
di Alexis Saelemaekers

Forse le prime cose che vengono in mente a tutti quando si pensa al Belgio sono il freddo, il meteo grigio, la pioggia che sembra non finire mai. Ed è vero, in effetti fa freddo da noi. Però dentro alle persone il Belgio è calore puro. La gente lì vive tanto per la famiglia, ci si aiuta davvero, ci si sta vicino nei momenti belli e in quelli difficili. È una cosa con cui sono cresciuto e che mi porto dentro ogni giorno.
Per questo resto così legato alle mie origini. Tornare a Bruxelles, rivedere la mia famiglia, i miei amici, per me non sarà mai una cosa normale. E poi… io forse non faccio testo perché è la mia città, ma secondo me è davvero bellissima. Ci sono posti, monumenti, strade che ti restano dentro. Se non ci siete mai stati, dovete andarci almeno una volta. Mi fa sempre sorridere quando le persone scoprono che i miei genitori vengono ancora in macchina da lì fino a Milano ogni due settimane.
Sembra una follia, lo so. Ma loro sono fatti così.

Soprattutto mio padre. Mia madre, poverina, deve solo accompagnarlo perché non ha la patente, ma lui ama guidare, ama partire quando vuole, vedere il paesaggio cambiare durante il viaggio. È una semplicità che mi emoziona ancora oggi. Sono rimasti persone umili nonostante tutto, e io provo ogni giorno a prendere qualcosa da loro. Nel calcio è facile perdere sé stessi. Restare umili invece è una forza enorme.
Forse è per questo che chi mi conosce solo in campo spesso si fa un’idea sbagliata di me. In partita sono completamente diverso. Sul campo ho rabbia, tensione, adrenalina. Fuori invece sono una persona tranquilla, che dà tanto alle persone a cui vuole bene, che prova sempre ad avere rispetto per tutti. E a volte mi dispiace che qualcuno possa pensare che io sia arrogante. La verità è che basterebbe una cena insieme, una chiacchierata normale, per capire davvero chi sono.

Quando diventi calciatore molto giovane, la fama e i soldi arrivano prima che tu sia davvero pronto. A 18 anni non sei ancora un uomo. Non capisci bene cosa significhi tutta quella attenzione, tutta quella notorietà. È facile perdersi. Io ho avuto la fortuna di avere una famiglia capace di riportarmi sempre con i piedi per terra quando rischiavo di uscire dalla mia strada. Non tutti hanno questa fortuna. E nel calcio ho visto tanti ragazzi fare errori perché mancava qualcuno accanto a loro. A volte da quegli errori impari, maturi. Altre volte però rischi anche di cadere davvero. Ed è lì che questo mondo diventa difficile.
Per questo oggi, quando posso, provo ad aiutare i ragazzi più giovani. Magari senza neanche accorgermene. Forse un consiglio dato in un momento giusto resta nella testa di qualcuno e lo aiuta davvero. Nel calcio succede tanto: i giocatori più esperti aiutano quelli più giovani perché sanno cosa significa trovarsi in certe situazioni. E questa è una delle cose più belle del nostro mondo.
Nella mia carriera ci sono state persone fondamentali. Una di queste è stata Olivier Giroud. Con lui si è creato qualcosa di speciale fin da subito. Abbiamo condiviso vacanze, momenti con le famiglie, abbiamo parlato tanto. Quando sono arrivato a Milano ero molto giovane e lontano dalla mia famiglia. Avere vicino una persona con la sua esperienza è stato importantissimo per la mia crescita, non solo come calciatore ma soprattutto come uomo. Mi ha aiutato nei momenti difficili, mi ha dato consigli, mi ha anche rimesso al mio posto quando serviva. Tra noi c’è sempre stato tantissimo rispetto. Ancora oggi gli sono profondamente grato.

Anche il passaggio dal Belgio all’Italia non è stato semplice. I primi mesi a Milano mi chiedevo davvero cosa ci facessi lì. All’Anderlecht il livello era alto, ma la Serie A è un’altra cosa. In allenamento mi resi conto subito che qui ogni dettaglio conta. Un passaggio sbagliato può costarti una partita. All’inizio è stato durissimo capire questo livello di esigenza. Però persone come Paolo Maldini e Stefano Pioli mi hanno dato tempo. Hanno capito che ero giovane, che avevo bisogno di crescere senza fretta. E quella fiducia mi ha cambiato.
Oggi Milano per me è casa. Se tornassi indietro, sceglierei questa città altre mille volte. Mi sento orgoglioso di aver fatto parte di questo percorso.
Il tempo, nel calcio, è tutto. Spesso si pretende che un ragazzo sia subito pronto, subito decisivo. Ma non funziona così. Anch’io ho avuto momenti in cui dovevo ritrovarmi. A Bologna, per esempio, Thiago Motta ha capito subito la situazione che stavo vivendo. Mi ha dato fiducia, mi ha aiutato a ritrovare serenità. E quando un allenatore importante crede in te, cambia tutto.

Ci sono state tantissime notti in cui ho avuto dubbi su di me. Tantissime. Nel calcio puoi fare tutto nel modo giusto, lavorare al massimo, vivere bene fuori dal campo, eppure a volte le cose non riescono. È difficile da spiegare. Ci sono momenti in cui senti che nulla ti esce davvero. Ed è lì che diventano fondamentali le persone intorno a te. Le parole giuste. La calma. L’esperienza di chi ti dice: “Continua, arriverà di nuovo il tuo momento”.
Quest’anno, per esempio, ho parlato tanto con compagni come Adrien Rabiot nei momenti più difficili. E anche il mister è stato fondamentale. Ha una capacità naturale nel capire quando ha bisogno di darti fiducia e quando invece deve provocarti un po’, tirarti fuori quella rabbia che magari avevi perso. Sono dettagli che fanno la differenza.
Durante la carriera ho giocato praticamente ovunque. Terzino destro, sinistro, mezzala, trequartista, ala destra, ala sinistra, punta… mi manca solo il portiere, anche se da piccolo l’ho fatto pure quello. Da una parte è bello perché un allenatore sa che può contare su di te in ogni situazione. Dall’altra però non è semplice adattarsi sempre, perché cambiando continuamente ruolo fai più fatica a costruire certi automatismi. Oggi, dopo una stagione intera sulla destra, mi sento molto più naturale in quella zona di campo. Capisco meglio dove posso fare male, dove posso esprimermi davvero.
Ho sempre avuto questa capacità di adattarmi. Così come nei sogni: da bambino volevo fare il veterinario. Ho sempre amato gli animali. E per un periodo ho fatto anche ginnastica artistica perché mio padre era ginnasta e voleva trasmettermi qualcosa del suo mondo. Alla fine il calcio ha preso tutto il resto, ma credo che ogni esperienza mi abbia aiutato a diventare la persona che sono oggi.
Alla fine, quello che conta davvero per me è restare fedele a quel ragazzo di Bruxelles. Quello che ama la sua famiglia, che cerca di trattare bene le persone, che non vuole dimenticare da dove viene. Perché nel calcio puoi vincere tante partite, ma la cosa più importante resta sempre riuscire a guardarti allo specchio e riconoscerti ancora.
Il contenuto è stato realizzato in collaborazione con adidas e fa parte di una serie sul calcio chiamata “Road to FIFA World Cup 26”. Testo di Alexis Saelemaekers e Giacomo Brunetti; Project Management: Giuseppe Lopinto; Fotografie: Francesco Margiotta.