Salerno ha pianto due volte

di Federico Bonazzoli

Siamo a terra, morti. Una merda. Vi mentirei se dicessi che quel giorno, qualcuno di noi credeva alla salvezza. Vittorie: tre. Speranze: pochissime.

 

Sto sistemando lo shampoo nell’armadietto e sento il rumore dei passi che aumenta secondo dopo secondo. Fa eco, rimbomba. Nello spogliatoio è così. Non è rumore di tacchetti, ma di scarpe da ginnastica. Mentre chiudo l’anta mi volto e Djuric avvisa: «Sta arrivando il nuovo mister». Nei momenti che precedono il suo ingresso nella stanza, non sono consapevole di una cosa: quell’uomo cambierà per sempre la mia vita.

 

Davide Nicola si presenta, mi saluta con un «Ciao Fede», perché noi una battaglia l’abbiamo già condivisa a Torino, si mette davanti alla porta per guardarci tutti negli occhi e, con la voce ferma, pronuncia 10 parole destinate a trasformarci per sempre: «Noi ci salviamo, e ci salviamo nelle ultime 2 giornate». Quelle 10 parole ci portano in una realtà sconosciuta, dove la paura non esiste e il tasto per resettarci è a portata di mano. L’umidità dello spogliatoio non è più afa, ma profumo vincente.

 

Lo so: tutti avete tifato per noi. La storia della Salernitana, da quel 15 febbraio, è una rincorsa fatta di fallimenti, baratri, persone, biciclette, gelati, carte, percentuali, pugni, pianti, ascensori, guardie del corpo. Una di quelle storie in cui più si avvicina l’ultimo capitolo, più vorresti trovare altre pagine del libro. Speri di scorrere fino in fondo, vedendo che no, alla fine non manca così poco per scoprire come va a finire.

 

Al Sud, quando arrivi, piangi due volte: quando arrivi e quando parti. Ed è proprio quello che è successo a me.

 

Il mister, quel giorno, esce dallo spogliatoio dicendoci che no, non c’è tempo per parlare di tattica. Mancano 72 ore alla sfida contro il Milan. Credo sia il momento adatto per iniziare a parlarvi di questa cosa qui che abbiamo fatto. La chiamo così perché non ho ancora capito come definirla.

 

La mia storia inizia qualche giorno prima. Sabatini mi ha convocato per dirmi che contro lo Spezia sono fuori. La tensione si può toccare con mano. Siamo io e lui, uno davanti all’altro, e io insisto perché voglio aiutare la squadra, accetto la decisione dato e voglio contribuire allenandomi con i miei compagni. Vedo che mi scruta, e nei suoi occhi leggo l’orgoglio per aver ricevuto la reazione sperata. Io lo so che stravede per me, e se mi chiama «Testa di cazzo» invece di «Federico», è proprio perché vuole spronarmi. Prima di congedarsi, mi ripete la stessa frase che ormai accompagna ogni nostro incontro: «Alza la testa, ti voglio vedere in faccia mentre ti alleni. Non ti devi nascondere».

 

 

Arriviamo all’Arechi e io sono sicuro di me stesso. Ho segnato contro il Genoa e ho acquisito un po’ di fiducia in più. Al 29’ Djuric arriva un’altra volta in cielo e mi fa la sponda. Non ci penso due volte. Bolgia. Disperazione. Pressione. La palla non scende, rimane lassù. E allora sì, è giunto il momento: rovesciata. C’è Theo Hernández sulla riga, ma chissenefrega. Mentre cado, sento il boato. Gol. Dentro.

 

Non ho mai capito perché, ma a me fare la rovesciata viene più naturale che prenderla di testa. Mio padre ha un video sul telefono, di quando ho 5 anni, in cui segno in rovesciata. Da quando è arrivato il presidente Iervolino, l’aria è cambiata. Anche il sostegno dei tifosi è aumentato a dismisura. Lo senti anche in quel frastuono. Segno, mi alzo, esulto, non capisco più niente. Una cosa è certa: siamo vivi. Tanto che per 5 minuti, dal 72’ al 77’, siamo pure sopra. Alla fine pareggiamo, ma è un segnale.

 

Ci sentivamo spacciati, ma un po’ meno spacciati di due ore prima. La realtà era dura da guardare in faccia, però non per questo devi abbassare la testa. Quello che ci ha fatto rendere è giocare sapendo di dover inseguire. Mangiare i punti agli altri, sbranare il campo, percepire il pallone leggero al tocco. Testa libera.

