Pasquato a Cronache: «La Juventus è un treno a 400 km/h. Sono andato via per giocare ma dovevo rimanere, anche restando in tribuna»

by Andrea Sperti

di Andrea Sperti

«Intendiamoci, la Juventus è un treno che passa forse una volta nella vita a 400 km/h. Io ero sopra questo treno, ero riuscito a salirci, avevo io la scelta in mano, se rimanere oppure no. A 20 anni ho pensato più al fatto che avrei voluto giocare con maggiore continuità rispetto a quella che avrei trovato. Oggi, a 32 anni, penso che rimanere alla Juventus, facendo anche un anno di tribuna, forse mi sarebbe servito di più, soprattutto per una crescita personale. È anche vero che parlare con il senno di poi è troppo facile, perché magari l’anno successivo avrei fatto 25 gol e la Juventus non avrebbe vinto lo Scudetto. Essere lì, in quell’ambiente, in ogni caso dà stimoli pazzeschi, ma la testa di un ragazzino non è quella di un uomo e va bene così, sono comunque felice della carriera e delle esperienze che ho vissuto».

Parla di un treno in corsa Cristian Pasquato, uno di quelli che passano poche volte nella vita e che devi essere bravo a prendere al volo. I rimpianti ci sono, si percepiscono attraverso le parole dell’ex giocatore della Juventus ma avere la consapevolezza delle proprie scelte è già un passo avanti, il modo migliore per guardare a ieri con serenità.

Che sensazioni hai avuto la prima volta che hai varcato quel cancello e sei entrato nel mondo Juventus?

«Sicuramente all’inizio sembra tutto così semplice e così normale. In realtà, i primi giorni, avendo 14 anni, sono stati difficili. Mi sono trasferito a Torino senza la mia famiglia, vivevo in un albergo con altri ragazzi. con tante personalità diverse ed ogni giorno ci dovevamo rapportare con tanti modi di fare. Pian piano è diventato tutto più semplice ed ho iniziato a capire ciò che davvero era il mondo Juventus. Ecco, quello è un mondo fantastico, credo unico, nel quale ti viene dato tutto quello di cui hai bisogno per crescere».

Con quali compagni di squadra sei rimasto in contatto e chi tra questi è riuscito a costruirsi una carriera da professionista?

«Dei ragazzi con i quali sono cresciuto non sento nessuno in particolare. Ho dei rapporti normali, ogni tanto capita di incontrarci e la cosa fa assolutamente piacere da ambo le parti. Sono arrivati a giocare tra i professionisti Auriado, D’Elia e Castiglia, credo nessun altro di quella formazione».

Il tuo primo trofeo risale al 2007, una Supercoppa Italiana Primavera contro l’Inter di Balotelli. Che giocatore era SuperMario?

«Balotelli era già il giocatore pazzesco che tutti noi conosciamo, quel giocatore che fa la differenza in campo. In quella partita poi giocava contro dei bambini rispetto a lui e quindi è stato ancora più semplice per uno con le sue qualità. Anche con i grandi ha dimostrato, in ogni caso, che ha un talento straordinario e questo nessuno lo potrà negare».

11 maggio 2008, una data da cerchiare in rosso sul tuo calendario. Cosa ricordi di quell’esordio?

«Ricordo un’attesa infinita a centrocampo, il tabellone che segna il numero 34 che entra ed il 10 che esce, con una pioggia di applausi per Del Piero. Ricordo l’abbraccio ed il suo incoraggiamento e poco altro. Purtroppo tutto è durato solo per 30 secondi, ma sono momenti che porterò per sempre con me. Penso che al mio posto avrebbero voluto esserci migliaia di persone per giocare solo 10 secondi e mi ritengo fortunato per questo».

Hai fatto parte di una Juventus piena di campioni. Che aria si respirava in quello spogliatoio e com’è per un giovane allenarsi con giocatori di fama mondiale?

