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di Federico Macheda

Vorrei vedere cosa avreste fatto voi. Si presenta Ferguson e ti mette sul tavolo la 9 del Manchester United. Non la 91, non la 41. La 9. E accanto ci mette pure una maglia regalo di Cristiano Ronaldo. Chiunque, in quel momento, avrebbe visto cadere le proprie certezze. Specialmente se hai 15 anni e quello che stai vivendo ti sembra parallelo al mondo in cui ogni giorno rincorri il tuo sogno: diventare calciatore. Hai 15 anni, sei in Francia con la Nazionale e lo United batte 7-1 la Roma. Tu sei laziale e leggi “Rooney, Smith, Carrick…”, non puoi che sorridere. E poi al ritorno arriva Sir Alex e ti dà le chiavi del Paradiso.

 

Certo, Paradiso. Facile dirlo adesso. Il primo giorno a Manchester, da solo, volevo tornare indietro. Chiamai David Williams, lo scout dello United che lavorava in Italia, e gli dissi: «Prendimi un volo di ritorno, io qui non resisto un’ora di più». Non conoscevo nessuno, neanche la lingua. E invece che in un hotel, mi avevano messo in una casa, insieme a una famiglia. Chiuso in una stanza piccola, senza neanche il televisore. Nel 2007 non c’erano mica i social. Avevo il mio Nokia e lo consumavo a forza di giocare a Snake. David venne a prendermi in macchina e mi portò al centro commerciale. Quel centro commerciale che mi avrebbe mostrato come sarebbe stata la mia vita. Ma anche questo ve lo spiegherò più tardi. Resta il fatto che io in quel posto così deprimente non volevo starci. Il giorno dopo primo allenamento con le giovanili, David mi presenta chiunque per farmi ambientare. Mmm… dai, resto a vedere l’allenamento della Prima Squadra. Seduto a bordocampo sulle borracce, accanto alla panchina. Giggs, Piqué, Ferdinand, Scholes, Nani, tutti lì a lottare. Io vestito da allenamento. A un certo punto si fa male qualcuno, non ricordo chi, anche perché in quel momento ho iniziato ad andare in trepidazione.

 

Tanto lo sapevo. Chiamarono me. «Dai, metti pantaloncini e scarpe, veloce». Non toccai un pallone. Neanche mezzo. Ma quando finì la partitella andai da David: «Ho cambiato idea, resto». Da quel momento è iniziata la mia Manchester.

 

Come lo sapevo quel giorno. «Se domani Ferguson mi fa entrare, faccio cadere Old Trafford», scrissi a un mio amico. Mi sono chiesto spesso: «Chicco, ma quel gol lo segneresti ancora?». Perché per voi è stato facile giudicare, a me invece sono serviti anni per inghiottire le pressioni, imparare a gestire la caduta di un ragazzo che aveva perso qualsiasi certezza. «Sì Chicco, lo segneresti altre 300.000 volte, perché quello che hai vissuto in quella settimana è unico, incredibile. Ti giri, salti Luke Young e la metti a giro sul secondo palo». Boato.

 

 

 

 

Ero solo un ragazzo della Squadra Riserve. A dire il vero conoscevo il destino della mia selezione, ma non seguivo così tanto i grandi del Manchester United. Al rientro negli spogliatoi gli altri festeggiavano, ma lo facevano in modo particolare. Esuberante, profondo. Venivano da me, mi abbracciavano, mi ringraziavano. Strano. Avevo segnato un gol fondamentale per la vittoria della Premier League e non lo sapevo.

 

Come non sapevo che la mia vita era appena cambiata. Potevo immaginarlo. Non tanto la sera stessa, quando andai con i miei a mangiare in un ristorante italiano. Quanto il giorno dopo, quando insieme a Davide Petrucci, anche lui italiano allo United, andammo come ogni maledetto giorno in quel mega centro commerciale. Così, per passare due ore, anche perché a Manchester non è che ci sia tanto da fare. Non feci in tempo a varcare le porte scorrevoli che due persone mi riconobbero. E poi cinque, dieci, venti, cinquanta. I negozi si svuotavano e una massa sempre più uniforme di gente si avvicinava. La mia prima reazione? «Cazzo». Il giorno prima neanche mi facevano lo sconto, ora chiudevano per farsi la foto con me. In 24 ore.