 

Devi mettere in preventivo anche i fallimenti. Quando inizia marzo, è un delirio. Dobbiamo giocare tre partite: Inter, Sassuolo e Juventus. Non vincevamo da due mesi e all’andata con l’Inter ne avevamo prese 5. Al ritorno è un disastro: sono più forti, non c’è niente da fare. Ci passano sopra come un carro armato. La vera arma letale, però, ce l’abbiamo noi. Si chiama Davide Nicola e ha fatto un bel po’ di cose. Ci tratta ognuno come un protagonista della stessa favola. Ha cancellato il passato, non contava più. Ci ha capiti.

 

In settimana, prima del Sassuolo – il mio ritorno in campo dopo due match fuori – sono seduto a bordocampo con Franck Ribéry. Lo facciamo ogni giorno: quaranta minuti a parlare, fianco a fianco. Lui mi racconta del suo passato, io dei miei sogni. Parliamo di calcio, di vita. Da un mese lo vedo meglio. E non ho problemi a dirglielo. Mi spiega che «Vedi Fede, io ho 39 anni e vorrei fare quello che facevo a 25. Poi ascolto il fisico, penso la giocata ma lui non va di pari passo. Tecnicamente ci sono, ma qui c’è da rientrare, da seguire l’avversario. Nonostante ciò, io non mollo. Voglio giocare fin quando lo sento dentro. Ho vinto tutto, ma sono venuto a Salerno perché qui c’è il fuoco. Io voglio vivere per questo fuoco, voglio sposare la causa di altre persone che ascoltandosi, chiedono alla vita di trovare quello che cerco anche io». Mi sembra di avere davanti una persona nata e cresciuta a Salerno. Non è così, ma lui è uno che viene dal mare. E chi viene dal mare, al mare ritorna.

 

Lui mi ha messo sotto la sua ala, soprattutto dopo che ho sgarrato prima della gara contro lo Spezia. «Quando ho visto Alaba al Bayern, l’ho preso con me. Quando ho visto Vlahović a Firenze, ho fatto lo stesso. Ecco, ora tocca a te»… se lo dice lui, mi fido. Quel giorno ho capito perché in carriera ha vinto così tanto.

 

 

Quindi, il 12 marzo da noi arriva il Sassuolo. Vengono da tre vittorie consecutive, sono sull’onda dell’entusiasmo e fanno girare la palla alla velocità della luce. C’è un Sole allucinante, fa un caldo incredibile. Ce l’ho in faccia e vedo poco. Così quando Verdi parte palla al piede, io sto fermo. Vedo Ruggeri che gli va in sovrapposizione, c’è Djurić che taglia dentro e io penso: «Sto qua in appoggio al limite dell’area, vediamo che succede». Rugge la mette nel mezzo, Djurić schiaccia e Consigli non la tiene. Credo che la palla vada pure a sbattere contro la traversa. Io faccio una cosa: ci credo. E infatti man mano che avanzo, il pallone sembra catapultarsi sui miei piedi. Ci arrivo prima di tutti e la metto dentro. Siamo avanti, la Salernitana è in vantaggio. C’è il caos, mi si appanna la vista ma riesco come sempre a isolare qualcuno in curva.

 

Non so perché, ne ho parlato tante volte con i miei compagni: quando esulto, mi focalizzo sulle persone davanti a me. In quel preciso istante vedo una marea umana rovesciarsi sul parapetto, e io inizio a fare la mia esultanza: la mitragliatrice. In quel preciso istante, davanti a me c’è un signore calvo che è in piedi su un seggiolino, in equilibrio precario, che resiste alla massa che gli cade addosso e inizia a fare la mitragliatrice con me. E iniziamo a sparare insieme per qualche secondo. Magico.

 

Ho trovato poche volte in 25 anni di vita quello che Salerno è riuscita a trasmettermi. Il modo in cui ti fa sentire a casa. Salerno ti protegge. I tifosi sono protettivi. Sai che ci sono 30mila persone che sono con te, comunque vada. Non è un problema. Loro ci sono. Anche in equilibrio su un seggiolino, con 30 persone che ti cadono addosso. Loro sono lì.

