Così è rinato Morrison, il «crazy one» che rubava le scarpe

by Francesco Pietrella
ravel morrison

Di frasi a effetto ce ne sono tante e tutte motivate. Uno così, a quell’età, non l’aveva mai visto nessuno. Sir Alex Ferguson: «Morrison è il sedicenne più forte del mondo». Lingard: «Era più forte di Pogba». Rio Ferdinand: «Sembrava un supereroe». Elogi spazzati via dai «ma…», come da ragazzate e comportamenti strani. Se Morrison non è diventato qualcuno è solo colpa sua: «Spesso ero nel posto sbagliato con la gente sbagliata». Aggressione, disturbo della quiete pubblica, risse, brutte amicizie. Un’adolescenza difficile in cui alterna gol e bravate, luci e ombre. Stavolta no, perché il ragazzo di Manchester sembra aver finalmente trovato il suo posto. Ci volevano l’Inghilterra, il Derby County, la Serie B inglese e il suo vecchio amico Rooney, quello a cui da ragazzino rubava gli scarpini.

Il furto delle scarpe

Ravel aveva 16 anni ed era la stellina dell’Academy. Ogni tanto si allenava coi grandi, quel giorno no, così si intrufolò nello spogliatoio della prima squadra durante la seduta e rubò le scarpe a Wayne. «Ne aveva 20 paia, a me servivano soldi per far mangiare la mia famiglia». Morrison l’ha raccontato qualche mese fa, dopo aver firmato con il Derby County. Nessuno ci credeva, e in fondo ci poteva stare. Negli ultimi 5 anni ha giocato meno di 50 partite. Ha fatto parlare di sé solamente per la scarsa forma fisica. Come allo Sheffield United due anni fa. Ravel arriva, intriga i tifosi con allenamenti da paura e pallonetti postati sui social, ma lascia la Premier a gennaio dopo aver giocato giusto una partita.

Morrison è un homo novus. Quest’anno ha giocato 15 partite e segnato un gol. È titolare fisso del Derby e della Giamaica, scelta nel 2020 per via delle origini. Fin qui ha giocato 4 partite e sembra rinato. Morrison era la stella dell’Under 21 inglese, ma le sue bravate l’hanno sempre tenuto lontano dal grande calcio. Come se i riflettori non potessero illuminare quel talento puro e autodistruttivo. Per un decennio Morrison ha spinto il pulsante dell’oblio, come se volesse farsi dimenticare a tutti i costi. E infatti a 28 anni ci era quasi riuscito. Rooney, però, l’ha tirato fuori dalla polvere. «Quando mi ha chiamato ero steso sul divano, tempo 3’ ed ero su di giri». Pronto per l’occasione della vita, l’ultima della carriera. Tosta tra l’altro, perché il suo Derby è ultimo con 21 punti di penalizzazione (attualmente è ancora a -3). Colpa di alcune irregolarità finanziarie. Senza i malus sarebbe fuori dalla zona calda.

«Morrison è pazzo»

Fantasista di qualità, stella di allenamenti e ritiri, pre-season e amichevoli. Il suo rapporto coi club è sempre durato il tempo di una cotta: United, West Ham, Qpr, Sheffield, anche la Lazio, pallino di Tare da sempre. Ad Auronzo resisteva 2 settimane e poi spariva. Igli lo riassunse così: «Un talento, ma è pazzo». Un cucchiaio in amichevole per strappare gli applausi della gente, una gara di punizioni vinta con Milinkovic, un paio di tunnel con tanto di oooh, e poi nulla. Sparito.

Pioli lo definì un «talento che non ascolta». Nel 2015 ne criticò gli atteggiamenti e il disinteresse nell’imparare l’italiano, Ravel rispose con un tweet polemico cancellato in tre minuti. La mimica del corpo lo racconta: sguardo spento, assente, disinteressato. Non parlategli mai di tattica e di schemi. Ragazzo chiuso, scostante e distante. Il primo anno dormiva in camera con Zampa, un ragazzo delle giovanili, e se qualcuno lo sfotteva lui calciava il pallone a cento metri. Arrivato come una scommessa, giocherà solo 8 partite, salvo poi sparare a zero sulla Lazio: «Venivano scelto chiunque prima di me, ho pensato di mollare tutto». Lotito provò a mandarlo alla Salernitana insieme a Braafheid, ma non ci fu verso. Si è pure allenato a Formello da solo, salvo poi lasciare Roma senza aver mai imparato una frase in italiano.

«Se tornassi indietro cambierei il 90% della mia vita». Frase ripetuta più e più volte. Qualche mese fa, durante una diretta con Rio Ferdinand, l’ex centrale dei Red Devils gli lesse un messaggio scritto da Ferguson. «Dopo il debutto mi consegnò una lettera, non l’aveva mai fatto nessuno». Alla voce carriere buttate c’è il suo nome. Rooney era l’ultima speranza per dimostrare all’Inghilterra che Ravel non è finito. Il ragazzo ci è riuscito, stavolta con i suoi scarpini ai piedi.