappato, non so dove, ma l’avevo chiamato Goku. La storia di Dragon Ball è bellissima. Visto che non riuscivo a guardarlo dopo scuola, compravo le cassette e me la guardavo tutta».

Ti piacciono ancora gli anime?

«Adesso meno. Ora in realtà è di moda, però Dragon Ball me lo riguardo sempre, forse in quarantena l’ho rivisto di nuovo però da sempre».

Cinema, serie TV?

«Guardo spesso, in ritiro, in aereo, ovunque nei viaggi guardo un po’ di tutto, non ho un genere preferito come nella musica, vado a giorni. Guardo tanto Netflix, sempre». 

La tua è una passione per gli animali?

«Sì, molto. Mi definisco anche animalista. Sono uno a cui piace seguire queste cose, il lato green di tutto. Ambientalista, in generale. Poi la passione per gli animali c’è, è una cosa che mi fa piacere».

Il primo tatuaggio che hai fatto è stato Goku?

«No, il primo che ho fatto è “You’ll never walk alone”. Non c’entra con la squadra, era riferito alla mia famiglia. Loro mi hanno sempre seguito, ci sono stati sempre e ci saranno sempre». 

Per i tatuaggi: estetica o significato?

«Un po’ entrambi sinceramente. Ne ho un altro con scritto ‘punto famiglia’ sotto il cuore, uno sul braccio è sia geometrico che no, e poi ho un leone, mi ci sento un po’ io e mio padre. Poi ho la Dea della Vittoria, un po’ di storia. Ho anche la tigre, che è un po’ mia sorella o mia mamma, il lato un po’ più femminile: la tigre la vedo un po’ più così. Sono molto legato a loro. Sono sia da un punto di vista simbolico che estetico, detto sinceramente». 

Seedorf dice che questa è la normalità del Milan, stare in alto. Prima era strano vederlo soffrire.

«Il Milan deve tornare alla normalità, ed essere lì in alto».

Redazione Cronache

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