 

 

Quattro gol consecutivi, vivo una favola. Nicola mi fa sentire importante, quasi fondamentale, e dentro di me sento un senso di responsabilità. Uno step in più: sentirlo sempre, essere costante, anche quando resti fuori, anche quando va tutto male.

 

Come contro la Juventus e il Torino. Zero punti, per fortuna anche le altre zoppicano e restano lì. La nostra occasione di riscatto è all’Olimpico, contro la Roma. Sono fuori per squalifica, e in settimana ho letto su Cronache una statistica: Ivan Radovanović è il calciatore con il maggior numero di tiri effettuati nella storia della Serie A senza mai aver segnato. Ivan è un grande, e quando dopo 22’ spara una bordata alle spalle di Rui Patrício, nessuno di noi ci crede: «Ma che cazzo dici? Ha segnato davvero Radovanovic?». E vedi che lui quel gol lo sente, siamo avanti 1-0 nella capitale. Inizia a correre verso lo spicchio dei nostri tifosi, che sono presi da attimi di follia. Sembra di essere a Salerno. Ivan non smette di correre, sembra quasi voglia schiantarsi contro le vetrate che lo separano dalla nostra gente.

 

Loro ci rimontano, vincono 2-1. Terza sconfitta di fila. Fa male.

 

Il mister entra nello spogliatoio e, come sempre, riesce nella magia di farci capire una cosa che sembra semplice, ma che quando esce dalla sua bocca da tutto un altro effetto: «Non ci sono problemi, vinciamo la prossima». Ecco, la prossima. A Genova, contro la Sampdoria. La seconda di tre trasferte consecutive. Sono tre mesi che non vinciamo, ma non ci sono problemi. Vinciamo la prossima.

 

Vinciamo la prossima.

 

Tre giorni prima, come ogni pomeriggio da qualche settimana, io e Simone Verdi ci facciamo una passeggiata in centro. Il nostro sport preferito è andare sul lungomare e osservare gli anziani che giocano a carte. Stanno lì dalle 8 di mattina fino a quando non cala il Sole. Hanno i capelli bianchi e il viso scavato dal caldo, dall’esperienza. Seduti, sotto le piante. C’è un livello di competitività altissimo. Non abbiamo mai provato a sfidarli perché sono davvero troppo forti. Giusto così, a ognuno la propria battaglia. Però guardandoli capivo che anche quando hai una mano cattiva, puoi comunque fare briscola.

 

Quindi sì, la prossima la vinciamo.

 

 

Se penso a quella trasferta, mi viene in mente il mondo che scopre Éderson. Fenomeno. Se perdiamo, siamo praticamente retrocessi. Stop, finito tutto. Quella è una finale. Ce lo siamo detti fuori dai denti: «Ultima spiaggia». La gente ha sempre cantato per noi, nella sconfitta o nel pareggio. Ma quel giorno siamo tornati a Salerno con tre punti. I nostri tre punti.

 

Gridando al mondo: «Siamo qui, non siamo morti». Arriviamo. Preoccupatevi.

 

Proprio in quelle ore, in città è iniziato il delirio. Ora tutti ci credono, nessuno ha motivo di pensare il contrario. È solo una vittoria, ma erano tre mesi che ci mancava e la convinzione è di vedere un nuovo inizio. Tornando a casa, mi vengono in mente le parole del mister dopo che ci avevano attribuito il 7% di possibilità di salvezza: «Ricordatevi una cosa, che 7% non è 0%. Che può diventare 9%, e poi anche 100%». Dopo la partita contro la Sampdoria, la nostra percentuale aveva staccato il fondo. La strada era lunga, ma anche la matematica ora guardava la Salernitana in tv.

 

Se prima davamo 10 su 10, ora davamo 15 su 10. Quando ti si apre un piccolo spiraglio, devi crederci ciecamente senza sapere cosa c’è realmente dietro la porta. Ci siamo catapultati nel nostro spiraglio.

 

Battiamo anche l’Udinese e aspettiamo la Fiorentina in casa. Nel frattempo, Salerno si prepara a diventare un unico cuore pulsante. Rosario, il nostro magazziniere, mi avverte: «Potrai scendere in campo in qualsiasi stadio del mondo. Sappi che il giorno in cui giocherai davanti a 30mila persone all’Arechi, ti tremeranno le gambe». Quando esco dal tunnel degli spogliatoi contro la Fiorentina, là fuori è l’inferno. Le tribune a picco – che poi, da sotto le percepisci come enormi, ma non capisci che hanno una pendenza incredibile verso il campo – sono gremite, non si riesce a sentire neanche la propria voce. La verità è che se giochi contro la Salernitana all’Arechi, hai paura. Non è retorica, è veramente diverso dagli altri posti.

