Micaletto, da Roma agli Usa: «Il college, Miami e il sogno Mls»

by Matteo Albanese
micaletto

Non è da tutti diventare una leggenda del proprio club a 26 anni. Eppure Marco Micaletto, trequartista italiano, romano de’ Roma, ce l’ha fatta negli Stati Uniti. A Statesbora. 33mila abitanti, in Georgia: «Devo essere onesto – ride – è un onore, ma a essere una leggenda di un club nato tre anni prima non credo ci volesse tantissimo». Qui Micaletto gioca quattro anni, 85 presenze e 26 gol di cui 11 la stagione scorsa. Ora si racconta a Cronache: «Io e il presidente giocavamo a golf due o tre volte la settimana, i tifosi venivano sotto casa mia per mostrarmi che avevano comprato la nuova macchina. Cose strane». Welcome to soccer. Che voglia dire, lo spiega lui: «Allora, qui il calcio funzionava così, praticamente c’erano MLS, la seconda categoria – USL Championship – e la USL League One. Ora la MLS ha deciso di creare un campionato B proprio. Per i club della USL non è stato un bel regalo, diciamo. Dovevano competere coi soldi che hanno in MLS, è difficile. Come in Spagna, hai Real Madrid e Real Castilla, Barçellona e Barça B». Tutta un’altra storia.

 

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Micaletto, Roma e un aereo…

«Papà lavorava in aeronautica, gestiva i computer in Inghilterra presso la Stazione metereologica europea». Micaletto si racconta: «Avevo 8 o 9 anni. Me ne sono andato da piccolo, mi manca l’Italia». Un assist gli arriva proprio dal padre: «Con la Brexit, hanno spostato la Stazione a Bologna. È tornato da poco in Italia. A me piacerebbe seguirlo, come si vive il calcio nello Stivale non si vive da nessun’altra parte». In che squadra giocherebbe più volentieri? «Lecce. Tutta la mia famiglia è di un paesino di nome Taviano, vicino appunto a Lecce. I giallorossi quest’anno stanno pure andando bene e sono la squadra di mio papà, sono contento per loro». Nel c.v. di Micaletto, comunque, c’è tanta Inghilterra. Southampton, Brentford, il College a Bradfield. E via negli States, prima Georgia (Young Harris College), poi Ohio (University of Akron). Tante avventure. Come quando entra nella cabina di pilotaggio un aereo, col compagno di squadra Connor Antley: «La mamma di Connor, Donna, è una air hostess. Lavorava su un volo che ci portava in Arizona, così ci ha presentato i piloti, che ci hanno mostrato i pulsanti e la cloche», sorride.

 

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«La sfida qui è bella grossa»

In tutto questo, Marco Micaletto ha già parlato a Cronache, in un’intervista del febbraio 2021. Che è cambiato da allora? Tanto. «Beh, sto per sposarmi. In quest’anno sono cresciuto tantissimo. E poi ho cambiato squadra, ero al Tormenta e ora sono nella seconda squadra del Columbus Crew. Sono qui da un mese, la realtà è molto differente, abbiamo un centro sportivo che fa invidia alle migliori facilities di tutto il mondo. Il Columbus Crew è forte, ha vinto due anni fa il campionato. Potevo andare altrove, in prima squadra, ma la sfida qui è bella grossa». Sì, perché anche il Columbus Crew 2 è appena nato, a inizio 2022: «Come ti dicevo, giochiamo in un campionato a parte. Con me, in rosa, ci sono ragazzi giovanissimi, di 18 o 19 anni, e poi chi come me è a inizio o metà carriera, dai 24 ai 26 anni. Vediamo se riusciamo a fare il salto in Major League Soccer…». E spiega: «In Italia ai giovani si mette pressione, in America è l’opposto. Prima dei 21/22 anni non esci dal college, quindi non diventi un professionista. O se lo diventi, sei uno proprio speciale, vai direttamente in prima squadra da qualche parte».

 

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Dalla Champions a Miami beach

Il 24 luglio 2021, Micaletto segna il gol più veloce nella storia della USL League One: «Su rigore, ti spiego. Al Tormenta ero rigorista, ma due settimane prima avevo sbagliato il mio primo rigore. Quel giorno, dopo manco due minuti ne arriva uno. Io, nervosissimo, non avevo nemmeno toccato palla ancora. E niente, m’è annata bene», spiega a Cronache. Ecco, a proposito: «C’ho sto accento romanaccio che proprio non riesco a togliere. Come la passione per la Roma. Ogni volta che torno in Italia, cerco di guardare una partita. L’ultima? Roma-Barcellona 3-0 nel 2018, la notta più bella della mia vita». Che altro dire? «Amo scendere a Miami. Da due anni giochiamo nel nuovo stadio dell’Inter Miami. Quando sei lì, è difficile renderti conto che stai lavorando. Io amo le palme, il sole, la spiaggia. Qui in America le trasferte sono fantastiche: Chicago, Boston, Orlando… Ma calcisticamente parlando, al Miami qualche gol lo faccio sempre, ogni anno…».