«Nello spogliatoio ero uno di loro. Nessuno ti faceva sentire inferiore, anzi. Tutti ti davano importanza, quella giusta, seppur fossi un giovane e dovevo rispettare regole e dimensioni di quell’ambiente. Quando entri in uno spogliatoio del genere sei attento a tutto: a quello che dici, a come ti muovi e comporti. Ricordo con grande affetto tutti i ragazzi che facevano parte di quel gruppo. Buffon, Pirlo, Chiellini, Barzagli, Bonucci ma un po’ tutti avevano sempre una parola di conforto, di incoraggiamento e da loro ho imparato tanto, anche dal punto di vista umano. C’è un modo diverso di intendere gli allenamenti e le partite e questo ti cambia dentro e poi lo porti dovunque, anche se non fai più parte di quell’ambiente».

L’allenatore di quella Juventus era Claudio Ranieri. Ti hanno stupito i suoi successi?

«Non mi hanno sorpreso per niente le sue vittorie, è un allenatore preparato, nonostante Leicester sia stata una favola del calcio, una di quelle che accade una volta ogni tanto. Credo che sia un grande allenatore, ma soprattutto una grande persona. Allena con la voglia di un ragazzino e non si sente mai arrivato. Questo potrebbe servire a molti tecnici che dopo un successo pensano di essere dei geni».

Hai mai avuto il rimpianto per essere andato via nel momento in cui è iniziato il nuovo ciclo con l’arrivo di  Antonio Conte?

«Che Conte fosse un martello lo sapevamo già tutti, teneva ogni giocatore sul pezzo. Che iniziasse il nuovo ciclo o, meglio, il ciclo questo era solo nei sogni e nelle speranze. La Juve arrivava da due settimi posti e la squadra era comunque più o meno quella. Mister Conte è riuscito a tirare fuori quel qualcosa in più, ciò che riesce a trasmettere a tutte le sue squadre, indipendentemente dalle qualità dei singoli».

Hai deciso di andare via dalla Juventus ed è iniziata una girandola di prestiti in Serie B: raccontaci le varie esperienze vissute tra Modena, Empoli e Trieste.

«Per fortuna il rapporto con allenatori e compagni è stato sempre buono con tutti. A Modena è andata bene più che in altri posti, è stato un anno in cui tutto è girato bene, mi sono divertito tantissimo nonostante la grossa responsabilità che avevo. Lì molto dipendeva da me e quindi questo mi ha fatto sentire importante. Ad Empoli ed a Trieste c’era maggiore concorrenza. In Toscana sono arrivato in un gruppo già formato che veniva dalla Serie A, con giocatori importanti come Lodi, Vannucchi, Eder, Corvia e tanti altri. Anche con la Triestina l’ambiente era caldo ed  i giocatori davanti  molto forti, ma ogni squadra mi ha lasciato qualcosa e mi ha permesso di diventare il calciatore che sono oggi».

Dopo qualche anno arriva un’altra chiamata dalla Serie A, questa volta a Lecce.

«L’esperienza a Lecce è stata straordinaria perché mi ha dato la possibilità di giocare nuovamente in Serie A. Alcuni hanno scritto che non volevo andare in Salento per rimanere alla Juventus ma non è vero. Ho vissuto sei mesi ottimi, in una città fantastica con una qualità di vita molto alta, ma purtroppo spesso si inventano storie pur di creare polemica. A Lecce andrei e tornerei di corsa e chissà che in futuro non possa succedere qualcosa con la società salentina».

Nel Salento sei stato allenato da Di Francesco. Come ti spieghi le sue difficoltà negli ultimi anni?

«Di Francesco è un ottimo allenatore, a Lecce era alla sua prima esperienza in Serie A. In quell’annata è rimasto fino a novembre perché poi è arrivato Cosmi. Quella era una squadra forte ma c’erano parecchi giovani ed in Serie A, molto più che altrove, l’inesperienza si paga a caro prezzo. Poi dopo quella caduta è ripartito da Sassuolo ed è diventato un allenatore importante. Dispiace per le recenti difficoltà, ma fanno parte del gioco e ogni allenatore lo sa prima di firmare».

