Larrivey racconta: «Tatuaggi, rock e Cagliari. Non mi pento di nulla»

by Matteo Albanese

La fenice rinasce dalle proprie ceneri. Lui invece s’è dovuto trasferire in Cile. Non c’è nulla di casuale. La fenice è infatti uno dei tatuaggi preferiti di Joaquín Oscar Larrivey, che a 37 anni vive oggi la miglior stagione di sempre. Venti gol in 30 partite con l’Universidad de Chile, soltanto in campionato: «Ma ne ho pure fatti quattro in Coppa. Questo è l’anno in cui ho segnato di più in carriera, poi farli a quest’età è tutta un’altra cosa». Il suo viaggio parte da Gualeguay, la città che ha visto nascere Burruchaga, e tocca undici tappe in otto paesi diversi: Cile, Italia, Argentina, Messico, Spagna, Emirati Arabi, Paraguay e Giappone: «Per me viaggiare è una scelta di vita, prima che sportiva – racconta Larrivey a Cronache – non mi pento di nulla, ringrazio per quanto la vita ha offerto a me e alla mia famiglia. Vent’anni in giro per il mondo sono una cosa spettacolare».

 

A tutto Larrivey, partendo da Cagliari

Sono passati nove anni dall’ultima delle sue tre parentesi calcistiche a Cagliari: la prima dall’estate 2007 all’inverno 2009, l’ultima nel 2011/12 in cui è stato capocannoniere dei sardi con 10 reti. Larrivey non dimentica nulla: «Quanti ricordi, soprattutto la gente e i compagni». Ed eccoli: «Su tutti Cossu, Lopez, Daniele Conti, Davide Astori, Ariaudo, anche Sau, Pinilla, Nenê, tutti quanti». Si esprime in un ottimo italiano: «Ma non lo parlo da un po’ di anni», confessa a Cronache. Se questo è il passato, il futuro di Larrivey è invece in panchina: «Sto finendo un corso [presso la Escuela Menotti, N.d.A], mi manca solo un mese. Da anni penso di voler allenare, ma ho tanta voglia di giocare ancora, quindi aspetterò anche se già mi sento pronto». Highlander. Se provi poi a chiedergli la ricetta della pozione magica, El Bati (così soprannominato per la somiglianza con Batistuta) è laconico: «Non ci sono segreti – racconta – però mi alleno come il primo giorno in cui sono arrivato in prima squadra. La grinta è la stessa di sempre». E la famiglia va prima di tutto. Come quando interrompe l’intervista: «Ora devo andare dai miei figli, a giocare con loro». Priorità.

 

Cibo biologico, rock e tatuaggi

Il Larrivey fuori dal campo attenziona tutto nei massimi dettagli. Cibo biologico, frutta di stagione, uova di galline allevate a terra: «Mia moglie cura attentamente l’alimentazione, ne sa molto. Io mi alleno sempre al massimo, però fuori dal campo serve fare attenzione anche al riposo, per essere al 100%». Un segreto però c’è e si chiama Otra Vuelta de Tuerca. È un pezzo di Las Pastillas Del Abuelo, un gruppo di Baires: «È la mia canzone per eccellenza, la ascolto sempre prima di entrare in campo. Ascolto rock da quando sono bambino, come del resto hanno fatto i miei fratelli». Capitolo a parte riguarda i tatuaggi: «Ne ho tanti, ma ormai basta, sono un po’ vecchio per farmene altri». Uno di questi ha un significato speciale. È una parte della sua canzone: «”Siento que el viento me sopla de nuevo. Al oido la frase ideal”. Per me è importante, come la fenice che ho fatto a Cagliari e mi rappresenta al 100%». E se non fosse calcio, per Larrivey sarebbe basket. A Cagliari ha scelto il numero 23, dedica a Michael Jordan: «Ho giocato a pallacanestro fino a 14 anni, ma non sarei diventato un professionista – spiega a Cronache – perché sono basso. Tutti gli sport mi piacciono, ma ogni volta che vedo un canestro non resisto».

 

Gol di testa, Cannavaro e magliette

Che succede il 1° novembre 2014? «Il mio gol più significativo, la prima vittoria al Camp Nou nella storia del Celta Vigo». Battuto il Barcellona di Luis Enrique, dunque, per merito di Larrivey: «Ma di gol importanti ne ho molti altri, tipo la tripletta al mitico San Paolo [il 9 marzo 2012, N.d.A]. Un paio di settimane fa ho segnato il gol numero duecento, ma dico sempre che il più importante è quello che deve ancora arrivare». Sui gol, per l’appunto, la famiglia è divisa. Il padre di Larrivey era soprannominato “cabecita de oro” per i gol di testa, la moglie di Joaquín è invece contraria: «Le fanno paura, ma per me sono i gol più belli. Ogni zuccata vincente è sempre un golaço». Magliette? Tante: «Mi piacciono soprattutto quelle vintage, nella mia collezione ho Cannavaro e Trezeguet, ma anche Xavi e Cristiano Ronaldo». Se gli chiedi quale sia la più importante, non c’è dubbio: «Quella di Messi, perché è il più grande calciatore che abbia mai visto». Lo ha pure battuto, una volta: era il 1° novembre 2014.