Falcao e il Rayo, una Tigre per i pirati

by Nicolò Delvecchio

«Alto di statura, con muscoli forti come se fili d’acciaio vi fossero stati intrecciati, dai lineamenti energici, feroce come la tigre delle giungle malesi, generoso e coraggioso come il leone dei deserti africani». Emilio Salgari presentò così il personaggio di Sandokan, la Tigre della Malesia, trasportando immediatamente il lettore in paesaggi esotici e dinamiche di altri tempi. Parole che sembrano ritagliate attorno a un’altra tigre, anzi a El Tigre, Radamel Falcao. Uno che nemmeno dieci anni fa era considerato il miglior centravanti al mondo, quinto nella classifica del Pallone d’Oro dietro Messi, Ronaldo, Xavi e Iniesta. Uno che, se la vita gli avesse dato limoni, avrebbe saltato più in alto di tutti per scaraventarli di testa nel sette. Un attaccante vecchio stampo, ma in grado di imporsi in un calcio che dei “9” puri non sa più bene che farsene: lo vedi giocare e sembra un armadio progettato da un designer scandinavo, troppo più grosso degli altri per poter essere contenuto. Poi però cerchi un po’ e leggi che è alto solo 177 centimetri, non proprio un gigante. Eppure gli avversari non si limita a sovrastarli, ma li mangia per esplosività e atletismo. Vederlo staccare, e trasformare cross morbidi in siluri verso la porta è una meraviglia. Non si pensi però a uno solamente forte di testa: Falcao era (è ancora, come dimostra il gol segnato domenica scorsa al Getafe all’esordio con il Rayo Vallecano) in grado di spaccare la rete anche di piede, e anche da fuori. Un attaccante totale, dall’esultanza genuina e scomposta, contro cui la sfortuna si è accanita un po’ troppo nel momento migliore della carriera.

Rewind. Colombiano, figlio d’arte, il padre decise di chiamarlo Falcao in onore del brasiliano della Roma. Radamel senior era un terzino, il bimbo decise da subito di sconfessarne l’eredità per attaccare la porta, anziché difenderla. E sarebbe potuta andare molto diversamente, perché quando il padre era in Venezuela, Radamel praticava, oltre al calcio, il baseball, sport nazionale. «Quando mi ritiro voglio provare a giocare a baseball a livello professionistico», disse nel 2019. «Come Michael Jordan? Meglio, io voglio avere successo per davvero». La cattiveria agonistica è così, o ce l’hai o non la impari. E nel caso di Falcao è solamente agonistica, perché nelle giovanili del River Plate  «sembrava sbucato da un’altra epoca: educato, rispettoso, sempre sorridente», ricorda chi lo ha visto crescere. Il contrario di quello che è in campo, famelico al punto da guadagnarsi il soprannome di Tigre. E dotato di una fede tale – è un Atleta di Cristo – da non scomporsi nemmeno al primo crac del crociato a soli 19 anni, nel giorno dell’esordio dal 1’ con i Millonarios, bagnato anche con una doppietta.

Alla sua prima esperienza europea ne fa 72 in 87 partite col Porto, con cui vince un’Europa League segnando 17 gol nella competizione, record nei tornei Uefa. Va all’Atletico Madrid, bissa il successo europeo con una doppietta in finale e chiude con 70 gol in 91 presenze, prima di accettare l’offerta del Monaco. In quegli anni è imprendibile, ma un nuovo infortunio al crociato gli fa perdere il Mondiale del 2014 e la continuità di rendimento. In Premier con Manchester United e Chelsea non va bene, nel Principato torna a segnare ma senza impressionare, al Galatasaray brilla poco. A 34 anni, svincolato, serve un posto nuovo, anzi serve il posto giusto.

Quel posto è Vallecas, quartiere della periferia di Madrid e tana del Rayo Vallecano. La terza squadra della capitale, la quarta se contiamo il Getafe. Un barrio di operai, lavoratori, gente che si spacca la schiena, conosciuto «per il carattere dei suoi abitanti, solidale ma vendicativo». È il solo quartiere di Madrid in cui il conservatore Partido popular non è mai stato il più votato, nemmeno una volta. E nel Campo de Fútbol de Vallecas, ogni volta che gioca il Rayito, si fondono con naturalezza politica e sport, calcio e battaglie sociali.

Ad animare il tutto è il gruppo dei tifosi organizzati, i Bukaneros (bucanieri) nati nel 1992. Sono il cuore pulsante dell’anima rayista, impegnati e orgogliosi di esserlo. Il loro inno, La Vida Pirata, è un coro da pelle d’oca che termina con una dichiarazione d’amore: «Si alguna vez/ Me he de casar/ Con la del Rayo una, una y nada más» (Se un giorno dovessi sposarmi sarà con una del Rayo, e niente più). Antifascisti, «i più anarchici» come amano dichiararsi, i Bukaneros hanno animato Vallecas e la rappresentano in tutto e per tutto.

E non pensate che questa simbiosi riguardi solo la tifoseria, perché il club stesso rappresenta il quartiere in cui gioca. Nel 2010 il Rayo partecipò a uno sciopero in solidarietà con gli operai del barrio, in protesta con la riforma del lavoro voluta dal governo Zapatero. Nel 2014 l’intero mondo biancorosso, con in testa il tecnico Paco Jimenez, si impegnò in una raccolta fondi per evitare che una tifosa 85 enne tifosa venisse sfrattata. E, quando il club non vigila a dovere, ci pensano i Bukaneros: nel 2017 fecero saltare il trasferimento a Vallecas di Roman Zuzulya, ucraino con evidenti simpatie di estrema destra. Inaccettabile, per chi dell’antifascismo ha fatto un marchio di fabbrica. Accettabile, invece, accogliere e trattare già da idolo un campione come Falcao. Lui, dal canto suo, ha ricambiato presentandosi con un gol, l’esultanza dei tempi d’oro e un insolito 3 sulle spalle, numero che aveva il padre – morto nel 2019 – quando giocava. Una Tigre dai Bucanieri: Salgari ne sarebbe fiero.