Dai sigari di Foti al dialetto calabrese: sayonara Nakamura, un 10 cult

by Francesco Pietrella
nakamura

L’affare Nakamura ha rischiato di saltare per un pizzicotto sulla guancia. Tokyo, Giappone. All’ultimo piano di un grattacielo di cinquanta piani ci sono il presidente della Reggina Lillo Foti, il boss degli Yokohama Marinos, l’agente Oberto Petricca e una decina di ragazzoni di un metro e 90 stile Matrix vestiti tutti uguali, abito scuro e occhiali a specchio, muti e immobili ai lati della stanza. I classici tipi che eseguono gli ordini. Sul tavolo ci sono le carte per definire l’operazione Nakamura alla Reggina, star in ascesa del calcio giapponese dal mancino d’oro.

Guardie del corpo e sigari

Foti fuma un sigaro dopo l’altro, la stanza è una cappa, così il numero uno degli Yokohama guarda i suoi scagnozzi infastidito, anche nervoso. Una sorta di «mah, questi italiani…». L’affare, però, si concretizza dopo una paio d’ore di chiacchierata. A quel punto Foti si alza, va dal presidente e gli appoggia le mani sulle guance, come se volesse dargli un pizzicotto. O un comune abbraccio per ringraziarlo dell’ospitalità e di avergli regalato un talento. «A quel punto le guardie stavano per intervenire…». L’ha raccontato Petricca un paio di anni fa, parlando dell’ufo Nakamura a Reggio. Il patron aveva inteso male il gesto di Foti, preso dalla sicurezza come un’aggressione. «Per fortuna è andata bene». 

«Non parlava italiano»

Oggi, vent’anni dopo, Nakamura si ritira dopo l’ultima stagione con lo Yokohama FC, riportato in prima divisione a 44 anni. Ha giocato cinque partite, ha sfornato un assist e ora sayonara. Una vita fa, di questi tempi, lo Stretto accoglieva uno dei suoi calciatori cult, un giapponese dai capelli lunghi e lisci che in tre stagioni non ha mai imparato l’italiano. Nakamura viveva nello stesso palazzo di Mozart, altro centrocampista iconico della Reggina anni duemila. Il brasiliano ha raccontato di quanto fosse tirchio. «In tre anni non ha mai pagato una cena. Quant’era forte però, mamma mia…».  Del resto giocava con il numero 10 e ogni punizione era una sentenza. Un solo problema: «Girava con l’interprete».

La punizione allo United

Tale Makoto Kaneko, che poi l’ha seguito anche in Scozia, al Celtic, la parentesi più alta della carriera di Shunsuke, il mago delle punizioni. Una di queste spedisce il Celtic agli ottavi di Champions per la prima volta nella storia nel 2007, sinistro all’incrocio da 30 metri contro il Manchester United. I tifosi del Celtic gli dedicano uno striscione con scritto «You’ll never walk alone», unito a un’immagine di lui che impatta la sfera sopra la bandiera del Giappone. Riservato, introverso, uno di poche parole, ma tutt’altro che timido. Mazzari ha raccontato che in ritiro, dopo un paio di allenamenti, Nakamura andò da lui e gli consigliò quali movimenti dovessero fare i suoi compagni: «Così riesco a esprimermi meglio». Il tutto in un italiano raffazzonato, con frase scritte su un foglio. «Comunicavamo con i geroglifici! Tuttavia, nonostante la barriera linguistica, il ragazzo era una spugna. Dopo dieci minuti capiva tutto». 

Un calciatore cult

Arrivato nel 2002, Nakamura ha salutato Reggio dopo tre 87 presenze e 12 gol in tre stagioni. Pare che vent’anni fa lo volesse anche il Real, ma niente di approfondito. Nel 2005, invece, ha decine di richieste: Germania, Spagna, Italia, perfino la Lazio. Alla fine sceglie il Celtic, dove infila 33 reti in quattro anni. Nel 2008, però, fa arrabbiare gli amaranto. In un’intervista alla Uefa accusa la piazza di razzismo, sostenendo che «per un giapponese non è facile ambientarsi in quel contesto». La città, scossa e incredula, dice che ‘Naka’ è stato trattato come un idolo. Planato come un ufo sul pianeta Serie A, all’inizio viene affidato a Giovanni Morabito, bandiera di Reggio. I due condividono la camera e il tempo libero. Grazie a lui, Shunsuke impara a mangiare la pasta, la pizza e a mandar giù una colazione decente. Capisce che il salato alle 9 di mattina è superfluo, mentre in campo sceglie il numero 10. 

Il dialetto calabrese

In una delle sue prime interviste sottolinea la mancanza dello Yakyimiku, l’arrosto di vitello, come uno dei più grandi crucci. A quei tempi i giapponesi al top erano lui e Nakata, ex fantasista della Roma che oggi vende sakè in giro per il mondo e si interessa più del calcio. Anche lui aveva un interprete. A volte Mutti, ex allenatore della Reggina, era costretto a interrompere le sedute tattiche per far sì che Kaneko gli spiegasse cosa avesse detto il mister. Un altro aneddoto l’ha raccontato Foti: «Lo vedevo battere i calci di punizione trascinando in campo la barriera di ferro, e poi ricominciare». Al di là del buffetto e dei sigari, il presidente lo convinse a firmare… parlandogli in calabrese stretto. «Hai gli attributi o no?», gli disse. Nakamura non capì una parola, ma gli occhi, i gesti e il linguaggio del corpo trasmettevano fiducia. «All’inizio era disorientato – ha raccontato Petricca –, ma poi capii l’entusiasmo». Quindi si va a Reggio. 

Sayonara, Nakamura

Nel 2008, dopo aver vinto sei trofei con il Celtic, ha giochicchiato per sei mesi all’Espanyol e poi è tornato a casa. Sette anni allo Yokohama Marinos, tre allo Jubilo Iwata e infine lo Yokohama FC. Nel mezzo 98 presenze con la nazionale giapponese e due Coppe d’Asia vinte. Il 16 ottobre ha giocato l’ultima partita di una carriera lunga più di due decenni, un quarto d’ora contro lo Zweigen Kanazawa. Un paio di tocchi a centrocampo, un lancio lungo, due movimenti e infine stop, arrivederci. Freddo come la cima del monte Fuji il 15 dicembre, il suo sinistro, almeno a Reggio Calabria, è stato come la fioritura dei ciliegi. È un secolo che sai quando arriva, ma il rosa di quegli alberi ti sorprende ogni volta.