Da Varese alla Mongolia. Le avventure di Ratto, il “portiere filosofo”

by Matteo Albanese

Il primo calciatore italiano professionista in Mongolia ha un soprannome curioso. Giacomo Ratto ha 35 anni ed è per molti “il portiere filosofo”. «L’ha coniato il mio allenatore in Mongolia, Rodrigo Hernando, definisce realmente chi sono io e quello che è il mio viaggio. Ho sempre avuto uno spirito avventuriero sin da bambino. Ma non ho mai ponderato di fare tutto questo…». Da Varese in giro per il mondo. La sua pagina Wikipedia è presente in tre lingue ma non in italiano: «In spagnolo l’ho controllata, non è fatta benissimo. In inglese è ottima, in arabo non ho idea perché non lo conosco…», racconta Ratto a Cronache. Ambasciatore del calcio nostrano, decide di fare il portiere nel 1994: «Quando ho visto Marchegiani al Mondiale contro la Norvegia, ho preso la mia decisione: volevo fare questo nella vita. Non so perché, è stata una scelta estemporanea». Il vero ispiratore di Ratto è però un altro: «Ti ricordi Bora Milutinović? Se lui ha allenato in Costa Rica, Nigeria, Iraq, Cina, Messico, ecc. ecc. – mi sono detto – perché un giocatore non può giocare in altri continenti?». Detto, fatto.

 

Giacomo Ratto, da Varese a Malta

Giacomo Ratto nasce nel 1986 a Varese: «Inizio a giocare qui, ma non arrivo in prima squadra perché sostanzialmente non sono molto alto. Nel 2006 c’è il mio primo spartiacque: posso scegliere tra la Serie D e il dilettantismo. La Serie D è semiprofessionistica, c’è chi vive di quello, all’epoca in molti ci giocavano per un discorso di sgravi fiscali. Comunque io scelgo il dilettantismo. In Italia, una volta che ti etichettano come calciatore da certe categorie, non ci esci più…». Nel 2010 la sua prima esperienza all’estero, in Svizzera: «Ma in fondo sta a soli 20 minuti da casa». Poi l’illuminazione: «Ogni domenica riprendo le partite e invio i video in giro per farmi conoscere. Un giorno, scherzando, dico che mi piacerebbe mandare il mio cv in Perù. Fondamentalmente mi ha sempre affascinato l’estero. Scrivo a delle squadre di Malta, non mi risponde nessuno. Manco una. Però giro i miei video alla scuola portieri di Mario Muscat, una leggenda del calcio maltese. Il 26 dicembre 2012 mi chiama il segretario dei Viktoria Wanderers e il 6 gennaio 2013 io sono già sull’isola», racconta a Cronache.

 

 

Pollo fritto e levatacce in Nicaragua

Nel 2013, Giacomo Ratto è a Malta. Nel 2014 cambia tutto: «Completamente dall’altra parte del mondo, in Nicaragua. A Managua c’è una cultura diversa. Partendo dal cibo: il piatto tipico è il gallo pinto, riso e fagioli. A colazione c’è il platano fritto, buonissimo ma tutti i giorni non è salutare. Ci sono compagni che si ingozzano di pollo fritto a un’ora e mezza dalla partita. Se lo faccio io, come minimo vomito in campo…», spiega a Cronache. E prosegue: «Gioco all’UNAN, la squadra dell’Universidad Autónoma. L’allenamento inizia alle 6 di mattina, per il caldo. A volte l’ho saltato, mica riuscivo a svegliarmi! Però è uno spettacolo, ci alleniamo allo Estadio Nacional e all’esordio sono il man of the match della mia squadra. Poi purtroppo mi infortuno e non va come volevo…». Nel 2015 Ratto gioca alle Isole Fiji, nel 2016 a Ulaanbataar, in Mongolia, dove sperimenta la carne cotta su pietra e dorme in una tipica yurta: «A scuola odiavo l’inglese, qui invece lo insegno io ai compagni. Ho imparato da autodidatta anche lo spagnolo». L’Africa la tocca nel 2016: «Sì, Zimbabwe, ma ci gioco solo un torneo». Nel 2017 è la volta della Grecia. Arabia Saudita? Mai: «C’è un ban per i portieri esteri, l’hanno tolto pochi anni fa».

Tra Islanda e conflitti interiori

Nel 2018, Ratto torna a Malta. Nel 2019 parte per l’Islanda: «Ma mica Reykjavík. Vivo a Ísafjördur, 3mila abitanti, a 500 km e cinque ore di macchina dalla capitale. Non riesco ad adattarmi al clima, purtroppo. Alcuni italiani sono venuti addirittura a trovarmi!». Prima della pandemia, il portiere torna quindi a Malta. Oggi a Cronache traccia un bilancio della sua carriera: «Mi piace la storia, visitare i monumenti dei luoghi che frequento, eccetera. Ma il focus è il calcio. Sono lì per lavorare. Se non fai la differenza, ti mandano a casa». Simpatizza Torino, la squadra del nonno, ma tifa Deportivo La Coruña: «Il mio amico Capdevila [campione del mondo 2010, N.d.A] mi ha riservato i biglietti per la mia prima partita al Riazor». E ancora: «È stato un viaggio stupendo, ma ho sempre un conflitto interiore sul me calciatore. Fossi rimasto in Italia, nessuno mi avrebbe intervistato. Mi hanno tagliato fuori. All’estero ho fatto tutto da solo. Quante esperienze impagabili. Penso che non ci sia ricchezza maggiore della conoscenza della Terra in cui viviamo». E se lo dice il “portiere filosofo”, c’è da credergli…