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di Mattia Perin

Penso al mio primo anno al Genoa, dopo il prestito al Pescara. Arrivavo da una retrocessione e una marea di gol subiti, non ero stato neanche il titolare fisso, alternandomi con Ivan Pelizzoli. Torno in quella che ormai è diventata casa mia e alla 2° giornata faccio una papera su un tiro di Giuseppe Rossi contro la Fiorentina. Quel giorno ne prendo cinque. Camminavo per strada e vedevo lo sguardo delle persone, lo percepivo: c’era dentro un grande disprezzo, come se dicessero «ecco, lui è quello scarso».

 

Il Genoa comprò addirittura un altro portiere per tutelarsi e anche io, sono sincero, avevo paura di non essere pronto. Non di non essere all’altezza, sia chiaro, perché fin dalle giovanili sono stato sicuro dei miei mezzi, vedevo che il mio livello era più alto rispetto ai miei compagni, ma di colpo mi ritrovavo con poche certezze. Due, a dire il vero. Perché nella vita c’è solo una cosa sicura oltre alla morte: lavorare duro paga sempre. Come se fosse una tassa da riscuotere: se lavori duro, a fine mese sai che raccogli i frutti della fatica. Calcisticamente fu un periodo difficile, ma nella vita normale quelle erano stronzate. Nella carriera sportiva sono eventi che mi hanno messo sotto pressione, ma se stacchi il cervello, fai mente locale e ti isoli da quel mondo, sono cose insignificanti.

 

 

 

 

Mi è piaciuto andare controcorrente. Ho scelto che la mia carriera sarebbe dipesa dal gettarsi a terra, prendere botte nello sterno, inserirsi in un mucchio di gambe per fermare un pallone. Avevo messo in conto di fare a pugni con gli infortuni. Credo di aver vinto. Certo, è stata una partita lunga e quantomeno siamo arrivati fino ai supplementari. Ma non andremo ai rigori: l’ultimo gol, quello decisivo, l’ho segnato io. Mi sono operato cinque volte: due al ginocchio e tre alla spalla. Ho pensato di smettere, sono stato fuori quasi due anni ed erano più le sofferenze che le gioie. Giocavo per divertirmi, per essere felice, ma se non potevo scendere in campo, dove trovavo la parte buona in quello che facevo? Lì gli infortuni stavano vincendo, erano in vantaggio rispetto alle mie convinzioni. Non voglio piangermi addosso: non l’ho mai fatto. Anche perché la mia vita andava avanti, avevo una famiglia e quei dolori erano soltanto un parziale impedimento rispetto a tutto il resto. Avrei dovuto ascoltare Nicolás Burdisso, ma l’ho fatto troppo tardi.

 

Sì, perché Nicolás ha tanti pregi e quando parla, tu devi cercare di carpirne ogni singolo insegnamento. Mi ripeteva quando ero più giovane: «Mattia, non ti stai gestendo. E non ti sai gestire. L’allenamento non è soltanto l’ora e dieci che fai in campo, ma l’ora prima di iniziare e quella dopo aver finito». Niente, non mi entrava in testa. Sottovalutavo. D’altronde andavo in campo, davo il 100% ogni giorno e tutto funzionava alla grande. Perché cambiare ricetta quando con quello sforzo – che non definirei minimo, ma immaturo – arrivavo ai risultati con facilità? Ecco, forse proprio questa parola, facilità, mi ha fregato. Mi andava bene in quel modo, fino a quando non mi sono spaccato le spalle e i crociati. Capii che in quell’ora prima dell’allenamento, che Nicolás mi citava, era importante fare prevenzione. Andavo in palestra solo quando me lo ordinava il preparatore, cambiai le mie abitudini e iniziai a frequentarla più spesso, rinforzando quelle parti del corpo che lo necessitavano. Capii che nell’ora dopo l’allenamento era fondamentale recuperare in modo intelligente, sia fisicamente che mentalmente.

 

 

 

La mia ambizione, all’interno dello spogliatoio, è stata quella di diventare il Burdisso di qualcun altro. Nicolás è inimitabile e noi due siamo diversi, ma trarre il meglio dalle persone non è mai una mossa cattiva. Quando vedo i miei compagni che si stanno perdendo, gli sto addosso. Nel senso buono, ma inizio a tartassarli, a parlargli, a essere esigente. Ci tengo. Voglio che quando entrano in campo sappiano dare il massimo per la squadra e per loro stessi. Sono stato felice per Filippo Melegoni quest’anno, non giocava da tanto tempo e ha segnato contro la Juventus allo Stadium. Lo sono per Gianluca Scamacca, che a gennaio doveva andare via ma è rimasto: lo vedevo giù di morale, l’ho aiutato e adesso sta segnando gol fondamentali per la nostra salvezza.

 

Il legame con il mio ruolo è stato innato. Non l’ho cercato, è stata la mia spensieratezza a farlo spuntare fuori. Abitavo nel quartiere popolare di Latina. Quei posti che, ripresi dall’alto, fanno intravedere in lontananza il mare. I miei mi fecero scendere a giocare a calcio in cortile intorno ai 5 anni. C’erano bambini di ogni età e probabilmente a loro pesava dover integrare un piccoletto. Alla prima partitella, dopo il calcio d’inizio, la palla mi venne incontro, e io la presi con le mani.