 

La Fiorentina è in corsa per l’Europa, ma lo vedi che è intimorita. Non fanno quello che sanno fare. Il frastuono raggiunge decibel sensazionali. La curva canta, allo stadio c’è gente di ogni tipo. Vivi nel caos. Tanto che neanche le urla arrivano alle orecchie. Il mister però ha bisogno di far capire a Ranieri che deve dargli ascolto. Così si toglie una scarpa e gliela punta contro. Lo fa anche in allenamento.. Prende e ci intima simpaticamente con una scarpa.

 

Così, tra 30mila voci, capisce che l’unico modo per comunicare con Luca è quello: agitargli minacciosamente la propria scarpa da ginnastica.

 

Vedo la scena dalla panchina. Le allucinazioni arrivano qualche minuto più tardi, quando entro in campo e segno la rete decisiva a 10’ dalla fine. Cross di Ruggeri, errore di Igor, ci credo ed è la terza vittoria di fila. Una vittoria sporca, dove tutti hanno fatto la propria parte. Adrenalina. Perché il gol mi dà qualcosa che nella mia vita non riesco a ritrovare. Un’emozione che ti prende dalla testa ai piedi e ti fa sentire la persona più forte dell’intero pianeta. La colpa è mia, che vivo il mio lavoro in modo maniacale. Se ne sbaglio uno, non dormo per tre giorni. Ma se mi chiedi cosa voglio dalla vita, io voglio fare gol.

 

 

Adesso è impossibile girare in città. Quando vado a prendere il gelato, vedo i gelatai togliersi il berretto e il grembiule ancor prima del mio arrivo, per scattarsi una foto. Un modo bellissimo di viversi lo sport. Non invadente, genuino. Quando sono arrivato a Salerno, è stato come nel film Benvenuti al Sud: chi va al Sud, piange due volte, quando arriva e quando parte. Sentivo quel modo di esistere distante dal mio. Mi reputo una persona strana, riservata. Con il passare dei mesi, ho capito cosa significhi per questa gente il calcio. Un rapporto sano, di unione. Ho capito che Salerno mi era entrata dentro.

 

Sto crescendo con loro. Mi scrivevano per avere un video saluto, o gli auguri di compleanno, e ancora più che in passato, non mi sottraevo. Vivevo come loro per essere come loro. Mi piaceva essere nuovamente un ragazzo di 25 anni.

 

Andiamo a Bergamo e pareggiamo. Una partita per volta, siamo arrivati alla prima finale. C’è il recupero infrasettimanale contro il Venezia. Loro in fondo alla zona retrocessione, noi ancora dentro. Rigore. Prendo il pallone, segno. Verdi raddoppia. Vinciamo 2-1 e per la prima volta in tutto il campionato, siamo fuori dalla zona retrocessione. Mancano tre partite, era un chiaro segnale: adesso sono gli altri a doverci rincorrere. Se chiudo gli occhi, vedo il mister che esulta a fine partite e corre verso Belec, che è entrato in campo poco prima senza riscaldamento al posto dell’infortunato Sepe. Da quando è arrivato Luigi, Vid è andato in panchina. Nel momento del bisogno, ha risposto presente. Nicola poteva correre da chiunque di noi, e invece ha scelto lui. Non a caso, è unico. Capite la sua umanità?

 

La Salernitana è Sepe, in lacrime, che non può combattere al nostro fianco. Seduto, incredulo a soffrire senza poter incidere, con la schiena su un cartellone pubblicitario. Ma il panico, il nodo allo stomaco, arriverà più tardi. Ci mancano solo 3 partite, è se quella contro il Venezia era una finale, quella con il Cagliari è la Finalissima. Con la F maiuscola. Stavolta siamo noi davanti.

 

Sembrava il Far West. La sfida con il più alto grado di tensione. Io speravo di non arrivare mai a questo punto, ma la profezia del mister si stava avverando: «Ci salviamo alle ultime due…». Se battiamo il Cagliari, è praticamente fatta. All’Arechi non c’è un posto libero.

