fbpx

di Matteo Pessina

«Can you sign me an autograph?».

 

«Ma come?!», è la prima reazione che ho avuto. Sarà stata la tensione del momento, ma quella frase mi portò fuori dal contesto. L’estate stava entrando nel vivo, c’erano circa 28 gradi e un ventilatore girava vicino alla porta celeste, il celeste tipico delle scuole. A chiedermi quell’autografo non era stato un tifoso, o un ragazzo che sogna di raggiungere la Serie A, ma la professoressa d’inglese della commissione della Maturità. Avevo qualche presenza nel Monza e, da membro esterno, le avevano detto che facevo il calciatore. Pensai: «Sì, ok… ma potevi chiedermelo anche dopo». Ho sempre detestato essere inquadrato come giocatore di calcio all’interno dell’ambiente scolastico. I risultati me li sono guadagnati da solo, anche per questo ho scelto la Luiss come università.

 

Lo ricordo ancora: mi aveva domandato qualcosa su Winston Churchill, Primo Ministro del Regno Unito durante la Seconda Guerra Mondiale. Qualcosa a riguardo della sua politica internazionale. Quella richiesta così particolare mi aveva totalmente preso in contropiede. Anche se, devo essere sincero, sono arrivato all’Esame di Maturità con pochissima pressione addosso: a quell’età, solitamente è lo scalino più importante che hai affrontato nella tua vita fino a quel momento; io avevo già giocato davanti a 30mila persone e, fidatevi, avevo imparato in un colpo solo a gestire stress e nervosismo. La quinta l’ho fatta in giro tra Lecce e Catania, l’esame presso il mio liceo di Monza, con i miei compagni. Il calcio mi ha sempre accompagnato nelle tappe della mia esistenza, siamo andati a prenderci gioie e dolori sempre a braccetto. Una coppia romantica che sa essere romantica a modo suo.

 

 

 

 

Il giorno dell’orale non c’erano 30mila persone davanti a me, solo i 10 membri della commissione e l’orologio che incombeva. «Pessina deve essere il primo a sostenere la prova orale, alle 9 in punto!», e c’era un motivo ben preciso. Ero stato convocato per l’Europeo Under-19 e la partenza era prevista proprio per quel pomeriggio. Alla fine dell’orale non ebbi neanche il tempo per festeggiare: l’Italia chiamava. Vedete, la mia vita è sempre stata segnata dal calcio. Aver iniziato a gestire le pressioni fin da adolescente mi ha aiutato, nella vita, a mantenere la calma in tutte le situazioni. È uno dei migliori assist che io abbia mai ricevuto. Devi saperlo cogliere, non lasciare che ti logori. Quest’annata è stata complicata, non sono stato a casa per più di due giorni consecutivi. Il calendario era davvero fitto. Non sono riuscito ad aver costanza per lo studio e mi è dispiaciuto, ma non mollo. Ho dato qualche esame. Quando viaggi per andare in trasferta non riesci a metterti sui libri, non hai molto tempo. Sei concentrato sulla partita e gli step che portano a essa.

 

Sono convinto del percorso di studi che ho intrapreso. Non frequento le lezioni, chiaramente, ma mi reco in sede a Roma per svolgere gli esami. Ciò che mi piace è che sono trattato come gli altri, senza favoritismi e senza sentire che il mio cammino è facilitato grazie al mio status. Il giorno dell’esame di Statistica sono arrivato davanti alla Luiss e ho chiesto quale fosse l’aula. C’era un agente nella guardiola e mi ha chiesto il badge, altrimenti non avrebbe potuto farmi entrare. Gli ho spiegato: «Io non ho il badge, non frequentando non mi è stato mai inviato». La guardia non voleva farmi entrare, non ne voleva sapere. Ho chiamato il tutor che l’università mette a disposizione dei non frequentanti per illustrargli la situazione e risolvere il fraintendimento. Dopo qualche minuto è arrivato il direttore, tutto trafelato, e la sbarra si è alzata. La guardia era imbarazzatissima per non avermi conosciuto, mi è dispiaciuto tantissimo perché è una cosa normale. Se non ti piace il calcio non c’è niente di male, ma è stato davvero bizzarro. Un momento di pura normalità che avrebbe potuto riguardare qualsiasi mio coetaneo.

