Riti, record e fratelli: cos’è stato Simone Inzaghi alla Lazio

by Francesco Pietrella
simone inzaghi lazio

Scomodare Shakespeare per raccontare la Lazio di Inzaghi. Enrico V, atto IV, scena III. «Noi felici, pochi. Noi banda di fratelli. Perché oggi chi verserà il suo sangue con me, quello è mio fratello». Parole chiave: Band of Brothers. Come la serie tv di Steven Spielberg e Tom Hanks di vent’anni fa, primo capolavoro di HBO, l’antitesi del Trono di Spade. Per chi l’ha vista non c’è niente da spiegare, per chi non l’ha fatto – e senza alcun tipo di spoiler – ecco un piccolo plot.

Banda di fratelli

Band of Brothers racconta il rapporto di un gruppo di soldati paracadutisti durante la seconda guerra mondiale. Inquadra il lato duro e crudo del conflitto attraverso gli occhi e le parole del Maggiore Winters (Damian Lewis, quello di Life e Romeo and Juliet). Il tutto è intervallato dalle testimonianze dei soldati stessi prima delle puntate, settantenni con figli e nipoti, veterani della Compagnia Easy, ancora segnati da cicatrici. L’amico perso sul campo, il soldato ucciso in battaglia. Uno di loro chiude l’ultima puntata citando il discorso di Enrico V prima dalla battaglia di Agincourt del 1415. Francia. «Noi pochi, felici. Noi banda di fratelli». Ciò che sono stati Inzaghi e i suoi ragazzi, se traslochiamo nel pallone. Luis Alberto l’ha paragonato a un padre, Immobile ha un legame di quelli forti, Acerbi è stato uno dei suoi fari.

Domani Inzaghi affronterà la Lazio per la prima volta da quando allena. Dopo 23 anni tra campo e panchina ha scelto inseguire un altro sogno all’Inter. Pare che prima della partita andrà sotto la Curva Nord a salutare i suoi vecchi tifosi, ancora delusi da un addio inaspettato, improvviso, avvenuto in una notte dopo aver suonato il clacson a Formello il giorno prima. E dopo l’incontro con la dirigenza al completo. Un messaggio in codice che sa di «tutto ok, ho rinnovato, resto a vita, quando ricominciamo?». Invece no, via a Milano. Lui e Lotito non si parlano da allora. 

Riti e scaramanzie

Cos’è stato Inzaghi allenatore della Lazio? Un moto perpetuo di brividi forti. Adrenalina e istinto. Giacche strappate via e porte distrutte, piedi doloranti e trofei vinti. Una promessa fatta a un ragazzo della Primavera, Gianluca Pollace, che si è ritrovato a guidare la Porsche del mister. «Se avessimo vinto il derby Primavera, allora avrei guidato la sua auto». Così fu, e le chiavi gliele consegnò lo stesso Inzaghi. «Vai piano…». Da giocatore ha vinto lo Scudetto al primo anno, poi ha avuto diversi problemi fisici, soprattutto alla schiena. Gli ex compagni lo descrivono come uno che a 25 anni conosceva tutti gli avversari, le squadre, gli allenatori, proprio come Pippo. Ha lasciato Roma due volte ed è tornato in tempo zero, prima dalla Samp e poi dall’Atalanta. Dopo aver smesso nel 2010 è diventato subito allenatore: Allievi Regionali.

Il primo ritiro l’ha svolto a Rivisondoli, Abruzzo, in un campaccio con ciuffi d’erba sparsi a chiazze e un albergo sgangherato con poche luce. Prima di arrivare all’impianto sportivo c’era da fare un salitone. «Partirò dal basso», disse. I vincenti fanno così: studiano, si preparano, sognano. Lo dicono il Ponte Duca d’Aosta e l’obelisco davanti l’Olimpico: «Ogni volta che passavo lì davanti dicevo a Gaia – al tempo compagna, oggi sua moglie – che avrei allenato in quello stadio». Già sapeva. 

Inzaghi allenatore è soprattutto scaramanzia. Riti. Il mister dei portieri che entra in campo per primo perché «porta bene». Il nodo alla cravatta sempre allo stesso modo. Le cene con lo staff prima dei big match, il vino rosso insieme ai fedelissimi. Tappa fissa tra Allievi e Primavera. Luigi De Sanctis, dirigente tuttofare, con lui fin dal primo ritiro in Abruzzo, ha raccontato perfino delle giacche strappate per dare una scossa ai ragazzi. «Mi ne ha rovinate tre. Tra un tempo e l’altro entrava nello spogliatoio, faceva lo show e poi usciva. Entravano tutti con un altro spirito». Da battaglia. 

Parole da sogno

I record sono tanti: nessuno è stato in panchina per più tempo (251 partite), solo Eriksson ha vinto di più, nessun alto giocatore ha più segnato 4 gol in una partita di Champions o nelle coppe europee (poker al Marsiglia). Nessuno ha mai vinto 11 partite di fila in casa, nessun allenatore aveva mai totalizzato tanti punti in un campionato a 20 squadre e così via. Nel 2019-20 ha riportato a Roma la parola Scudetto. Il sogno, il crederci, il parlarne nei bar o nelle radio, quel «perché no?» rimasto sepolto nei ricordi troppo a lungo, sovrastato da delusioni e sofferenze. Inzaghi è riuscito a riportare la Lazio in Champions dopo 13 anni d’astinenza, centrando un traguardo in cui hanno fallito Ballardini, Reja, Petkovic, Pioli (si fermò ai preliminari a Leverkusen). Ha reso Immobile un bomber da Scarpa d’Oro con 36 gol, Luis Alberto un 10 da estro e fantasia, Milinkovic un sergente di ferro e concretezza, Caicedo un bomber di scorta da Zona Cesarini (anche superato per numero di gol). Ha riportato i tifosi allo stadi: a Lazio-Empoli del 2016, prima gara in casa della sua gestione, c’erano sì e no ventimila tifosi. Contro l’Inter nel 2020, il giorno in cui si portò a -1 dalla Juve, 62 mila e passa.  

Dopo 251 panchine ha detto basta perché è la vita, perché era il momento, perché gli stimoli dicevano altro e forse è giusto così. Tre trofei, il ritorno in Champions, gli ottavi dopo vent’anni , la confort zone resa e leggenda e la storia ribalta, perché Simone – per trent’anni  – è sempre stato il «fratello di Pippo». Sabato sarà un deja vu con una maglia diversa. Sarà il ritorno a casa in smoking scuro, col papillon, chiedendo permesso, perché all’Olimpico c’è un altro inquilino e si chiama Sarri. Giusto anche questo. Sarà il solito squillo a papà Giancarlo o il messaggino a Filippo. «Torno a casa mia, torno dove Inzaghino ha tolto il suffisso». Inzaghi e basta. Sarà Shakespeare. Avversari per un giorno, fratelli per tutta la vita.