 

 

 

 

Anche se la fama qualche beneficio lo aveva. Ero 17enne e all’ingresso dei locali mi rimbalzavano sistematicamente. Aspettavo un gancio, qualcuno che dall’interno mettesse una mano sulla mia testa, come in un quadro divino, facendomi entrare. Invece niente, passavo le ore fuori fino a quando non mi veniva sonno. Io e i miei amici, in attesa, come accade agli sfigati. Fino a quel gol. Alla prima serata disponibile, gli stessi bodyguard che non mi facevano entrare si spintonavano per proteggermi all’interno del locale.

 

Venivo da 6 mesi buoni con lo United e Ferguson mi disse di non andare in Italia. Mi consigliò di andare in prestito in Inghilterra, così poteva tenermi d’occhio. La presi come una cosa facile: «Adesso vado in prestito, spacco tutto e torno qui». Scelsi di tornare a casa, nel mio Paese, e firmai con la Sampdoria. Rifiutai qualsiasi destinazione. Solo che Pazzini venne ceduto e su chi ricaddero tutte le aspettative? Su di me. Un ragazzino che sì, veniva dallo United, ma che ne sapevo delle responsabilità? Non ho mai visto un 19enne che salva una società. La scelta fu sbagliata, aveva ragione Sir Alex. 

 

 

 

 

Far finta di star bene ha un costo. Un prezzo alto che io ho pagato, ma che non ho scelto di pagare. Non è lo stesso prezzo del successo. Quello arriva, ti illude di darti e invece ti ruba tutto. Star bene è una condizione diversa. Ci ripetono che per star bene con gli altri è fondamentale star bene con se stessi. Ecco: io con me, bene, non ci stavo. Ho sofferto, ero a pezzi. Sono arrivato alla fine dell’esperienza con la Sampdoria e la mia figura di calciatore, interiormente, era trasfigurata. La sicurezza si era persuasa di essere indefinita; la convinzione si era sciolta sotto il sole della Riviera; la spensieratezza adesso aveva la maschera della malinconia. A Manchester giocavo una volta ogni tre settimane, al lavoro sporco ci pensavano gli altri. A Genova c’era un casino devastante: non sapevo neanche cosa volesse dire la parola ‘contestazione’. Ero caduto nel baratro. E spesso, quando accade, non sei pronto. Nessuno ti prepara all’eventualità. Non c’è un libretto delle istruzioni per queste fasi della vita. Accade e basta. Tu puoi solo subire.

 

Mi mettevano pressioni, e io le aumentavo. Mi caricavano di aspettative, e io le aumentavo. Mi guardavano e si aspettavano due gol a partita, e io volevo segnarne tre. Ciò che mi aveva reso forte si stava sgretolando dall’interno. Il fuoco che aveva mosso ogni mia scelta, ogni mio gesto, era divampato in un incendio pericoloso, vicino alle parti vitali per le mie emozioni. Ogni pallone che calciavo emetteva un rumore sordo, non il suono che avevo sentito fino a quel momento.

 

 

 

 

Scelsi di scendere di categoria e ripresi a segnare: a Birmingham ero tornato me stesso dopo alcuni prestiti a vuoto. Pensavo di avere in mano la mia carriera. Andai a Cardiff perché c’era Solskjær, mio tecnico nella Squadra Riserve dello United. Presi uno schiaffo: non c’era un Dio del calcio, ma un vero e proprio diavolo. Un diavolo che si era mangiato i miei meriti, si era saziato con la gloria di Manchester e adesso mi guardava, ridendo malignamente, divertendosi a sgretolarmi. Ernia: mi opero. Arrivarono gli infortuni, un calvario dal quale non riuscivo a uscire. Dopo 15 partite e un contratto triennale, decidemmo di separarci. Fui d’accordo, rescindemmo. Non volevo essere un peso. Ero stato fuori troppo, mi dissi: ricomincio.

 

Non avevo fatto i conti con tante cose. La prima: non si vive di rendita, purtroppo. E chi ci riesce, prima o poi cade. La seconda: la mia mentalità era sbagliata. La terza: ero troppo immaturo per capire la seconda. 

