
di Santiago Giménez

Soy una mezcla.
Se chiedete ai miei nonni: ‘Tifereste per Santiago in un Messico-Argentina?’. Beh, sarebbe tutto da vedere.
La mia storia inizia così: i miei genitori, quando erano giovani, vivevano in Argentina, e io sono nato proprio lì. Poi, quando avevo due anni e mezzo, ci siamo trasferiti in Messico.
È una situazione particolare, non credete: quasi tutta la mia famiglia vive ancora in Argentina, dai nonni agli zii fino ai miei cugini. Mentre i miei genitori e i parenti più stretti sono con me in Messico. Essendo tutti argentini, sento di avere entrambe le culture dentro di me. Fa strano: i miei nonni sono molto patriottici, da parte di mia madre vengono da Buenos Aires, e da parte di mio padre dal Chaco, mentre tutta la mia istruzione è messicana.

Molti qui in Europa non conoscono bene il Messico, ma è un Paese meraviglioso con una cultura unica. Se ci andrete, troverete un cibo incredibile e un aspetto sociale fantastico, perché ti accolgono sempre bene e con il sorriso, che tu sia straniero o messicano ti apriranno sempre le porte. E poi ci sono alcune delle migliori spiagge del mondo! I messicani sono legatissimi alle proprie radici, specialmente quelle storiche. Lo vediamo anche nella nostra maglia: siamo legati al passato e cerchiamo di rappresentare la nostra storia in ogni momento, affinché questa non venga dimenticata. In un Paese così appassionato di calcio, portare quelle origini sulla maglia in un Mondiale è qualcosa di incredibile.
Credo che Argentina, Messico e Italia giochino la stessa partita: sono molto simili. Dovete sapere che… ho anche radici italiane, che vengono da mio padre e dai miei nonni, mentre da parte di mia madre ho radici ucraine. Sono una mezcla di tutto, e credo che oggi sia la cosa migliore: un po’ argentino, un altro po’ messicano, un pezzettino italiano e un altro ucraino. Mia nonna mi dice sempre che devo andare a visitare un posto specifico legato alle nostre origini, in provincia di Milano, a circa due ore di distanza da qui.

Mi è sempre piaciuto scoprire e sperimentare. Quando mi sono appassionato al mondo dei videogiochi… ho trovato moglie grazie al mio lato nerd! È una storia incredibile: parlando online abbiamo scoperto di abitare a sole cinque case di distanza! Un colpo di fortuna pazzesco… Siamo usciti, siamo andati a pattinare (ecco un’altra passione) e parlando della vita ci siamo innamorati.
In questi anni ho sempre parlato bene di Milano e del Milan, a prescindere dal fatto che segnassi o meno. Sarò sempre grato alla gente e al club perché mi hanno fatto realizzare un sogno: da bambino, in Messico, ero un grande tifoso rossonero. Ho vissuto l’epoca d’oro e cercavo di vedere tutte le partite, ricordo i derby con l’Inter che guardavo con mio padre, per noi erano come il Barcellona-Real Madrid di oggi, le due squadre più forti del mondo. Avevo le maglie di Kaká e Ronaldinho, e ho ancora le foto di me bambino con la maglia del Milan. Oggi essere qui è incredibile, e sia io che mia moglie ci siamo adattati benissimo a questa città che mi ha sorpreso tanto.
Un momento fondamentale della mia vita è stato a 17 anni. Mi diagnosticarono una trombosi e i medici dissero che il mio futuro nel calcio era a rischio. In quel momento mi sono avvicinato molto a Dio, ho trovato in lui la risposta e la speranza, e alla fine ha fatto il miracolo. Mi sento rinato, come una persona nuova. Ricordo perfettamente quel momento, l’incontro personale con Dio e la sensazione della sua presenza. Sono andato in sala operatoria con la certezza che tutto sarebbe andato bene perché lui era con me. Questo ha reso tutto più facile. Oggi la fede mi dà stabilità emotiva: nei momenti difficili so che la tempesta non durerà per sempre e resto concentrato; quando vivo momenti belli, Dio mi mantiene umile e mi ricorda di non credermi il migliore, perché la vita è fatta di alti e bassi.

In Messico, invece, mi sento quasi un eroe ed è una grande responsabilità. Pochi giocatori messicani arrivano in Europa, quindi sento di dover ispirare i bambini a lottare per i propri sogni. So di avere 130 milioni di persone alle spalle. Una volta al Feyenoord litigai con un mio compagno, il giorno dopo lui mi raccontò che milioni di messicani gli avevano scritto su Instagram per difendermi! Siamo come una squadra che si muove insieme, e io voglio dare tutto per quella maglia verde…

Come quando diventai per tutti “El Bebote”. È nato perché la mia famiglia mi ha sempre chiamato così da quando ero bambino. E un grande amico di mio padre, Tito Villa, che faceva il telecronista in Messico, sapeva di questa cosa. Così, quando iniziai a giocare in prima divisione già sapeva che mi chiamavano così… e io segnai un gol nelle mie prime partite. C’era proprio lui in cabina di commento. Urlò: ‘Gol del Bebote!’. E tutti si chiedevano: ‘Ma chi è il Bebote?’. Da lì la gente ha iniziato a chiamarmi così ed è rimasto scolpito nella mia vita.
In tanti mi chiedono: ‘Perché giri sempre con i cerotti per il naso, las tiritas?’. Tutto è iniziato a Rotterdam, sempre con quel preparatore atletico con cui condividevo le mie colazioni. Facevamo esercizi di respirazione, ghiaccio e altre cose. Quando le misi per la prima volta dissi: ‘Wow, è incredibile come sto respirando bene’. Ho iniziato a correre con la bocca coperta e le strisce al naso e mi sentivo incredibilmente bene. Da lì ho iniziato a giocare con quelle e non le ho più tolte.
Prima di salutarvi, facciamo una foto… ma con le strisce nasali, perché ormai senza non si può fare! Si sente davvero la differenza, ti apre tutto.
“Il contenuto è stato realizzato in collaborazione con adidas e fa parte di una serie sul calcio chiamata “Road to FIFA World Cup 26”. Testo di Donyell Malen e Giacomo Brunetti; Project Management: Giuseppe Lopinto; Fotografie: Francesco Margiotta.