Ecco Montipò: «Io, piccolo Milinković, vi racconto l’Islanda…»

by Matteo Albanese

«Perché poi alla fine uno se lo chiede, ma come cavolo è finito in Islanda? Perché ci è andato?». Parla con se stesso Martin Montipò, trequartista classe 2000 che da Reggio Emilia si trasferisce a Ísafjörður. In islandese vuol dire “fiordo dei ghiacci”. Nomen omen: «Da Reykjavík sono praticamente 5 ore di macchina. Essendo a nord, in un fiordo appunto, per attraversarlo mica ci puoi passare in mezzo. Devi viaggiare lungo la costa. Solo a uscire dalla città ci metti due ore e mezza. Poi è tutto dritto. Si dice che gli islandesi non vogliano vivere lì perché è un po’ lontano dalla capitale, poi 3mila abitanti, c’è poco da fare», racconta a Cronache. Lezione di geografia: «Però comunque se tu vai lì per il calcio e vuoi fare quello, alla fine se anche non esci una sera al pub non ti cambia niente. Almeno, per me». Difatti Montipò – 10 presenze in Serie B islandese e due in Coppa nazionale l’anno scorso, con un gol per torneo – gioca nel Vestri, l’ex squadra di un altro italiano: Giacomo Ratto, il portiere giramondo.

 

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Montipò, Reggio Emilia e l’Islanda

E pensare che Martin Montipò nasce a Reggio Emilia. Sua madre è islandese: «Sull’isola sai, ci sono più pecore che abitanti, no? Tutti conoscono tutti, più o meno. Mio zio da giovane ha giocato in due o tre squadre a Reykjavík, poi amici di mio zio… Insomma, col passaparola in un attimo sono arrivato al d.s. di una squadra di Serie A islandese. Non è come in Italia, coi procuratori. Lì se uno è bravo gli danno una chance e lo buttano dentro, come è successo a me», racconta a Cronache. Una scelta, la sua, nata anche dalla pandemia. Perché Montipò cresce nella Primavera del Parma, fa un anno in Serie D – in prestito, al Lentigione – e poi sceglie l’Islanda: «Il CoVID ha fatto la differenza. A 20 anni, se stai fermo un anno, sei penalizzato. Non giocando, perdi la forma. Correre in giardino è diverso dagli allenamenti a calcio. A Lentigione sono stato 7/8 mesi ma sono stato sfortunato, non c’è stata sintonia col mister. Ho giocato poco. Mi sono detto: “E se l’anno prossimo mi ricapita?”. Non potevo rischiare, avevo già perso un anno. Così ho preso il primo volo».

 

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«Sono un po’ quello diverso»

Prima, però, vince il Torneo della città di Cava de Tirreni: «Ero con la Nazionale Under17 della Lega Pro. Mi hanno chiamato un giorno prima del torneo: “Guarda, vuoi venire?”. Va bene. Vado a Salerno, sono l’ultimo arrivato, vinciamo noi. Faccio due gol e un assist, in semifinale. Gioco con la numero 10, ero carichissimo». A proposito di numeri: «L’anno scorso a Vestri avevo il 18, me l’hanno dato loro.  Quest’anno ho preso il 38, l’anno di nascita di mio nonno, spero mi porti fortuna» prosegue Montipò a Cronache. Ma com’è il calcio sull’isola? «Io sono un giocatore tecnico, anche se sono alto. Un piccolo Milinković-Savić, per capirci. Faccio l’esterno o mezzala, ma mi piace giocare trequartista. Quando ero in Primavera o in Serie D e facevo qualche numero, mi attaccavano. Sai quelle regole non scritte, “gioca semplice”, “due tocchi”. Qui gioco tranquillo. Doppio passo, veronica, tocco di suola. La gente fa “ooooh”, perché in Islanda il calcio è fisico. Quando uno fa una giocata non comune, applaudono. Sono un po’ quello diverso, diciamo».

 

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«Come se giocassi con Ibra»

«A Reykjavík da una decina d’anni hanno iniziato a costruire campi indoor. Lì la vita è cara e i salari sono più alti, ma tutte le società in Islanda sono messe economicamente bene. A Ísafjörður ci sono due campi, uno in erba e uno in sintetico, ma all’aperto. Il presidente ci manda a Reykjavík ad allenarci, fino ad aprile. Metti caso che qui un giorno nevica o c’è la bufera, mica rischiamo». Gelo. Ma Martin Montipò, che tifa Reggiana e Milan, ha ancora un aneddoto da sparare a Cronache: «Quando ho giocato contro Sævarsson. I miei compagni lo guardavano con gli occhi a cuore, sai, è un islandese che ha fatto carriera e giocato un Mondiale. Per me era un buon giocatore e basta. E invece mi hanno detto che era come se io giocassi in Serie A con Ibrahimović. A me non faceva effetto, ma per loro sono degli idoli. Ti dico ancora questo. Se vai in giro a Reykjavík e chiedi chi è Halldórsson, ti dicono che è l’islandese che parò il rigore a Messi. Poi sì, è anche un portiere…».