L’incredibile storia del Pepe dell’All Boys

by Redazione Cronache

Se ti chiami All Boys (tutti ragazzi, ndr) e hai nel collettivo la tua essenza, dipendere quasi interamente da una sola persona è un paradosso. Eppure se vuoi essere  promosso in Primera división argentina per la prima volta dopo sette anni ti devi affidare all’uomo che ti ha ci ha portato nel 2010 e ti ha fatto retrocedere tre anni più tardi. Lui si chiama Pepe. Non è il nome vero, ma è quello della calle, della strada, perché se vivi a Floresta, sud di Buenos Aires e non hai i piedi buoni, impari a conoscerla presto. Pepe, che all’anagrafe fa José Santos Romero, da quelle parti è un personaggio di culto.

L’uomo nuovo?

Uno di quelli che ha cominciato presto a lavorare. Il debutto in prima squadra, a sedici anni. Si dice eh, anche perché a casa sua il certificato di nascita era un po’ come le bollette, finiva sempre in fondo al cassetto. Già  da quattro stagioni si allenava con la prima squadra e aveva messo su un po’ di muscoli. L’esordio arriva nel marzo del 1968 ed è di quelli impattanti. Nel giro di tre anni e mezzo porta l’Albo in Primera división. Una promozione conquistata battendo il Rosario Central per 2-0 all’ultima giornata, nel 1972.

Sette vite

Nel marzo successivo, quando dall’Europa qualche testa aveva già cominciato a girare, un brutta botta all’ernia del disco subita contro l’Estudiantes mette il tasto stop alla sua carriera. Troppo grave il danno per le possibilità mediche di allora. Eppure il Rosario Central è il club del suo destino e lo capirà quasi 40 anni dopo, da allenatore. Non inizia subito in panchina, va a fare esperienza. Giovanili? Una specie. Come ricordato da Simone Galeotti in “Storie d’ordinaria argentina”, va all’istituto di correzione minorile San Jose Obrero di Caseros. Una scelta che gli sarà poi utile nella gestione del gruppo. Con quello attuale, sono sei i suoi ritorni all’All Boys, l’Itaca, da cui, però, non è mai partito. Quest’anno però è tutto diverso, perché la squadra viaggia bene e si trova in piena zona play-off, con la chance concreta di ripetere l’ultima promozione, undici anni fa, nei play-off contro il Central, ovviamente.

Rosariazo

L’andata a Floresta, il 19 maggio. Pronti via e 1-0 con un gol di Matos, tutto tranquillo. Mica tanto, perché un colpo di testa di Nicolás Burdisso nel recupero restituisce l’illusione ai Canallas. Una doccia fredda, come la pioggia che si è abbattuta sul Gigante de Arroyto cinque giorni dopo. Non abbastanza da fermare cinquemila tifosi ospiti. Praticamente si era spostato mezzo quartiere. L’All Boys se la gioca alla pari  va avanti con una girata di Vieytes. Il Central ci prova un paio di volte con l’ex Genoa Luciano Figueroa, ma senza successo.  Al 42 ‘Campodónico recupera un ribattuta dentro l’area e scatena la follia in tribuna. 2-0 e all’intervallo. A metà ripresa il K.O: tiro preciso di Cristian Vella e 0-3.

Lo stadio si divide in due:  i tifosi del Central che insultano giocatori, avversari, dirigenti e pure i parenti che li hanno convinti a tifare quei colori. Dall’altra parte, la festa. Un sogno, anzi il sogno, come l’avevano chiamato in quella settimana, durato fino al Clausura 2012. Pochi anni è vero, ma con la soddisfazione di essere ricordati per il terzo grande -azo della storia del calcio sudamericano. Dopo il Maracanazo e il Mineirazo, infatti, c’è il Rosariazo.

I ragazzi

Un match che sarebbe piaciuto anche a Don Vicente. Un figlio di italiani (sul documento c’è scritto Ciccotta) che 97 anni prima aveva comprato le assi di legno per ricoprire la tribunetta del primo campo. 15 marzo 1913. Vicente, insieme all’Ernesto, il Sifredi, il Boeri, il Bonanni e il Molina, fonda il Club Atlético All Boys. Una società per ragazzi, fondata da ragazzi. Da tutti ragazzi, All Boys. Che fa del collettivo, oltre all’essenza, anche l’esistenza, ma che per fede si deve affidare a un papa, o meglio a un Pepe, solo.