Francia e Belgio non saranno mai amici

by Nicolò Delvecchio

Francia e Belgio si toccano e si stuzzicano, e come tutti i vicini del mondo si amano e si odiano. I francesi si ritengono superiori (e quando mai…) e trattano gli altri come dei parenti non particolarmente svegli. I belgi, d’altro canto, accusano qualche complesso di inferiorità anche giustificato: nella loro storia hanno avuto tanti artisti, tutti poi “adottati” dagli altri: Rene Magritte, Jacques Brel, Marguerite Yourcenar. E George Simenon, scrittore belga che ha regalato alla storia il personaggio del commissario Maigret, ne ha ambientato le avventure dall’altro lato del confine. Da qui anche un altro luogo comune francese, quello per cui non esistono belgi famosi. La prova? Fino a qualche anno fa, la risposta alla domanda su chi fosse il cantante francese più famoso al mondo sarebbe stata “Stromae”. Che però è di Etterbeek, nella regione di Bruxelles. È anche per questo che i francesi dicono ironicamente che il Belgio «non esiste», ed è per battute come queste che i belgi si offendono e “rosicano”.

Eppure, per quanto da entrambi i lati si vogliono sottolineare le differenze, i due Paesi sono più simili che mai. E non solo perché il Belgio è stata provincia francese sotto Napoleone, che proprio lì – a Waterloo – ha perso la battaglia più importante della sua vita. E nemmeno perché li accomuna una lingua, il francese, parlata dal 41 per cento dei belgi. Entrambe hanno una storia di immigrazione comune: ex potenze occupanti, si sono ritrovate a dover fare i conti con le migliaia di persone giunte dalle vecchie colonie in cerca di un futuro migliore. Spesso emarginati, lasciati in periferia, abbandonati a loro stessi. Nei dintorni di Lione ha iniziato a giocare Karim Benzema, algerino di origini. Nei quartieri poveri di Anversa è cresciuto Romelu Lukaku, radici nel Congo.

Periferie dure, raccontate magistralmente da Mathieu Kassovitz ne L’Odio, del 1995. Il film che ha reso famoso Vincent Cassel è ambientato in una banlieu di Parigi, ma se fosse stato girato ad Anversa sarebbe stato identico. E non si tratta di città a caso: entro pochi chilometri dalla capitale sono cresciuti – tra gli altri – Pogba, Kimpembe, Mbappe. I dintorni della città belga hanno invece formato i Lukaku (anche Jordan, ex Lazio ma uscito dal giro della nazionale), Mousa Dembele, Radja Nainggolan, che proprio lì è tornato dopo tante stagioni in Italia. Molti dei giocatori delle due nazionali si conoscono, si stimano, sono amici. E non solo per aver giocato insieme, ma anche perché provengono da contesti simili. Posti di radicalizzazione e rabbia, e non è un caso che nel 2015, anno dei tremendi attentati degli estremisti islamici in Europa, Francia e Belgio siano stati i Paesi più colpiti. Ma anche terreno fertile per il talento, che se messo sui binari giusti può portare a toccare le vette più alte.

Nel calcio la multiculturalità ha aiutato entrambe. Più la Francia, a guardare i risultati, visto nei due trionfi mondiali del 1998 e del 2018 i Bleus avevano squadre formate da tanti giocatori di origine straniera (da Zidane a Mbappe, da Vieira a Pogba, da Karembeu a Matuidi). Meno il Belgio, che però da anni – anche in maniera abbastanza inspiegabile – è la nazione che guida il ranking Fifa al primo posto. La resa dei conti sarebbe potuta arrivare nel 2018, semifinale dei mondiali di Russia: i Diavoli Rossi erano in palla, probabilmente più freschi, ma alla fine la spuntarono i soliti francesi con gol di Umtiti. «Meglio perdere da belga che vincere con questa Francia», le parole di Eden Hazard (tra l’altro calcisticamente cresciuto in Ligue 1, nel Lille) a fine gara. «Sono l’anti-calcio, non ho mai visto attaccanti giocare così lontani dalla porta», il commento piccato di Thibaut Courtois. Alla fine, però, la nazionale di Deschamps avrebbe portato la coppa à la maison, vincendo la finale contro la Croazia.

Una vittoria che non ha tolto ai francesi la voglia di punzecchiare i cugini: «Questi belgi parlano tanto, ma torneranno presto a casa a mangiare patatine fritte», disse un giornalista dell’Equipe all’inizio degli Europei 2020. Peccato che poi i Bleus abbiano perso agli ottavi contro la Svizzera, risultato che ha portato i belgi scendere in strada, come fosse un successo della nazionale, e a bruciare le bandiere tricolori. Ecco, le patatine fritte: i francesi prendono di mira i vicini per le loro tradizioni… semplici. Loro hanno una delle cucine più elaborate al mondo, gli altri cozze e frites, però conosciute all’estero come French Fries. E l’ironia colpisce anche i simboli del Belgio: da un lato la Torre Eiffel, gli Champs Elysees e l’Arco di Trionfo, dall’altro Manneken Pis (una statua alta 50 centimetri di un bambino che fa la pipì) e l’Atomium, un gigantesco atomo di ferro a due passi dall’Heysel.

Oggi, Francia e Belgio si trovano per la terza volta davanti in un torneo internazionale: la prima nel 1986, finale per il terzo posto del mondiale messicano, vinta dai Bleus. La seconda proprio nel 2018, con lo stesso risultato. In totale, però, le due nazionali si sono affrontate già 74 volte, considerando le tante amichevoli disputate già da inizio ‘900: il bilancio sorride ai Diavoli Rossi, che hanno vinto 30 volte contro 25, ma l’ultimo successo è datato 1981. Questa, in semifinale di Nations League, è probabilmente la partita che conta meno tra quelle ufficiali. Ma entrambe vogliono rifarsi dalla grande delusione di Euro 2020 e i motivi per vincerla, abbiamo visto, sono troppi. E riguardano il calcio solo in piccola parte.