 

Rimasi senza contratto e pensai al peggio: se prima ero insicuro, ora ero mentalmente morto. Finito. Spento. Calato il sipario. Sapevo di essere un giocatore importante, ma i fattori che si accumulavano erano diventati insostenibili. Non riuscivo a trovare uno spiraglio per crederci ancora. Firmai con il Novara e aver visto il buio mi fece venire nostalgia della luce, una luce che aveva il volto di Old Trafford e anche un rumore, quello di 80mila tifosi che urlano per me nello stesso istante. Non c’era più il suono metallico della voce del supermercato, non c’erano più le voci di quelli che mi volevano fuori. Avevo attraversato le porte aperte troppo facilmente, capii che erano state nocive.

 

Iniziai un percorso con un mental coach, Nicolò Ferrari. E anche le cose in campo andavano bene. Ne avevo passati troppi di eventi strani, qualcuno doveva intervenire per mettere insieme i miei processi mentali. E quel qualcuno ero io. Certo, non potevo fare tutto da solo, e a farsi aiutare non c’è niente di male. Ammettere una difficoltà è il primo passo per risolverla. Dico che quando la ammetti, sei già a metà strada. Non è l’ostacolo più grande, ma poco ci manca. I miei up and down andavano curati: scelsi questa via senza sapere a cosa andassi incontro. Al massimo non cambia nulla. Ma un cambiamento ti porta a sperimentare cose nuove. E quando va tutto male, l’unica cosa è cambiare tutto. Durante questo periodo tornarono i problemi in campo, ma io dovevo ritrovare me stesso. Pensavo in modo diverso. Non ho mai più perso la strada: tante cose, noi calciatori, non possiamo controllarle. E pur non avendo i risultati dalla mia parte, ora avevo iniziato a essere padrone del mio destino.

 

Ho passato anni a trovare scusanti, a dare la colpa agli altri. Quando ho iniziato a prendermi responsabilità, anche quando non erano mie, la mia vita calcistica è cambiata. Quel gol a Manchester mi ha seguito come uno zombie affamato, ma lo segnerei altre 300.000 volte. L’etichetta era alta, il vociferare sul mio conto esagerato. Ho ancora il cd di quella rete, me lo regalò il Club dopo la partita. In quel CD ci sono felicità, ansia, gioia, panico, bellezza e atteggiamenti dannosi. Tutti racchiusi in un gesto e nelle sue declinazioni successive. Dopo il Novara, con cui ho segnato 4 gol in B, ero nuovamente svincolato e con l’etichetta del ‘fallito’. A chiunque verrebbe voglia di salire sul primo treno che passa. Mi offrirono dei provini a Livorno e Padova. No, stavolta sarò io padrone della mia vita. Rifiutai. Un pazzo? Neanche per sogno. Mi chiamò Nikos Dabizas, il ds del Panathīnaïkos. Eccolo, un treno. Avevo paura che fosse l’ultimo. Lui di attaccanti se ne intende: era stato compagno del mio allenatore a Birmingham e, oltre ad aver vinto l’Europeo con la Grecia, è stato saltato da Bergkamp in uno dei gol più famosi nella storia di questo sport. Sì, lui era quel difensore. E io, di dribbling, me ne intendo. Chiedetelo all’Aston Villa. Mi chiamò tante volte per 2 settimane, e io mi ripetevo: ‘Devi convincerlo con le parole, assecondalo. Devi strappare per forza questa occasione’. Avevo assunto una mentalità vincente. E infatti ho vinto.

 

Rooney aspettava la fine dell’allenamento per migliorare la mia finalizzazione. Giggs mi aveva preso sotto la sua ala: mi riempiva di scherzi e non parlava mai, ma quando lo faceva, tutti lo ascoltavano. Vidic e Ferdinand non conoscevano il significato di allenamento: mi massacravano stringendomi nella loro morsa. Mi raccontavano di quando prendevano in giro Ronaldo per i suoi capelli. Certo, era proprio vero che si vestiva in modo particolare. Aveva un suo stile, ecco. Io, con il mio, sono arrivato qui. Tra alti e bassi, pregi e difetti.

 

Mi hanno chiesto: cosa non rifaresti? Non lo so, ma so cosa farei: quello che sto facendo adesso. Ora, quando scendo in campo, posso dire di non aver rimpianti. Se stai bene con te stesso, le cose vengono da sole.

 

Non è finita qui. Ho appena iniziato.

 

Il vostro goldenboy.