 

 

 

A volte mi hanno chiesto: «Hai più tensione alla vigilia di una sfida di Champions o prima di un esame?». Come ho detto, ho assimilato fin da subito il concetto di angoscia. Mi piace vivermi l’elettricità di certi momenti e sfruttarla a mio vantaggio. Penso a mia nonna e a Toni Kroos. «Cosa hanno in comune?», vi interrogherete voi. Senza gli insegnamenti di mia nonna non avrei mai trovato la facilità nel preparare una partita contro il Real Madrid. Lei era professoressa nel primo liceo che ho frequentato. Quando sono entrato io, dopo le medie, lei era già in pensione. Insegnava latino, e infatti andavo fortissimo. Non che avessi bisogno delle sue ripetizioni, ma il potenziamento che facevamo insieme il pomeriggio prima del compito era fondamentale. Conosceva i professori, erano stati suoi colleghi, e conoscendoli si immaginava quali versioni avrebbero proposto. Ci fu un giorno, in particolare, in cui mi seguì in un testo di Seneca. Il mattino seguente, il compito era proprio quello! Lo consegnai in 10 minuti e il prof sbalordito mi chiese: «Pessina, ma come diavolo hai fatto?!». La mia risposta fu lapidaria: «Semplice prof, l’ho fatto ieri con mia nonna».

 

Ho appreso come modellare tutti i particolari di una determinata situazione. Quindi, quando mi sono trovato in mezzo a quei due, Modric e Kroos, ero già allenato mentalmente. Toni è uno dei miei idoli. E poi… come la fanno girare loro, nessun altro. Sono a quel livello da un decennio, formidabili. C’è stato un attimo, nel secondo tempo, in cui il pallone è terminato fuori e sono entrati i medici per soccorrere un calciatore del Real. Mi sono avvicinato e gli ho detto spontaneamente in inglese: «Ciao, devi sapere che per me sei uno dei giocatori più forti in circolazione. Io mi ispiro a te, ci tenevo a dirtelo». Lui mi ha ringraziato con grande stile. Dopo la partita è venuto a cercarmi negli spogliatoi per regalarmi la sua maglietta, scambiandocela. Era rimasto colpito.

 

 

 

 

Mi piace buttarmi con le lingue. Nello spogliatoio utilizziamo prevalentemente l’italiano, l’inglese e il tedesco. Il latino, purtroppo, non lo posso parlare con nessuno, era una materia che mi veniva abbastanza facile e la trovavo divertente. Però, certo, non la tieni viva. Grazie a lei ho conosciuto Stefano Motta. Lo chiamo ancora «Prof», nonostante il nostro rapporto. Sembra un film: l’insegnante a cui non frega assolutamente niente di calcio e l’alunno calciatore. Nacque un’amicizia che quasi uscivamo insieme. L’ho conosciuto nel secondo liceo che ho frequentato, dalla terza superiore in poi al Collegio Villoresi di Monza. Dopo i primi due anni non mi sentivo capito: mi mettevano pressioni eccessive, senza comprendere le mie esigenze. Ero in rampa di lancio e necessitavo di flessibilità per poter dare il meglio, senza sentirmi obbligato o con un pressing raddoppiato da parte dei professori.

 

Il Prof Motta aveva subito colto il mio modo di essere. Si era accorto di avere davanti un ragazzo diverso, propenso al lavoro, a imparare, a sacrificarsi per avere un percorso di studi normale. Se dovevo uscire mezz’ora prima per andare in trasferta, o entrare un’ora dopo perché ero rientrato tardi da una partita, me lo concedeva senza mai farmelo pesare. A volte faceva delle battute che capivo solo io, ci guardavamo e ridevamo con un cenno d’intesa. Insegnava latino e italiano, ora è diventato preside in un altro istituto. Intraprendente, con idee giovani e un modo di insegnare stimolante, ci sapeva intrattenere. Ha capito che potevo coniugare sport e scuola, che volevo farlo. Sono stato a trovarlo due volte, l’ultima quando giocavo a Verona. L’ho chiamato: «Prof, arrivo». Ha fermato la scuola, organizzando un dibattito tra me e gli alunni in Aula Magna. Bellissimo. Io gli regalo le mie maglie, lui i suoi libri. Scrive, in particolare testi su Manzoni. Un rapporto che spero rimarrà per tutta la vita. Sa che non amo leggere, non gli va giù. Anche se prima o poi cambierò idea, adesso non avrei tempo. Tra il calcio e lo studio, quando stacco la testa mi metto davanti a Netflix e mi addormento in un istante. Mio padre lo ha sempre ripetuto a me e mia sorella: «Sappiate che per voi farò debiti solo per i libri!». E io: «Papà, ti è andata male». Tutte le volte mi dice che anche lui, alla nostra età, non ne aveva voglia. Arrivato ai 30/35 anni, però, qualcosa inizia a stimolarti e sbrani pagine su pagine.

