La storia infinita tra Marcelo e il Real Madrid, l’uomo più titolato del club

by Matteo Albanese
Marcelo

La finale di Champions che il Real Madrid gioca e vince sabato sera a Parigi contro il Liverpool di Jurgen Klopp è l’ultima partita di Marcelo coi Blancos. Lo sa bene Benzema, che difatti – al termine della partita decisa da Vinícius – lascia la coppa al compagno di club. Marcelo alza la Decimocuarta, ovvero la 14° Champions League delle Merengues. Cliché. Nel 2014, a Lisbona, i Blancos vincono la Decima nel derby di Madrid. In panchina c’è Ancelotti e in campo Marcelo, che al 118’ segna il gol del 3-1 con una straripante cavalcata e slalom su un esausto Juanfran (Ronaldo farà 4-1 su rigore). Altri tempi. Marcelo ha 34 anni compiuti il 12 maggio, e un contratto che scade il 30 giugno. Sarà addio: «No me van a renovar», ha confidato all’amico Lucas Vázquez. Così il capelluto brasiliano tornerà al Fluminense, che nel 2007 aveva lasciato per Madrid. Sarà la splendida chiusura di un cerchio, per l’uomo più titolato nella storia del Real.

 

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«Avevo un po’ di paura…»

In una recente intervista a El Hormiguero, Marcelo si racconta. Parte dal 14 novembre 2006, quando il Real offre al Fluminense 5,5 milioni di euro e a lui, maggiorenne, un contratto di sei anni: «Ero col mio agente a vedere Valdebebas [dove s’allena il Real], avevo ancora tutte le mie cose in Brasile. Mi hanno portato al Bernabéu, ho visto Beckham, e subito dopo in un negozio per farmi fare un abito su misura. Non ne avevo mai indossato uno in vita mia… Capello mi ha chiesto se volessi restare fino a Natale, ma avevo un po’ di paura. Sono tornato in Brasile». Fabio Capello capisce Marcelo e lo dispensa da troppi compiti difensivi. In cambio ottiene un’impressionante freccia mancina. Futebol bailado, sì. Misto a rock ‘n roll, come scrive Jesús Gallego su As. E l’Italia è in qualche modo nel destino di Marcelo. Che debutta nel 2007 da adolescente sotto Capello e saluta il Real nel 2022 da adulto sotto Carlo Ancelotti. E dice: «Non voglio una statua, tutti sanno il mio amore per questo club».

 

Marcelo, il Real, CR7

Se non fosse per Karim Benzema – di cui abbiamo intervistato il primo allenatore – Marcelo sarebbe pure lo straniero con più presenze del Real Madrid. Via ai numeri: 545 partite, 32 gol e 93 assist: «La sua carriera è migliore della mia», dice senza mezzi termini Roberto Carlos a Marca. È il 7 gennaio 2007 quando un terzino sinistro brasiliano 19enne debutta timidamente in un Real Madrid che perde 2-0 in trasferta col Deportivo de La Coruña. In quella rosa ci sono Cannavaro e Cassano, Gago e Guti, Raúl e il compianto Reyes. Roberto Carlos c’è, ma parte in estate, per la Turchia. Marcelo, che da piccolo ha giocato a futsal, finisce pure a giocare da ala. A Madrid arrivano Cristiano Ronaldo (2009) e Mourinho (2010), con cui il brasiliano torna terzino e migliora in fase difensiva. Dall’estate scorsa, con Sergio Ramos finito al PSG, Marcelo è pure capitano del Real Madrid: il primo straniero dal 1904. A fine stagione, l’addio. Da uomo più titolato nella storia dei Blancos, con 25 trofei: 5 Champions League, 4 Mondiali per Club, 3 Supercoppe Europee, 6 volte La Liga, 2 Cope del Rey e 5 Supercoppe di Spagna.

«L’auto con cui mi portava agli allenamenti…»

Marcelo è un’icona madrinista. Vive tanti Real. Da Capello a Bernd Schuster, quindi Pellegrini e José Mourinho fino ad Ancelotti, Benítez, Zidane, Lopetegui, Solari, ancora Zidane e ancora Ancelotti. Prima, Marcelo prende il posto di Fábio Coentrão – che oggi ha avviato un business di pescherecci – e si guadagna la titolarità. Poi, dall’estate 2019 a questa parte, quando cioè il Real Madrid prende Ferland Mendy dal Lione, Marcelo gioca meno: 15, 16 e 12 presenze in campionato nelle ultime tre stagioni, dopo anni di titolarità fissa. Fa parte del gioco. «Non chiedermi dei tatuaggi», recita la bio di Marcelo su Twitter. Una bella storia: suo nonno Pedro Vieira lo ha motivato e sostenuto finanziariamente affinché continuasse a giocare a calcio. Da Catete, un quartiere a sud di Rio de Janeiro, alla Casa Blanca: «Mio nonno ha sempre creduto in me. Ha fatto tutto il possibile per vedermi giocare da professionista. Tra i miei tatuaggi, c’è l’auto con cui mi portava agli allenamenti».