Road to Berlino: Luis Enrique

by Redazione Cronache

BARCELONA, SPAIN - MAY 21: Luis Enrique Martinez poses for the media during his official presentation as the new coach of FC Barcelona at Camp Nou on May 21, 2014 in Barcelona, Spain. (Photo by Alex Caparros/Getty Images)

Osservando la bacheca e il palmarès di Luis Enrique Martinez Garcìa, realizziamo immediatamente che il personaggio in questione appartiene alla sfera dei grandi e alla cerchia dei vincenti. E come potrebbe non essere così? Da giocatore ha vinto tutto in terra iberica, Campionati, Coppe e Supercoppe Nazionali, tutti più volte e tutti con due squadre e non parliamo di due squadre normali. Già, perché l’esterno di Gijòn può vantare di aver indossato le casacche di Barcellona e Real Madrid, senza peraltro interporre altri team tra le due avventure, scelta che richiede e denota senza dubbio un alto livello di audacia e personalità.

Per completare la collezione di trofei necessita della Champions League, e poco importa se lo farà da allenatore.

Luis Enrique disputa la sua ultima partita da giocatore il 16 maggio del 2004, nel Barcellona. 10 anni dopo, il 19 maggio 2014, viene annunciato ufficialmente come allenatore dei catalani, dopo aver acquisito le necessarie competenze prima nella squadra B, poi nella Roma e infine nel Celta Vigo. I blaugrana dopo l’epocale era Guardiola hanno voluto ripercorrere la storia e affidare il timone ad un uomo noto nell’ambiente in grado di conoscerne le dinamiche, sebbene le credenziali accumulate nelle prime esperienze da allenatore non fossero esaltanti.

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Lo scetticismo di inizio stagione ha raggiunto il picco massimo il 4 gennaio 2015 quando il tecnico esce sconfitto dal campo della Real Sociedad non includendo tra i titolari Piquè, Dani Alves, Rakitic, Neymar e Lionel Messi. Delirio di onnipotenza? Ostentazione di personalità? Non si sa, ma qualsiasi cosa fosse quella mossa sconsiderata ha paradossalmente dato una scossa, netta e definita che ha portato i problemi in superficie che, una volta svelatisi, sono stati di più facile risoluzione. Da quel momento in poi è una camminata trionfale: vittoria della Liga e della Coppa del Re, una sola sconfitta.

83% di vittorie al primo anno di Barcellona (Guardiola la prima stagione aveva concluso con il 67%, senza mai andare oltre il 76%) e sole 6 sconfitte (contro le 7 di Pep). Numeri impressionanti, statistiche aliene per una squadra che di extraterrestri ne ha in effetti più d’uno, ma che probabilmente ha anche trovato il pilota adatto nel momento adatto.

Ora l’esame di maturità: conquistare quel trofeo che rende incompleta la sua vetrina (sarebbe treble). I numeri nel calcio sono imprescindibili, ma quelli registrati fino ad oggi non sono sufficienti a vincere le partite ancora da giocare.

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In Italia lo ricordiamo per la mediocre stagione alla guida della Roma e soprattutto per quel fotogramma che lo immortala con il volto insanguinato dopo una gomitata di Tassotti nei mondiali del 1994. Siamo certi che la maggior parte degli italiani spera di non doverlo ricordare per altro, almeno per ora.