 

«Guarda che si gioca con i piedi!».

 

Mi arrivò il secondo pallone, e anche questo lo fermai con le mani. Stessa sorte toccò al terzo passaggio.

 

«Senti bambino, fai una cosa: vai in porta e fai il portiere volante».

 

Ma la palla la utilizzavo comunque con le mani. Il mio destino era già scritto.

 

 

È iniziato così il mio calcio. Come se fin dal primo momento avessi capito il mio habitat naturale, ciò che avrei voluto fare e che mi avrebbe accompagnato nella crescita fino a diventare uomo. Parte integrante del mio percorso di persona. Mattia ci sono diventato così, buttandomi per terra, prendendo pallonate in faccia e coltivando i molteplici interessi che ho scoperto in questi 28 anni. E lo dico proprio perché non è stato sempre facile, sebbene quello che nel calcio sembra un problema madornale, in realtà nella vita di tutti i giorni è una stronzata. Non devi mai lasciare che qualcuno ti impedisca di sentirti libero e senza macigni dentro, niente deve frapporsi fra te e le tue passioni. Io mi reputo una persona eclettica. Sto imparando a suonare il pianoforte a circa 30 anni. Uno sforzo immenso, più cresci e più aumentano le difficoltà nell’apprendimento di queste discipline. Mi ha sempre affascinato il percorso di chi sa maneggiare uno strumento. Mi sono detto: «Ho tempo, proviamoci». Insieme a un maestro di Genova ho iniziato: è difficile, ma penso di essere a buon punto. Ho anche accompagnato Bresh, artista genovese, nella sua “Guasto d’amore”, dedicata al Grifone.

 

 

Questo è lo spartito di “Imagine” di John Lennon. Ascoltereste queste note, se poteste sentirmi in questo momento. Se dovessi scegliere la colonna sonora della mia carriera, per accompagnare la vostra lettura, interpreterei una canzone rock. Non è facile riprodurla con il pianoforte, specialmente per le mie abilità attuali. Suonerei “It’s a Long Way to the Top (If You Wanna Rock ‘N Roll)” degli AC/DC. È una lunga strada, quella per la vetta (se vuoi fare il calciatore, aggiungo io). Rappresenta al meglio i tornanti sulla via verso la vittoria, verso la realizzazione personale. Sali da giovane su un ottovolante senza conoscerne le regole. Arrivano i soldi, la fama, e chi riesce a restare sempre incollato all’ottovolante è davvero bravo. Posso dire di esservi rimasto abbastanza attaccato anche io, la mia famiglia e i miei amici veri mi hanno aiutato. È successo di perdere la retta via, di peccare e perdere d’umiltà, di lasciarmi trascinare dal conto in banca e dal successo. Ho fatto tante cazzate ma con il tempo ho imparato a riconoscerle preventivamente. Mi è bastato sentirmi dire «Mattia, così no, stai facendo il coglione» per tornare sui miei passi. Non ho mai sputato sulla fama, magari averli incontrati da bambino i calciatori di Serie A.

 

Cerco di portare me stesso in tutto quello che faccio. Di non cambiare Mattia, ma di applicarlo a ogni situazione con una mia coerenza. Condivido il nome con Pascal, personaggio pirandelliano che ha vissuto due vite diverse, con due personalità diverse, con la stessa identità spaccata a metà. Non ne ho avuto bisogno, sono orgoglioso di come sono e spero di svelarmi a tutti nella stessa essenza, sia fuori dal calcio e che dentro al mondo dello spogliatoio. All’interno del secondo ho vissuto esperienze di vita incredibili: della mia vita e di quella degli altri, perché ogni anno entri in contatto con culture, racconti, modi di essere. Una miriade di concetti e sfaccettature che puoi toccare con mano. Lavori con le pressioni che arrivano dall’esterno, ma dentro è un divertimento. Condividi i giorni con i tuoi coetanei, ampli il tuo bagaglio culturale e parli di milioni di cose. Non vedi l’ora di imparare di più, sempre di più.

 

Abbiamo tanti privilegi, nel tempo meritati, da calciatori. Abbiamo anche tanti doveri: come padri, come uomini, come giocatori stessi. Essere così vicini e poterci dare valore a vicenda è una gemma preziosa. Ho ascoltato sempre i miei compagni, la parola curiosità mi ha contraddistinto e voglio che continui a farlo. Alcuni hanno attraversato momenti, per provenienza e dinamiche sociali, davvero lontani dai miei. Ed è stato un onore poter essere spettatore delle loro parole. Se guardo dentro di me, sono contento di essere come una spugna.

