Cronache di spogliatoio
Ronaldo si racconta: «Mi manca solo di smettere di fumare, poi sono in forma come un ragazzino» Ronaldo si racconta: «Mi manca solo di smettere di fumare, poi sono in forma come un ragazzino»
Luis Nazario de Lima Ronaldo, detto Il Fenomeno, si è raccontato in un’intervista a Sportweek. FORMA FISICA – «Sa cosa mi ha detto il medico? Che... Ronaldo si racconta: «Mi manca solo di smettere di fumare, poi sono in forma come un ragazzino»

Luis Nazario de Lima Ronaldo, detto Il Fenomeno, si è raccontato in un’intervista a Sportweek.

FORMA FISICA – «Sa cosa mi ha detto il medico? Che mi manca solo di smettere di fumare, per il resto sono in forma come un ragazzino. Com’ero sulla copertina, più di 20 anni fa».

INFORTUNIO – «Molte persone in questi anni mi hanno detto: ‘Il silenzio di quella sera all’Olimpico, quando sei caduto urlando con il ginocchio in mano, non lo dimenticherò mai’. Io quel silenzio non me lo ricordo, ma il dolore sì. E anche i pensieri del dopo: ‘Tornerò? Come tornerò?’. Però, passata la paura, mi sono ritrovato addosso una forza di volontà che non credevo di avere e di poter avere. Un altro uomo prima che un altro giocatore, ma con lo stesso amore per il calcio: è sempre stato quello il mio miglior allenatore, medico, fisioterapista, compagno».

5 MAGGIO – «L’infortunio era destino, il 5 maggio fu una colpa: quando il destino ce l’hai in mano, se ti scappa via non puoi prendertela con nessuno. Non eravamo noi, e non ci siamo mai spiegati davvero perché: per quello piangevo. Sicuramente perché quello scudetto era il regalo minimo che dovevamo fare ai nostri tifosi. Che dovevo fargli per quanto mi avevano voluto bene anche quando stavo male. Ma a Roma non sapevo già cosa sarebbe successo, solo quello che avrei detto a Moratti».

CUPER – «Non c’era rapporto, l’ho detto decine di volte e l’avevo detto anche al presidente, e non ci sarebbe potuto essere. Non c’era neanche un compromesso possibile: perciò quando io e Moratti, diverso tempo dopo l’addio, ne abbiamo riparlato, ci siamo ‘perdonati’ senza darci colpe. In quel momento davvero forse nessuno dei due avrebbe potuto fare altro».

I CAPELLI AL MONDIALE – «La mezzaluna in testa in Giappone e Corea? Capelli osceni».

REAL MADRID – «Trovo strano non aver mai vinto una Champions. E se le dico che non me ne frega nulla dico una bugia. Però la Champions è davvero una questione di attimi e a me con il Real scapparono sempre, come lo scudetto con l’Inter. Non so neanche dire perché, me lo sono chiesto un sacco di volte: forse quando la giocavo non riuscivo a essere davvero io nei momenti decisivi, il contrario di quello che mi successe nel 2002 in Corea e Giappone. Però ho ricordi speciali anche della Champions: Old Trafford tutto in piedi per applaudirmi dopo tre gol contro lo United è uno di quei brividi per cui mi dicevo che valeva la pena fare quel mestiere».

SU CAPELLO – «Del nostro rapporto al Real si è parlato anche troppo: l’unica sua frase che mi piace conservare nella memoria è ‘Ronaldo è il più forte che io abbia mai allenato’. Tutto il resto magari sarà vero, ma è secondario».

MILAN – «Sembra comodo dirlo dopo, ma è solo e soltanto la verità: io volevo tornare all’Inter. Di più: ho fatto di tutto per tornare all’Inter. Ho aspettato tutto il tempo possibile per dare all’Inter il tempo di dirmi sì o no: quando non arriva né un sì né un no, vuol dire che è no. Per il Milan era sì e io in quel momento, più che traditore, mi sentivo un po’ tradito per essere stato rifiutato: era una scelta impopolare, ma nella mia vita non ho mai avuto paura di farne. E oggi per me non ha nessun senso chiedermi se lo rifarei. Se l’ho fatto è perché in quello momento sentivo era la cosa da fare: né giusta né sbagliata, ce l’avevo in testa e c’era un perché. Berlusconi e soprattutto Galliani mi volevano bene, molto: il rapporto con loro è un ricordo che mi fa sorridere ancora oggi. Il legame si è interrotto ma la stima è rimasta».

SERIE A – «Ho fiducia in Zhang e in questa gestione. E da tifoso interista ho il sogno di tutti i tifosi: massimo rispetto per la Juve, che in Italia è un esempio di come si gestisce un club e si costruisce un ciclo, ma è ora che questa dittatura finisca. E tocca all’Inter, non vedo altra possibilità».

Redazione Cronache

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