 

Gli ho spiegato il mio obiettivo: accrescere le mie competenze economiche e giuridiche per completare quelle che acquisirò sul campo negli anni. Non voglio entrare in uno staff, sebbene i miei compagni più anziani mi ripetano che neanche loro alla mia età pensavano di farlo, e che adesso vogliono prendere il patentino per allenare. Attualmente la mia strada è abbastanza delineata: mi piacerebbe diventare un dirigente, direttore generale in un club o entrare in federazione. Lavorare nella FIFA o nella UEFA sarebbe una figata. Se affianco la conoscenza finanziaria e societaria a quella calcistica, posso essere un valore aggiunto per una società. Qui a Bergamo abbiamo un esempio lampante di come un calciatore possa evolversi in molto altro: il nostro presidente, Antonio Percassi. Ha disputato oltre 100 partite con l’Atalanta, poi è diventato imprenditore e miliardario. Viene ogni giorno al campo a vedere come si comporta la sua bambina, ci tiene tantissimo e si vede. Il Club è il suo grande amore.

 

 

 

 

La mia vita è fatta di calcio, materia interessante da studiare. Ho avuto come allenatori Juric e Gasperini, due che fanno dello studio la loro forza. Spesso ci sono solo tre giorni per preparare una partita nei dettagli, è interessante analizzare questo sport. Le ore di disegno tecnico a scuola mi rilassavano tantissimo, mi isolavo dal mondo e il tempo mi volava. Il rischio era solo quello di macchiare il foglio con la parte esterna della mano, che passava più volte sul lapis. Il disegno tecnico è applicabile al calcio, tra geometrie, traiettorie e movimenti. Non mi piace pensare che io sia un calciatore che deve staccare la spina e concentrarsi sui libri, attaccando un’altra parte di sé. Mi piace pensare il contrario: sono un ragazzo di 24 anni, uno studente che deve attaccante la testa quando deve giocare. Per me è un lavoro: allenamenti, terapie, dieta, ma sfrutto il tempo per studiare perché non credo sia perso. Non sono momenti vani, anche solo per arricchimento del bagaglio personale. Ti apre la testa, ti serve anche in campo. Ragionare in maniera veloce, la matematica e le scienze ti allenano ancor prima dei muscoli delle gambe con gli esercizi di Gasp. Tutto questo involontariamente ti aiuta sul campo.

 

Juric lo ripeteva sempre a Giuseppe Riso, il mio procuratore: «Vedi, Matteo non ha un tiro potente, nemmeno una tecnica eccezionale, non ha neanche una velocità estrema. Forte di testa? Non particolarmente. Strutturato fisicamente? No. Ma vedi Giuseppe, io nella mia squadra vorrei avere 11 giocatori come lui». Mi aveva fatto ridere, ma anche riflettere. Sia Juric che Gasperini mi hanno sempre fatto i complimenti per la mia intelligenza. Sono due grandi allenatori. Il mister adesso a Zingonia ci ripete sempre che fuori dal campo possiamo fare quello che vogliamo, uscire a ubriacarci, non gli interessa. Vuole solo che quando siamo dentro ai confini del centro sportivo rendiamo al 100%, che lo seguiamo meticolosamente e rendiamo concreti i suoi insegnamenti.

 

 

 

 

Come quella volta in cui mi sono presentato in ritiro con la borsa di PornHub. L’avevo comprata un mese prima con un solo obiettivo: indossarla il primo giorno. Nello spogliatoio sono stato accolto da uno scrosciante applauso e da mille risate. Non mi sarei mai aspettato che PornHub mi scegliesse come testimonial, inviandomi una marea di regali. Io, l’ultimo calciatore prototipo per il loro target: studente e precisino. Questa cosa mi ha fatto ridere, e adesso ho tanti loro gadget.

 

Mi sono conquistato il mio posto nel calcio un mattoncino alla volta. Il mio motto è in latino – chiaramente! – e proviene dall’età classica, attribuito a vari autori che lo utilizzavano: gutta cavat lapidem, la goccia perfora la pietra. Ha due accezioni: una positiva e una negativa. L’ho scoperta durante una versione di latino con il Prof. Voglio dargli una chiave di lettura che rispecchia la mia filosofia di vita. Sono un ragazzo sereno, un centrocampista tranquillo, non uno da copertina. Da ragazzo non volevo farmi vedere in giro, non voglio apparire. Non vivo la vita dell’attaccante, dove se segni sei Dio e se non fai gol non sei nessuno. Sono un centrocampista che silenziosamente si fa sentire, che mette un mattoncino dopo l’altro ogni giorno. Quell’impercettibile ma esistente cambiamento quotidiano. Così mi sono affermato, come uomo e come calciatore.

 

Gli insegnanti del primo liceo che ho frequentato adesso scrivono a mia nonna. Hanno capito che facevo bene a inseguire il sogno di diventare calciatore. Che valeva la pena saltare l’ultima mezz’ora di lezione per andare ad allenarmi mangiando un panino in macchina, che quando entravo un’ora dopo con le occhiaie era perché mi ero allenato fino a tardi. Mi ripetevano: «Eeh uno su un milioone ce la fa!».

 

Sono io, eccomi.