 

 

Mi piace apprendere, e una delle mie più grandi passioni è nata dallo stesso uomo che è stato un filo conduttore per tanti altri aspetti della mia crescita. Se oggi sono ufficialmente un sommelier, se amo visitare le cantine vinicole e ho un legame indissolubile con il figlio dell’uva, il merito è anche di Nicolás Burdisso. La mia è anche una predisposizione: la mia famiglia ha origini venete, ce l’ho nel sangue. Mio nonno paterno e la sua famiglia erano muratori: compravano le uve nel Lazio e si autoproducevano il vino per tutto l’anno. La vendemmia la facevamo tutti, poi gli adulti lo bevevano. Quando sei giovane, bevi per sfondarti e andare in discoteca. Crescendo, se ti piace davvero, bevi perché lo scegli, ti dedichi alla ricerca e alla conoscenza. Nicolás alle cene di squadra portava le bottiglie della sua etichetta, “Potrero”. Mi incuriosiva, erano di qualità. A Latina ho aperto una mia enoteca, e la cosa che più mi piace è andare a conoscere i produttori nelle varie aziende. Condividi il vino con chi lo produce, è bellissimo. Senti il loro orgoglio, da contadini sono diventati imprenditori. Ti mostrano quanta passione esista nel lavorare la terra per far uscire un qualcosa che ci rallegra le giornate.

 

Se devo bere, bevo qualcosa che mi piace. Da 4 anni non tocco superalcolici. Anche se bevi 4 bottiglie di vino poi esci dalla stanza a gattoni, sia chiaro. Serve equilibrio. Dopo aver completato il corso da sommelier, dissi per provocazione: «Bevo il vino ma lo sputo, così da non arrivare ubriaco all’allenamento». Scherzavo, ma non è facile coniugare questo hobby con la mia professione. Se hai la passione del vino, non vuol dire che sei alcolizzato. Ci sono i nutrizionisti e, in primis, siamo noi calciatori a stare attenti. Il corpo è il nostro attrezzo da lavoro, abbiamo una responsabilità verso i tifosi e dobbiamo rispondere anche a quello.

 

Quando apro un Pinot Noir, la mia famiglia può stare tranquilla: significa che va tutto bene. Non ho un vino preferito, ma prediligo alcune zone: Piemonte, Borgogna, Toscana, Valle del Rodano. Ho letto un libro sui territori francesi, con milioni di zone e sottozone. E poi voglio sfatare un mito: bere di qualità non significa per forza spendere tanto.

 

Il Piemonte, regione a me cara. L’esperienza alla Juventus è stata uno step ultracalcistico: tagliare il cordone con Genova non fu facile. Ci ho pianto e ci ho messo la faccia. Sapevo che prima o poi sarei tornato. Se ora sono forte mentalmente, il merito va ai miei affetti e alla mia mental coach. Cosa ho imparato? Ad ammorbidire il mio inconscio. Vivevo male l’errore. Non lo tolleravo, mi dilaniavo internamente. Se sbagliavo in allenamento, mi autoflagellavo fino al giorno dopo. Se commettevo un’imperfezione in partita, addio. Ho imparato a tirare fuori il 100% solo quando sento di essere al 100%. Ho imparato a dare il 60% se un giorno mi sento al 60%, senza forzare, perché prima o poi sbatti dritto contro un muro. E ti fai male. E soprattutto, ho sempre avuto in testa di non dare il 50% se un giorno senti che puoi dare il 70%. Non devi gestirti, il tuo corpo è risorsa. Questione di serenità e spensieratezza, quella a cui sono arrivato grazie alla psicologia. Se non avessi fatto il calciatore, l’avrei studiata all’università.

 

 

Vivevo con una pesantezza morale che andava smorzata. Puoi agire solo sul presente, e non c’è niente di più forte del presente per costruire il futuro. Non ho mai mollato: non ho lasciato la mia squadra da sola neanche quando al 21’ di Sassuolo-Genoa mi sono rotto il crociato.

 

Ho raggiunto la stabilità avvicinandomi alla respirazione diaframmatica. Tanti sportivi la praticano: viviamo perché respiriamo, e quindi anche il respiro va accompagnato, allenato, coccolato. Aiuta ad eliminare le cellule sporche e morte, agevola i sistemi immunitario e linfatico. Favorisce i polmoni a ricevere più aria, espandendoli. Il respiro è fonte di vita. Quello diaframmatico non è facile: soprattutto all’inizio è noioso, devi sdraiarti e restare 30 minuti in cerca del momento. Lo faccio quando sento che ne necessito. Ho una guida per condurre il mio inconscio: “Le vostre zone erronee” di Wayne Walter Dyer. Fa capire chi siamo e da quali parti siamo composti. Siamo tante parti che escono fuori.

 

«Voltati. Vedrai una compagna che ti segue costantemente. In mancanza di un nome migliore, chiamala Morte. È la tua Morte. Puoi averne paura, oppure servirtene a tuo vantaggio. Sta a te la scelta. Puoi temere la morte, inutilmente, senza alcun frutto; oppure puoi servirtene per aiutarti a imparare a vivere bene», è un’opera che ti insegna a eliminare i se e i ma. «Il tuo progresso dipende da uomini irriducibili, più che da uomini che si adattano alla loro società e accettano tutto quel che viene».

 

Amati, preservati e goditi la vita.