ESCLUSIVA | Una vita tra i pali, Di Gregorio si racconta: «Il Monza, i tatuaggi e quel sogno chiamato Inter»

by Redazione Cronache

di Giacomo A. Galassi

C’è chi la vita la passa in vacanza e chi tra i pali di una porta, preferendo salvare un gol piuttosto che a segnarlo. A questa seconda categoria appartiene Michele Di Gregorio, nuovo portiere del Monza atteso da un’altra grande stagione dopo la scorsa al Pordenone, ma con il pensiero rivolto anche alla squadra che ne detiene il cartellino, quell’Inter nella quale il classe ’97 è cresciuto: «Per me è come una seconda casa. Il sogno è quello di tornare un giorno, poi si vedrà come andranno le cose» racconta in esclusiva a Cronache di Spogliatoio. «Sicuramente intanto devo affrontare lo step Monza nel migliore dei modi. Poi magari tornerò nerazzurro, ma la vita è troppo imprevedibile. Meglio pensare all’oggi».

Una scelta semplice

Una scelta non così difficile da prendere, quella di trasferirsi nella città brianzola: «Il Monza mi ha cercato appena hanno saputo di essere stati promossi in Serie B. Stavo ancora giocando con il Pordenone e ho deciso di concentrarmi sulla fine del campionato ma nel momento in cui ho finito la stagione, io e Carlo (il procuratore, ndr) abbiamo deciso di dare la precedenza a chi aveva manifestato più interesse. A Monza poi il progetto è top: si lavora e si sogna in grande, già in soli 20 giorni l’ho capito. Non ho avuto dubbi sullo scegliere questa piazza». Ha conosciuto il presidente Berlusconi? «Ancora non l’ho sentito, mi sono interfacciato con il dottor Galliani e con il resto della dirigenza e mi hanno fatto una grande impressione. Tatuaggi? Sì, ne ho qualcuno…». Anche se tempo fa disse che i giocatori del Monza non avrebbero dovuto avere barba e tatuaggi? «Per fortuna con me hanno fatto un’eccezione (ride, ndr)».

https://www.instagram.com/p/CE69Tu6jHZM/

Gli obiettivi

Una stagione che lo porterà dove? «L’obiettivo è sempre migliorarsi. Sarò a disposizione del mister e della squadra: la B è un campionato lungo ed impegnativo, ci sarà bisogno di tutti. Io e la squadra vogliamo la stessa cosa che vuole la società: la Serie A. Qua c’è un pacchetto portieri di livello molto alto, visto che con me ci sono anche Lamanna e Sommariva. Questo aiuterà tutti a migliorarsi. C’è un livello altissimo quest’anno. Tra le squadre che sono salite come il Monza e la Reggina, quelle che sono scese come SPAL e Lecce, oltre alle squadre che già sono importanti in Serie B come il Frosinone. Non si potrà mai abbassare la guardia. Non saprei fare una griglia per ora, ma tutte queste sono squadre pericolose».

I ricordi all’Inter

«Negli scorsi anni qualche settimana ad Appiano Gentile l’ho passato. Mi impressionò Handanovic, vivendolo da vicino te ne accorgi: dà sempre il massimo, che sia allenamento o partita. Non è un caso se è arrivato a quei livelli. Il suo atteggiamento fa la differenza».

Lo sprezzo del pericolo

«Ricordo che in carriera ho avuto due episodi particolari con gli infortuni. Il primo con l’Inter Primavera: rientravo da una frattura al naso e mi avevano dato l’ok per giocare con la mascherina. Ma ci vedevo pochissimo e a metà partita me la sono tolta. Il secondo invece fu quando  giocai con un dolore alla mano. Dopo il match feci gli esami e si scoprì una frattura dello scafoide». Possiamo definirlo un portiere sprezzante del pericolo: «Un po’ sì dai (ride, ndr). Ma penso sia anche una questione di ruolo. Per essere portieri non bisogna essere troppo normali o registrati».

https://www.instagram.com/p/CEZD45SJdzA/

Come è diventato portiere

«La scelta risale a quando ero piccolo. Nessuno voleva andare in porta da bambini, ma io mi divertivo tanto a tuffarmi e a togliere il gol all’avversario. Mi dava più piacere che segnare. Il mio allenatore dell’epoca lo capì e cominciò a schierarmi portiere. I momenti più difficili sono quando vinci nettamente e non arrivano mai i palloni. Volevo quasi smettere perché mi annoiavo, poi la mia famiglia ha insistito e ha fatto bene».

Cosa ci vuole per essere un portiere

«Fondamentale è la concentrazione, soprattutto nelle partite in cui non tocchi tante partite. È il momento più difficile per un portiere secondo me. In più bisogna sempre essere pronti ad accogliere nuove visioni. Basti pensare al ruolo del portiere oggi: non basta più saper parare, ora bisogna essere anche bravi ad impostare. E un portiere deve essere sempre pronto a cambiare e migliorarsi».

Cosa gli piace fuori dal calcio

«Mi piacciono tutti gli sport, dalla pallavolo al tennis. Non ho un idolo o un riferimento sportivo extra-calcio, ma mi piace guardare gli atleti che hanno un atteggiamento particolare, che anche nel momento di difficoltà si rialzano. Penso a due professionisti come Zaytsev o Nadal: non è che non sbagliano, è che sono più bravi degli altri a recuperare e a farsi scivolare addosso gli errori».