fbpx

di Lorenzo Venuti

C’era il rumore dei tacchetti a fare da colonna sonora principale. Era il suono di tanti passi che non si muovono all’unisono, e che mi ricordano una cosa sola: «Ci siamo Lollo, la partita sta per iniziare. Si va in scena».

 

Quel giorno era diverso. Non che fossi sorpreso, sapevo che avrei giocato titolare. La mattina Daniele Russo, vice-allenatore di Vincenzo Montella, era entrato nella mia camera d’albergo in ritiro per spiegarmi la situazione: «Stasera giochi tu. Biraghi sta partendo per Milano, firma con l’Inter». Il mio battito era accelerato, l’emozione divampava. Forse ero rosso d’emozione, neanche pensai che Cristiano gioca a sinistra e che, quindi, avrei dovuto giocare fuori posizione. Un dettaglio non da poco, se solo non fosse stato un momento speciale.

 

Quel giorno esordivo in Serie A con la mia squadra del cuore. E non in una partita qualunque: la prima di campionato, contro il Napoli, contro uno come Callejon, alla prima volta della nuova proprietà di Rocco Commisso. La trepidazione superava qualsiasi paura. Solo a un particolare non mi ero preparato: lo speaker. Ero nel tunnel fuori dagli spogliatoi e c’erano Badelj, Koulibaly, Mertens, Chiesa. Cercavano la concentrazione, abituati a quegli attimi. Anche per me, a 24 anni, era diventata una routine.

 

«Con il numero 23, Lorenzooo…».

 

«Ve-nu-ti!».

 

A questo non ero preparato.

 

Lo stadio della mia città, i tifosi della mia squadra del cuore, che urlavano il mio nome a squarciagola. E tra quei tifosi c’erano persone che conoscevo, amici, familiari. Tutti per me. Ho avuto un black-out di qualche secondo. Mi sono passati davanti sapori, immagini, odori e suoni del percorso che mi aveva portato lì. Quello era sempre stato il mio obiettivo: giocare nella Fiorentina, in Serie A. Sentivo il cuore pompare commozione, gli arti leggermente immobilizzati e gli scarpini pesanti. Mentre salivo la scalinata che porta al campo, il mio cervello è istintivamente tornato alla prima volta in cui percorsi quella strada.

 

 

Ero un bambino, giocavo nella squadra del mio paesino, l’Ideal Club Incisa. Partecipammo a un torneo provinciale e la finale si sarebbe disputata all’Artemio Franchi. Nello spogliatoio non parlavamo d’altro: un coro di voci bianche che bramava di calcare il campo dei propri idoli. A quella finale ci arrivammo, e da quella stessa scalinata salì il Lorenzo di 7 anni. Due ore dopo si sarebbe giocata Fiorentina-Ascoli e la società ci aveva regalato i biglietti per assistere alla sfida. Segnai 4 gol in quella partita – giocavo attaccante – e alzammo il trofeo: la Fiorentina mi vide e mi prese subito. La mia prima volta allo stadio, non male.

 

Ci sono tornato spesso, avevo l’abbonamento in tribuna laterale. Mentre sbucavo finalmente sul campo, mentre i tifosi si preparavano a Fiorentina-Napoli e l’inno viola risuonava nelle potenti casse dello stadio, ho ripensato al 29 settembre 2009. È quando ho sentito la musichetta della Champions League dal vivo. Facevo il raccattapalle e la Fiorentina di Prandelli – sì, quello che mi sono ritrovato come allenatore anni dopo, pazzesco – affrontava il Liverpool. Una partituccia, insomma! Quando percepisci quelle note, ti cambia la prospettiva. E io ero solo un raccattapalle. Nel momento esatto in cui ero a centrocampo per agitare il telone con il logo della Champions League, una scarica di adrenalina mi pervase. Non oso immaginare cosa significhi giocare una competizione del genere.

 

 

La Champions League l’ho fatta pure qualche mese dopo. Il ricordo più bello, sebbene la vittoria non bastò a eliminare il Bayern Monaco. Il Bayern Monaco di Franck Ribéry. C’è stato un giorno, da grande, in cui mi sono ritrovato con Prandelli e Ribéry nello stesso spogliatoio. Come avrei potuto immaginarlo 10 anni prima? Anche per una questione di età, neanche il più ottimista ci sarebbe riuscito. Mi sono trovato catapultato in un mondo che vedevo come irraggiungibile. Ci ripetevano: «Ragazzi, uno su mille ce la fa». Crescendo, però, cominci a pensare che quell’uno potresti essere tu. Non lo metabolizzi subito, ci sono diversi step che ti avvicinano alla concretezza del risultato. Quando ti fermi a riflettere sotto la doccia pensi: «Cavolo, ne ho fatta di strada». Pensi ai sacrifici, alla gratitudine, al senso d’orgoglio. Anche se prima di tutto mi sono formato come uomo: la persona viene sempre prima del calciatore. Preferisco essere ricordato come Lorenzo, ragazzo dai sani principi e dagli ottimi ideali, che come il Venuti buon giocatore.