A Lecce hai avuto come compagni di squadra Muriel e Cuadrado. Erano già così forti?

«Muriel e Cuadrado erano qualcosa di incredibile. Già all’epoca si vedeva che avevamo a che fare con due fenomeni. Luis ha giocato con più continuità da un certo punto del campionato e ci trascinava, nonostante fosse giovanissimo. Oggi vediamo cosa combina con l’Atalanta, la maggior parte delle volte non gioca ma entra e fa sempre gol. Cuadrado, dal canto suo, è diventato una colonna della Juventus. In ogni allenamento rimanevo sbalordito dalle qualità di questi due ragazzi, che all’epoca avevano ancora tanto da imparare ma che già sembrava potessero avere il futuro roseo che poi stanno vivendo».

Un’altra avventura è stata quella a Bologna con mister Pioli in panchina. Pensi che sia stato lui a cambiare questo Milan, portando una mentalità vincente?

«Pioli è un allenatore molto preparato ed a Bologna ha regalato gioie importanti. Prepara molto bene le partite, è determinato ma è soprattutto un grande motivatore, perché chiede tanto ai suoi giocatori ma diventa quasi un padre per ognuno di loro. Oggi sta facendo qualcosa di straordinario con la formazione rossonera. Forse lo si potrebbe paragonare al Leicester di Ranieri ed anche se non dovesse vincere sarebbe comunque una bella favola visto che, prima del suo arrivo, la squadra non aveva una identità chiara e nessuno si aspettava questo rendimento».

Padova, Pescara e nessun’altra chiamata dalla Serie A. Come te lo spieghi?

«A Padova sono andato perché credevo nella bontà del progetto della società. Certamente ho scelto quella squadra spinto dalla voglia di fare il bene della mia città e quindi mi ha fatto doppiamente piacere vestire quella maglia. Quell’anno dovevamo lottare per disputare i play off, poi le cose non sono andate così bene ma rimane comunque una scelta che rifarei. A Pescara, invece, abbiamo vinto il campionato ed io speravo di essermi meritato una riconferma, per rigiocare la Serie A con la maglia della formazione abruzzese. Sinceramente pensavo di rimanere anche nella massima serie ma poi le cose sono andate diversamente. Sono state fatte delle scelte differenti ed io ed il mio procuratore abbiamo preso atto ed abbiamo deciso di andare via».

Sei andato all’estero, prima in Russia e poi in Polonia. Perché hai deciso di cambiare aria?

«Tutto è nato dalla mia voglia di volermi confrontare con un livello successivo rispetto a quello della Serie B. Non sono arrivate offerte dall’Italia e per questo, da pazzo quale ritengo di essere, ho deciso di accettare l’offerta che proveniva dalla Russia per giocare nel massimo campionato russo».

Secondo te in Italia abbiamo un’idea sbagliato riguardo alcuni campionati esteri?

«In molti pensano che andare a giocare in questi campionati significhi allontanarsi dal grande calcio, ma io non sono assolutamente d’accordo con questa idea tutta italiana, che abbiamo solo nel nostro Paese.  Il nostro è o forse era il calcio più bello al mondo, invidiato da tutti, ma alla fine si gioca dovunque a calcio. Non penso sia un fallimento andare in altri campionati per giocare ad alti livelli, anche perché vi assicuro che la qualità c’è in ogni dove. Se andiamo a guardare con attenzione, vediamo che in pochi hanno deciso di andare via. Penso a Criscito, Bocchetti, Lanzafame, Giovinco e pochi altri. È necessario cambiare il punto di vista ed essere aperti ad ogni tipo di offerta. In Russia, tra l’altro, ho trovato un ottimo campionato, con squadre forti come lo Zenit o lo Spartak, tante belle realtà con stadi fantastici e tifosi molto calorosi. Il calcio polacco, invece, è molto più fisico e meno tecnico, sebbene ultimamente stiano venendo fuori tantissimi giocatori polacchi di qualità».

