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Cronache di spogliatoio
Il miglior giocatore del campionato argentino ha giocato nell’Arezzo Il miglior giocatore del campionato argentino ha giocato nell’Arezzo
Nell’intervista dopo la finale di Copa de La Liga profesional gli hanno passato un’enorme pinta di birra. L’ha guardata con la faccia di chi... Il miglior giocatore del campionato argentino ha giocato nell’Arezzo

Nell’intervista dopo la finale di Copa de La Liga profesional gli hanno passato un’enorme pinta di birra. L’ha guardata con la faccia di chi non sapeva che farsene e ha pensato che sarebbe stato meglio se gliel’avessero offerta quel pomeriggio, a Craiova, nel 2003. Negli occhi di Luis Miguel Rodríguez, capitano del Colón di Santa Fe che ha  appena vinto il suo primo titolo in 116 anni di storia, c’è la soddisfazione di chi non ha smesso di pensare che il treno non passa una volta sola, basta sedersi in sala d’aspetto. Per tutta l’Argentina ora è il jugador del pueblo, il giocatore del popolo, quello che, con un po’ di retorica, pensa solo al campo e non ai soldi. Per tutti i suoi tifosi, invece, è semplicemente l’uomo della storia. Un po’ improbabile, perché in pochi si sarebbero aspettati che uno basso, un po’ grassottello e con una faccia così ingenua avrebbe regalato loro la più grande soddisfazione calcistica della vita.

 

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Rivincita

Dai provini con Inter e Real Madrid al cantiere. La Pulga, come lo hanno soprannominato, ci ha messo un po’ a prendersi la rivincita sul mondo del calcio. Si è soprattutto tolto un peso. Quel rigore sbagliato nella finale di Copa Sudamericana ad Asunción contro l’Independiente del Valle, davanti a 40mila santafesini, era il carico di Atlante che si portava dietro da due anni. Dopo un torneo straordinario, in cui insieme ai compagni ha espresso il miglior calcio del Paese, alzare quella coppa e quella birra è stata una liberazione. Gli amici storici di San Miguel di Tucumán, dove è cresciuto, lo avevano sempre detto: sapeva in cuor suo che avrebbe avuto un’altra occasione.

 

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Un passato in Italia

E pensare che a 13 anni aveva pure smesso con il calcio. Nel 2003 era volato in Italia per giocare nelle giovanili dell’Arezzo, allora in Serie C1 e aveva partecipato al Mundialito, il famoso torneo giovanile internazionale che quell’anno si svolgeva a Gran Canaria. Dopo un test con il Real e un mancato accordo con l’Inter, un agente lo aveva convinto a seguirlo in Romania, per firmare con il Craiova, per una commissione di 500 dollari. Una volta saldato il primo acconto, però, lo aveva lasciato in stazione, senza soldi, un alloggio e da solo in un posto di cui non conosceva nulla, neppure la lingua. In qualche modo Rodríguez era riuscito a tornare in patria, ma ci sono voluti dei mesi e diverse soste. Appena varcata la porta di casa aveva detto a mamma Betty che non avrebbe giocato più. Si era messo a fare il muratore, l’imbianchino e il factotum. C’era da mantenere una famiglia di 10 figli.

 

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Sacrifici

Eppure c’è chi quel sogno, il calcio, l’ha coltivato per lui. I suoi genitori, che ne avevano intuito le doti e non volevano che lavorasse, per non stancarsi troppo. Pocholo, suo padre, nonostante i pochi soldi in casa, gli aveva anche regalato delle scarpette nuove per convincerlo a non mollare. Un’ostinazione che ha pagato. Da lì a poco è arrivata la chiamata del Racing Córdoba e poi quella del Newell’s Old Boys, con cui ha esordito in Primera División. Ma a Rosario non si è trovato benissimo. Poche presenze (18), spesso partendo dalla panchina e tre gol, tra il 2010 e il 2011. La decisione è quindi venuta da sé. Tornare a San Miguel, all’Atlético Tucuman. Non sono stati anni sfortunatissimi, perché ha vinto un paio di campionati di seconda divisione ed è arrivato in finale di Copa Argentina, qualificandosi anche per la Copa Libertadores del 2018. Non è mai diventato però quello che i suoi concittadini gli chiedevano: il giocatore che gli avrebbe condotti a un titolo. Colpa pure della posizione in campo. L’allenatore Ricardo Zielinski lo faceva giocare da seconda punta, limitandone il raggio d’azione e impedendogli quello che tutt’ora gli riesce meglio, liberarsi tra le linee.

Lungimiranza

Chi ha intravisto le sue qualità è stato José Vignatti, presidente del Colón, che tre anni fa gli ha messo davanti un contratto pluriennale. Non male per un ragazzo dell’ ’85. Vignatti da Rodríguez non voleva nient’altro che esprimesse il suo talento. Una squadra che si deve salvare, con minori ambizioni e senza la pressione del pubblico di casa: una confort zone ideale.  L’arrivo a Santa Fe di Eduardo Domínguez, all’inizio di questa stagione, è stata la svolta della sua carriera. L’ex tecnico del Nacional di Montevideo gli ha cambiato ruolo, dicendogli di fare ciò che voleva. L’ha schierato anche da punta centrale, sfruttando la sua abilità nel venire a prendere palla a centrocampo e mandare in profondità i compagni.

Durante la finale contro il Racing, vinta 3-0, tutti si sono appoggiati a lui. Era lui che apriva il gioco, lui che faceva salire gli esterni, lui che dialogava con le punte. Con otto gol e sei assist in quattordici partite li ha trascinati al titolo. Per la nazionale e la Copa America ormai è troppo tardi, ma non per mettersi finalmente sulla mappa, diventando il miglior giocatore del campionato argentino. «La gloria non si compra, non ci sono soldi che spieghino questa felicità» ha spiegato ai giornalisti ch dopo la partita gli hanno chiesto dei premi per il campionato. Quella gioia che ti intontisce e non ti permette neanche di tenere in mano una birra.

Redazione Cronache

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