Dentro lo spogliatoio stanno iniziando a chiamarlo «Tigre», soprannome che si è portato in valigia da Bergamo: vuoi per il suo modo di giocare impetuoso e aggressivo, vuoi per quel “ruggito” presente nel cognome. Matteo Ruggeri è sempre più «tigre», ma soprattutto è ancor di più colchonero. Dopo un periodo di adattamento e minutaggio meno costante, negli ultimi due mesi il laterale italiano è diventato uno degli undici titolari del Cholo Simeone, terzo ne LaLiga, in corsa in Champions e adesso chiamato a un percorso tostissimo (semifinale contro il Real Madrid, ma già battuto 5-2 in stagione) in Supercoppa di Spagna.
«Devo dirti che ci ho messo un po’ per ambientarmi», ci racconta Ruggeri da Madrid, «e capire dove mi trovassi. Arrivando dalla scuola Atalanta, ho ritrovato molti aspetti simili nello stile di gioco, tante caratteristiche di Simeone sono simili a quelle che aveva Gasperini», prima di tutto l’intensità e «si lavora sulla fase difensiva, molto, già in passato a Bergamo mi trovavo a mio agio e se stai bene fisicamente, nel mio ruolo si nota molto di più».
Il clima colchonero e le chiamate di Gasp
La costanza è arrivata con il tempo, ma Ruggeri ci spiega un dettaglio nascosto: «Qui anche se non giochi, percepisci di essere sempre parte del gruppo perché c’è un grande senso di appartenenza e attaccamento alla maglia. Anche se rimani in panchina per alcune gare, ti senti sempre dentro la partita. Mi è capitato di non partecipare ad alcune ma il clima è sempre incredibile, in casa lo stadio ti spinge fino all’ultimo minuto e io percepisco meno la stanchezza. Rispetto all’Italia è una cosa che si nota: si sente di più l’atmosfera dal campo, il calore è diverso. Ovvio, anche a Bergamo il tifo era incredibile e soprattutto con lo stadio nuovo, negli ultimi anni ci siamo regalati anche una certa Europa League…».
L’allenatore che lo ha lanciato è Gian Piero Gasperini, che come Ruggeri ha lasciato l’Atalanta in estate: «Ci sentiamo spesso, mi chiama al telefono e adesso che non siamo più insieme, parliamo anche meno di calcio. Lo devo ringraziare per sempre: per i consigli, ma soprattutto per i rimproveri, perché quando doveva farlo, lo faceva bene». Ha trovato analogie con Simeone: «Entrambi ti inculcano il credo di non mollare mai, di non accontentarti, andare oltre ogni ostacolo anche per avere benefici sul gruppo in generale». Del Cholo «mi piace molto che quando c’è qualcosa da sistemare, si fanno molte riunioni individuali per rivedere le azioni in cui si può migliorare. Inoltre, una cosa che apprezzo tanto è che dopo qualche allenamento, se si vuole fare di più a livello individuale ci sono sempre predisposizione e disponibilità per farlo, dà uno step in più per migliorare qualche difetto». Nel suo ruolo a Bergamo c’era un astro nascente, a cui Ruggeri non può che mandare un saluto: «Sto vedendo il percorso di Palestra, ma su Marco non ho mai avuto grandi dubbi perché giocandoci insieme si vedeva da un chilometro di distanza che potenziale avesse. Essendo un pelo più grande di lui, gli ho sempre dato qualche consiglio per continuare a lavorare su questa strada, andando sempre forte perché ha potenzialità devastanti. Marco, continua così perché stai facendo davvero bene!».
Sorella “spagnola” e uno spogliatoio di star
Ruggeri si è trasferito all’Atlético per 18 milioni più due di bonus. Un trasferimento che, in qualche modo, lo ha avvicinato di qualche metro a parte della sua famiglia: «Il collegamento con la Spagna è sempre stata mia sorella, vive qui da cinque anni e dopo essere arrivata a Valencia, ora abita a Fuerteventura. Mi ha dato una grande mano con la lingua spagnola, viene a trovarmi ed è molto bello, sono sincero».