 

 

Quel pazzo di Kastanos fa un numero fuori controllo con il tacco, in derapata riesce a mantenere l’equilibrio e viene steso da Lovato. L’arbitro indica il dischetto del rigore. Esplode tutto. VAR, minuti interminabili. Alla fine sì, è rigore. Verdi va sul dischetto, io mi mordo le unghie dalla tensione e vorrei non guardare. Simo ha una freddezza strepitosa, e quando la palla entra è come una liberazione. Corre, corre, e si ferma davanti ai giocatori del Cagliari che si stanno scaldando per esultare. A Gaston Pereiro la cosa non piace, e ha qualcosa da ridire. In realtà, loro non possono saperlo, ma i nostri accrediti per i familiari sono proprio dietro la loro panchina. Verdi vuole solo esultare con i suoi cari, ma la nostra ondata d’affetto lo travolge, e travolge anche gli avversari. Si innesca una rissa e Ribéry litiga con Radunovic, il loro portiere. In quel brutto momento, in realtà si capisce una cosa bella: chi siamo, chi eravamo. Una famiglia. Corriamo tutti a difesa l’uno dell’altro, praticamente esultiamo dentro a una battaglia. Tutti per uno, uno per tutti. Perché la famiglia si muove insieme, sempre.

 

Il nostro è un film, e in tutti i film c’è una componente tragica. Beh, non che la stagione che stavamo vivendo non ce l’avesse già regalata. Serviva di più. Che ne dite di un gol subito al 100’ minuto di gioco nella partita decisiva? Quando Altare segna, ci cade il mondo addosso. C’eravamo quasi. A un passo dalla gloria. Nessuno ha voglia di parlare. Il destino, però, è ancora nelle nostre mani.

 

Negli ultimi giorni, una persona più delle altre era diventata fondamentale nello spogliatoio: Diego Perotti. Una mattina ci aveva detto: «Ho giocato nell’Argentina, nel Siviglia, nella Roma. Ho giocato con i campioni, ma devo dirvelo: sono fiero di avervi incontrato, di giocare con voi e per voi. Ricordatevi che è tutto nelle nostre mani».

 

E il destino, ora, si chiama Empoli. Siamo nel bus e Capezzi, che a Empoli ci ha giocato, mi guarda e fa: «Fede io qui l’ho vista l’invasione di Juventus, Inter o Milan. Ma non ho mai visto niente di simile». Praticamente eravamo in trasferta solo sulla cartina geografica. Le strade che ci accompagnano allo stadio sono granata, il Castellani sembra sul lungomare. Siamo arrivati all’apice.

 

Entriamo nello spogliatoio e Nicola è diverso dal solito. Prende uno schermo, collega il computer e ci dice che c’è una sorpresa. La luce si spegne, siamo 30 ragazzi in una stanza che attendono incerti. Inizia un video in cui tantissima gente di Salerno, una a una, dai bambini con le famiglie fino ai vecchietti che guardavamo giocare a carte, ci dicono di crederci anche per loro. Qualcuno, in appena tre secondi di video, quasi piange. Quella per tutti noi è una botta di adrenalina. Senti che sei in 30 metri quadrati e stai portando con te il desiderio di tutta quella gente.

 

«Noi diamo la vita per quella maglia».

 

Sembra un film questa salvezza, forse in fondo lo è davvero. Due giorni prima, come ogni fine allenamento da quando sono stato preso dalla Salernitana, mi fermo con il terzo portiere Fiorillo per provare i rigori. Restiamo anche mezz’ora. Lui parte e io calcio, poi gli dico dove voglio tirare e provo ad angolarla. Insomma, le proviamo tutte. Quasi come una scommessa, prima della partita contro l’Empoli ci fermiamo tutti a provare. Nessuno ha dei dubbi e in modo provocatorio, quasi a celebrarlo per il ruolo che ha assunto nel gruppo, qualcuno dice: «Se c’è un rigore al 95’, lo deve battere Diego Perotti». Siamo d’accordo, cavolo non ne ha sbagliato praticamente uno! Ha segnato pure al Bernabeu.