 

La persona conta. L’ho capito vedendo l’approccio di Franck all’ambiente di Firenze. Veniva da Monaco, da palcoscenici dorati, e si è adattato con grande umiltà a questa dimensione. Prima dell’esterno che dribbla, mi ha colpito il suo modo di essere. Sempre una parola per tutti. Una persona vera, come ce ne sono poche.

 

 

Recentemente hanno diagnosticato un tumore a mio padre. Ho passato un periodo buio. Non era facile mostrare il sorriso, figuriamoci trovarlo internamente. Quando l’ho saputo mi è crollato il mondo addosso. Ho avuto paura e, in preda alla confusione, ho chiesto delucidazioni anche ai medici della Fiorentina. Li ho presi da una parte, gli ho spiegato la situazione, cercando risposte. Franck era nella stanza accanto e ha sentito tutto, sebbene io non lo sapessi. Mi ha visto nello spogliatoio, triste, e si è seduto accanto a me: «Lorenzo, domani pomeriggio non abbiamo allenamento. Il mister ce lo dà libero. Portami da tuo padre, mi piacerebbe conoscerlo».

 

Fermi tutti. Sono rimasto spiazzato. Non capivo. Ho farfugliato qualcosa e mi si è riempito il cuore. Un gesto non scontato, non richiesto: sincero. Il giorno dopo sono andato a prenderlo in macchina e siamo andati a Incisa Valdarno, un paesino di 6mila abitanti, dalla mia famiglia. Ecco, per me questo significa essere uomini. E non perché si chiama Ribéry, questo è un gesto fatto senza avere niente in cambio, fatto esclusivamente a fin di bene. Tra me e lui, in segreto.

 

La componente umana. Non è facile avere amici nel calcio. Quando sono andato in prestito al Benevento si era creata una colonia di toscani: io, Buzzegoli, Cragno e Camporese. Ci sentiamo sempre. E nella Fiorentina, il ragazzo che posso reputare amico è Federico Ceccherini: è andato via, ma il rapporto è rimasto. Quando è stato ceduto, mi ha spiegato le motivazioni che lo spingevano a cercare una nuova avventura, a fare un’esperienza diversa. Mi ha ripetuto, però, poche parole. Semplici: «Lollo, so che non stai giocando molto, che parti dietro nelle gerarchie. Ma se il tuo sogno è quello di giocare nella Fiorentina, credici fino in fondo. Rimanici attaccato con tutto te stesso. Non mollare mai, fai di tutto».

 

 

Nel bene e nel male, è quello che ho sempre fatto. Ci siamo ritrovati in una situazione di classifica non facile, con lo spettro della retrocessione. L’abbiamo evitata compattandoci, lottando per obiettivi che nessuno si augurava. Sono sceso in campo pensando non a me stesso, ma a tutto il gruppo. Indossavo la maglia e mi ripetevo: «Oggi giochi per la Fiorentina e per coloro che ne fanno parte. Perché se retrocediamo, tante persone potrebbero perdere il posto di lavoro. I magazzinieri, i fisioterapisti, lo staff. Oggi giochi anche per loro, affinché possano svolgere il loro mestiere anche nella prossima stagione e in quelle future».

 

Alcuni di loro erano nella Fiorentina anche quando ero piccolo e andavo ad allenarmi con la Prima Squadra. Non ci cambiavamo con i grandi, avevamo uno stanzino a parte. Adesso è tutto diverso, all’epoca c’era una diversa concezione di queste gerarchie. Non ricordo la motivazione, ma un giorno mi ritrovai a prepararmi insieme al resto della squadra. Era la prima volta, me ne stavo in un angolo e non parlavo. Il posto accanto al mio era occupato dagli indumenti di Luca Toni. Dopo qualche minuto si è presentato, sedendosi. Interagiva con i compagni, e io zitto che li ascoltavo. A un certo punto si è voltato: «Ragazzino, non preoccuparti. Sei accanto a un campione del mondo, sì, ma anche io la mattina vado in bagno come te!». Scoppiammo tutti in una risata.