Un cambiamento che è arrivato anche nello spogliatoio. Dai grandi giocatori di Bergamo, sì, a vere e proprie star a Madrid: «Nei primi giorni era difficile realizzare di essere insieme a Julián Álvarez, Koke, Griezmann o Oblak, mi ritengo davvero fortunato per l’occasione e li ringrazio per come mi aiutano ogni giorno. Il gruppo dei più giovani è sicuramente quello con cui ho legato di più, ma siamo proprio un gran gruppo, con al centro il confronto». Oblak è uno dei leader in questo contesto, «una persona da 10 e lode che ti aiuta, ti sprona, ti incita e dà consigli. Lui e Koke sono due pilastri, ma soprattutto due ragazzi squisiti, un esempio per chi sogna di arrivare in alto». Come detto all’inizio, per tutti sta diventando «il Tigre, un soprannome che è un mix tra cognome e movenze, ora che lo hanno scoperto ci sono Koke e Julián che hanno iniziato a chiamarmi così, si sta diffondendo!».
Fuori dal campo si scaldano i motori
Ruggeri ha una grande passione: non solamente il calcio, ma anche i motori. In particolar modo la MotoGP (da spettatore) e il motocross (stavolta da pilota). «Beh, non ero una promessa del motocross, ma mi piaceva andare con mio cugino e lo praticavo spesso. Lui è forte, corre ancora e sta avendo una grande crescita, sono molto contento per lui e gli auguro il meglio. Io con il passare del tempo ho capito che preferivo il calcio e mi sono spostato», però i motori non lo hanno abbandonato: «Amo la MotoGP, se mi chiedi so tutto, anche se da quando ha abbandonato il mio idolo Valentino Rossi ho perso un po’ quell’interesse. Ma prima non c’era una domenica di corse in cui alle 14 non fossi davanti alla televisione. Ora sono contento dei tanti italiani che sono là davanti… anche se mi sono trasferito nel Paese del “nemico”, che però è davvero un fenomeno».
Tra le curiosità su Ruggeri, c’è la scelta di scendere in campo con un bite dentale, un apparecchio che «mi aiuta per la postura, che con il tempo è diventato un portafortuna perché oltre a fare il suo lavoro sul corpo, è stato introdotto durante il percorso dell’Europa League vinta, e quindi…», un dettaglio che lo fa assomigliare a un classico cestista NBA.
E magari un nuovo tatuaggio per l’Atlético…
In Spagna è entrato in contatto con diversi fenomeni e si è ritrovato a giocare contro Lamine Yamal e Kylian Mbappé, «due mostri». In generale, «a livello difensivo qui nei finali di partita devi stare molto attento perché ti assediano spesso e devi rimanere molto concentrato, basta mezzo millesimo di secondo per prendere gol. Mi piace molto il fatto che qui si lavori molto sulla fase difensiva, sia come collettivo che singolarmente». Quando ha affrontato «Yamal e Mbappé, mi sono reso conto che fanno un altro sport. Devi stare sul pezzo, sono veramente imprevedibili. Non sai mai come comportarti, il livello di attenzione è alle stelle: Yamal lo vedi, ha un talento naturale nella qualità di gioco, nella padronanza e nella facilità con cui fa le cose. Ti sembra di togliergli il pallone, ma niente. Mbappé invece è decisivo, semplicemente se lui deve fare gol lo fa. Ha una velocità di movimento pazzesca ma soprattutto è sempre nel punto giusto per garantirsi un po’ di spazio».
Ruggeri si è tatuato una data: 22 maggio 2022, il giorno della storica salvezza del 7% della Salernitana di Nicola. E non solo, anche l’Europa League vinta nel 2024 con l’Atalanta. Quindi… «sì, speriamo di tatuarsi presto un trofeo con l’Atlético». E poi spazio alla Nazionale: in tanti, anche per movenze, lo paragonano a Fabio Grosso. «Sarebbe una cosa fantastica andare al Mondiale e sull’accostamento con Grosso, devo dire che mi fa piacere perché conosciamo tutti la sua carriera e cosa ha vinto. Prendo e porto a casa il complimento». Prima occasione utile per un nuovo tatuaggio: la Supercoppa di Spagna 2026, in diretta esclusiva e gratuita sul canale YouTube di Cronache.