In Polonia ti sei anche regalato la Champions League, seppur sia stato solo una partita di qualificazione.

«Purtroppo non ho potuto vivere il brivido della musichetta della manifestazione e non ho potuto calciare il pallone ufficiale, ma di certo sapere di giocare una sfida di Champions fa sempre un bell’effetto. Sono un tipo di giocatore che prova a vivere ogni partita allo stesso modo, per non caricarmi troppo di ansia ma quella competizione è qualcosa di unico. Andare avanti per una squadra polacca non è per nulla semplice e molto dipende dai sorteggi. Bisognava superare 8 partite in totale e noi non ci siamo riusciti, ma resta comunque il ricordo dell’esperienza vissuta».

Dopo qualche anno hai deciso di ritornare in Italia e lo hai fatto in Serie D. Com’è stato l’impatto con quella realtà?

«Io ho avuto la fortuna di giocare sempre con società importanti, molto organizzate, e la differenza sta proprio lì, nell’organizzazione e nelle strutture che ti vengono messe a disposizione. Devo dire, però, che lo scorso anno a Campodarsego ho trovato una società seria, organizzata, che mi ha messo nelle migliori condizioni per lavorare bene e ritornare in forma. La decisione di tornare in D viene dal fatto che fino ad ottobre non ho ricevuto offerte interessanti ed allora ho deciso di mettermi in gioco. Sono stato chiaro con la società fin da subito dicendo che, se fosse arrivata un’offerta a gennaio, l’avrei valutata. A dire il vero, non mi sono state fatte delle proposte allettanti ed ho scelto di rimanere in Serie D, in un ambiente fantastico ,una squadra che era diventata una famiglia. Abbiamo chiuso prima a causa del Coronavirus ma eravamo al primo posto in campionato ed anche io ho ritrovato forza ed energia per questa stagione, nella quale sono tornato tra i professionisti».

Quest’anno lo stai vivendo a Gubbio in Serie C. Per te è un punto d’arrivo o di partenza per tornare in B?

«Vivo Gubbio e questa esperienza nella speranza che possa diventare un trampolino di lancio per la mia carriera, magari per ritornare nuovamente in cadetteria. La classifica per adesso non ci sorride, ma è molto corta e questo ci dà la possibilità di essere fiduciosi per il futuro. Noi abbiamo avuto una partenza imbarazzante, ma ci siamo ripresi ed ora possiamo credere nei nostri mezzi e nelle nostre qualità».

Passiamo alle domande scomode: il giocatore più forte con il quale hai giocato?

«Inutile citare Del Piero, Vidal, Pirlo, Chiellini, Bonucci, Barzagli ed i tanti che ho incontrato nella mia esperienza bianconera. Di certo avevano qualità fuori dal comune anche Diamanti e Lapadula, due che sapevano e sanno creare occasioni gol dal nulla».

Ed invece il giocatore sul quale avresti scommesso da giovane?

«Per me Riccardo Neri, un ragazzo scomparso nella tragedia del laghetto di Vinovo nel 2006. Era un grande portiere e sarebbe certamente arrivato in alto. Purtroppo non ha avuto la possibilità di dimostrare a tutti le sue doti, ma se non fosse accaduto quell’incidente probabilmente adesso staremmo parlando di lui come l’estremo difensore della Nazionale».

Infine, è doveroso chiederti il nome del difensore più forte e difficile da superare con il quale hai giocato.

«Un difensore che mi ha sempre impressionato, fin da quando eravamo bambini e ci affrontavamo ogni anno, è stato Matteo Darmian. Lui è un ragazzo davvero forte, l’ho sempre stimato e mi ha sempre infastidito tanto quando lo puntavo. È difficile da saltare e lo dimostra anche oggi, nonostante adesso giochi più sull’esterno rispetto all’inizio di carriera».