 

Per me era un sogno condividere quei momenti con loro. Non è semplice essere profeta in patria, soprattutto quando la notorietà arriva precocemente. Ero stato inserito nel reality Calciatori – Giovani Speranze, e avevo acconsentito solo a riprendermi durante le attività calcistiche. Non volevo invasioni nella vita privata. Le prime fotografie me le hanno chieste per questo, ma non mi è mai piaciuto essere riconosciuto come il Lorenzo di MTV. Volevo essere riconosciuto per il calciatore che sono. Per questo calcolo il mio vero punto di partenza con la Fiorentina quando sono stato confermato in Prima Squadra nel 2019. Prima facevo il ritiro e poi partivo in prestito, ti senti parte dell’ambiente solo parzialmente. La difficoltà di affermarsi dalle proprie parti è proprio questa: far comprendere quando avviene lo step tra giovane e calciatore. Nel cassetto ho sempre avuto il desiderio di tornare, non l’ho mai abbandonato. Quando ho letto il mio nome nella rosa per la tournée è stato stupendo.

 

 

Mi sento benvoluto. Ci sono lati positivi e lati negativi nel giocare nella propria squadra del cuore. Spesso sei il primo a essere criticato: «Il ragazzo è cresciuto qui, ci mette il cuore, ma tecnicamente non è al livello degli altri», mi sento dire. Vuoi per come sono fatto, vuoi che sono più le persone che mi vogliono bene e mi apprezzano, facendomi sentire il loro supporto, che cerco di trasformare le critiche in motivazione per ribaltare la loro idea. Avere tifosi che non sono dalla mia parte è solo uno stimolo a far meglio. Ci ho creduto talmente tanto in questa vita che nessuno può togliermela. Alla fine dei conti, quello che raggiunge i propri sogni è quello che ci ha creduto, che ha tenuto duro lungo la strada, senza ridimensionare il percorso facendosi piacere l’obiettivo. Devi amare il processo per arrivare dove vuoi, mettere passione in tutte le difficoltà, e anche nei momenti belli. Non esiste una storia in cui il lieto fine è scritto dall’inizio.

 

Tutto sommato, nelle giovanili era andata bene. Anche se difensore ci sono diventato alle soglie della Primavera, quando ormai ero grande. Intuizione di mister Guidi, che voleva giocare un calcio propositivo. Così da attaccante sono diventato esterno di spinta. E forse è stata la mia fortuna, se avessi continuato là davanti oggi non sarei in Serie A. Segnavo, non che non lo facessi. In un derby contro l’Empoli nei Giovanissimi segnai una tripletta. Passiamo in vantaggio, loro pareggiano, segno ancora e loro pareggiano nuovamente. Poi segno il 3-2 e mi mangio pure il quarto da mezzo metro! Oppure un’altra volta – qui ero più piccolo – quando in un torneo ad Abano Terme feci gol all’Atletico Madrid. Vinsi il premio come ‘Giocatore più Estroso’ della competizione. «Estroso…», come se un bambino conoscesse il significato di questa parola. Lì per lì non sapevo se fosse una cosa bella, oppure una cosa brutta. Dovettero spiegarmi cosa avevo appena vinto.

 

Mi piaceva Batistuta. La mia famiglia non era appassionata di calcio prima che io iniziassi, quindi non ho mai avuto la cultura dell’idolo calcistico. Ma se penso a un poster, penso a quello di Batigol. Lui era il mio riferimento con la Viola, quello che io voglio essere per coloro che inseguono questa maglia. Quando la società organizza la festa per il settore giovanile, ti chiamano a parlare in quanto sei uscito dal vivaio. Mi immedesimo in quelle centinaia di ragazzi che mi osservano, ero uno di loro. Ci parlo come se fossi il loro compagno di banco, non con fare altezzoso. Ricordo quando ero sotto al palco e ascoltavo Babacar, all’epoca in Prima Squadra. Gli spiego che devono crederci e non devono rovinarsi. Spesso i genitori sono la prima condanna dei figli. Tra gli allenatori che ho avuto c’è Claudio Merlo. Un giorno, durante una seduta, fischiò la fine e iniziò a urlare ai genitori che litigavano in tribuna: «Siete la rovina di questi ragazzi!».

 

Al giorno d’oggi è raro vedere un ragazzo riuscire a vestire la maglia della propria squadra del cuore. Io sono cresciuto a pochi chilometri dallo stadio, con la maglia viola addosso. Guardavo i miei modelli dagli spalti. Ora sono uno di loro.