Gabriele Corbo ci ha raccontato com’è giocare in MLS

by Lorenzo Lombardi

Dall’altra parte del mondo, più precisamente da Montréal, Gabriele Corbo, fresco di allenamento mattutino, ci ha raccontato com’è vivere in Canada e giocare in MLS. Questa stagione, dopo il prestito dell’anno scorso, è partita nel modo migliore per il difensore italiano classe 2000: 16 partite giocate, su 17 disponibili, al centro della difesa del Montréal, nono in campionato, ‘abbellite’ da un assist lo rendono uno dei prospetti più interessanti del campionato. «Qua sto ritrovando me stesso e sto vivendo un’esperienza unica. Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo e sto crescendo molto sotto tutti i punti di vista. Questo è un campionato molto tosto, a differenza di quanto si pensa in Italia. Abbiamo una mentalità ancora troppo chiusa a riguardo e lo dimostra anche il fatto che in altre nazioni si inizia a comprare giocatori giovani dalla MLS». Dopo i dubbi e le difficoltà iniziali, oggi Gabriele non ha dubbi ed è convinto di aver fatto la scelta giusta al momento giusto.

Gabriele Corbo, il coraggio di partire e le prime difficoltà

Il suo cartellino era del Bologna, e aveva appena esordito in Serie A, sotto la guida di Mihajilovic, quando è arrivata l’offerta americana: «Il presidente Saputo è proprietario di entrambe le società e devo ringraziarlo enormemente per l’opportunità che mi ha dato. Allo stesso tempo devo tanto anche a Sinisa. Era stato lui a volermi a Bologna e a farmi esordire. Una persona fantastica, di quelle che ti rimangono nel cuore per sempre». Il prestito iniziale, di dodici mesi, è stato accolto con riluttanza da Gabriele, condizionato dagli stereotipi italiani: «Non conoscevo la città e nemmeno il campionato. Poi però, dopo il periodo iniziale di ambientamento, mi sono trovato benissimo, tanto da tornare quest’anno a titolo definitivo». Le difficoltà iniziali sono state causate dalle enormi differenze fisiche e climatiche tra Europa e Canada: «Sono arrivato qua che c’era un freddo assurdo. Temperature che toccavano i -20 gradi. L’America poi è un territorio vasto e spesso ci ritrovavamo a giocare in posti tropicali, con 25/30 gradi, quando da noi era ancora pieno inverno».

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Ha avuto il coraggio di lasciarsi tutto alle spalle, compresa la sua famiglia, per partire verso l’America. Il tempo, insieme al suo lavoro, ha ripagato le sue scelte e lo sta affermando nella massima serie americana, dove sta vivendo un sogno ad occhi aperti: «Grazie alle trasferte di campionato sto girando l’America; stadi stupendi, sempre pieni, situati in città meravigliose come Los Angeles e New York. La città che mi ha stupito di più è stata però Vancouver, bellissima e con uno stadio polifunzionale da 50’000 posti».

La crescita della MLS

Al momento della decisione, la scorsa estate, Gabriele aveva anche diverse proposte dalla Serie B italiana, ma nessuna gli ha fatto cambiare idea. Gli stimoli, calcistici e soprattutto umani, che un ragazzo di ventidue anni può avere nella nostra serie cadetta non possono essere comparabili a ciò che offre l’America. «A livello umano qua ho trovato persone fantastiche, molto aperte e disponibili ad aiutarmi; la stessa cosa vale per i miei compagni con cui mi sono trovato subito molto bene. Su tutti Wanyama, ex Tottenham, è come un fratello per me. A livello calcistico non ho trovato grosse differenze; forse qua si cura un po’ meno la tattica, soprattutto in fase di non possesso ma rimane comunque un campionato in forte crescita». In Europa i club stanno iniziando a guardare con più interesse al campionato oltreoceano; sono diversi gli esempi di ragazzi che si sono affermati in Europa dopo una parentesi americana. Gli arrivi, per la prossima stagione, di Messi e Busquets, per citarne due, hanno fatto crescere a dismisura l’aspettativa sul campionato americano. Si parla di stadi sold-out già da adesso e si inizia a pensare, come solo gli americani sanno fare, a che eventi speciali organizzare per queste partite. «Qua si vive in maniera diversa il calcio, soprattutto nel ‘matchday’. C’è meno ossessione per il risultato; in parte dettata dal fatto che non si retrocede. In Italia siamo abituati a ricevere fischi anche per un gol preso o per un pareggio. Qui c’è molta meno pressione e questo ci permette di giocare più liberi e spensierati».

Il legame con l’Italia e con Spezia

L’aria di casa al momento non è cosi necessaria. La sua, calcistica, è La Spezia, dove Gabriele ha passato 4 anni e mezzo, esordendo anche in Serie B. «A La Spezia devo tutto. Li ho trovato persone eccezionali a cui sono ancora legato e con cui sono in contatto, come mister Corallo». Il legame giovanile con Spezia lo ha portato, a 18 anni, a rifiutare un possibile passaggio al Bayern Monaco, che avrebbe rappresentato un cambiamento radicale, per la sua vita e per la sua carriera. «Ero stato là una settimana; andata benissimo, tanto che il Bayern voleva tenermi. Io però, avevo dato la mia parola allo Spezia, che all’epoca rappresentava casa mia, e ho mantenuto la promessa, rimanendo lì».

Dopo alcuni anni non facili, trascorsi tra A e B in Italia, Gabriele sta vivendo al massimo questa esperienza di vita e sta crescendo come uomo, prima che calciatore. Sogna di affermarsi, aiutando la sua squadra a vincere un trofeo, e chissà, un giorno, di poter tornare in Italia, da protagonista.