 

Al 31’, Cutrone ci gela. Siamo sotto. Poi verso inizio secondo tempo, il mister decide di mettermi dentro al posto di Kastanos. Vicario le prende tutte, il risultato sembra già scritto. Fa una parata su un mio tiro ravvicinato e non riesco a capire come io abbia fatto a sbagliare. Certo, se noi siamo pazzi ad aver pensato di salvarci, io sono il più pazzo. Perché sul calcio d’angolo, Vicario respinge male e Radovanovic alza la palla. Mi rimane sopra la testa. Che dite? Rovescio? Rovescio. La prima immagine che vedo, cadendo, è Fazio che mi esulta in faccia. Inizio a mitragliare e penso dentro di me: «Siamo ancora vivi cazzo, siamo ancora vivi».

 

Mi vengono in mente tutte quelle persone che nel video pre-partita ci urlavano «Sarete i primi ad aver salvato la Salernitana in Serie A!».

 

Il destino è nelle nostre mani. Ancora una volta ci guarda negli occhi e ride. Perché? Coulibaly viene steso in area di rigore e mancano 6 minuti al fischio finale. Rigore.

 

«Se c’è un rigore nel finale, lo deve battere Diego Perotti». «Se c’è un rigore nel finale, lo deve battere Diego Perotti». «Se c’è un rigore nel finale, lo deve battere Diego Perotti». Io neanche mi avvicino. Quello è il suo momento. Sembra una magia che sia accaduto davvero. Ma Diego sbaglia, aspetta la respinta e quando capisce che non c’è più niente da fare, piega la testa e si accartoccia sulle gambe. Pareggio. Se ci salviamo, lo sapremo solo all’ultima partita.

 

 

Noi con l’Udinese, il Cagliari con il Venezia. Abbiamo il coltello dalla parte del manico. Il mister organizza una cena quattro giorni prima della partita. Al centro sportivo, con le famiglie. Trascorriamo una serata davvero particolare: sembrava che anche i nostri affetti facessero parte della squadra, che anche loro stessero contribuendo a questa pagina di storia. Ero a tavola e dietro di me i figli di Obi non facevano altro che provare le scivolate: «Adesso ho capito perché lo fate, avete preso da vostro padre che è sempre a terra». Ci scherzo tutta la sera e sento che sì, probabilmente questa città e questa esperienza mi hanno cambiato significativamente. Il mister viene da ognuno di noi, si interessa delle nostre vite, capisco che la vittoria non arriva se hai dei buoni piedi, né se hai delle grandi tattiche, ma quando riesci a mettere 30 cervelli sulla stessa lunghezza d’onda. A sincronizzarli.

 

Il giorno dopo ricevo quattro messaggi vocali da Obi, con i loro figli che mi chiedono se ci possiamo vedere, che mi vogliono bene, che si erano divertiti a giocare con me. Sono emozioni queste qui.

 

La notte prima dell’Udinese dormo. Poi che succede? Eh… che la palla, a differenza dalle altre volte, pesa di più. La testa vede l’obiettivo vicino, e non diventa una partita. Diventa una guerra di nervi, una gara a chi riesce a rimanere più lucido degli altri. Entriamo in campo e ci troviamo di fronte questa coreografia pazzesca. La studiavano da mesi, ogni tifoso metteva dieci centesimi a gara, e alla fine è uscita questa meraviglia. Andiamo a riposo e siamo sotto 0-3. Che botta. Era tutto come prima: il nostro destino era in mano al Cagliari.

 

Torniamo nello spogliatoio e io me la prendo con me stesso. Non voglio neanche sapere cosa accade nell’altra partita. A un certo punto sento i tifosi esultare, penso che abbia segnato il Venezia. Ma non m’importa. Il secondo tempo è un calvario: prendiamo un altro gol, per l’andamento della partita potevamo perdere tranquillamente 0-8. Non puoi isolarti, sei braccato da una sensazione di stranezza che ti pervade.

 

Aspettiamo il fischio finale. Mancano due minuti, quando dalla panchina si alza un urlo: «Raga, il Cagliari ha pareggiato, siamo salvi». Altro che 7%, altro che fallimento. Scoppio a piangere. I tifosi invadono il campo e comincia la festa. I miei genitori sono accanto a me, vengo avvolto dalla mia gente che chiede calzettoni, maglia, mutande, tutto. Un signore di cinquanta anni si ferma, mi guarda, si china e mi bacia il piede con cui ho segnato i gol che hanno contribuito a questo sogno. Ne arriva un altro e fa lo stesso. Penso che, in fondo, io non potrò mai ripagarli. Che non saprò mai se io ho dato alla Salernitana ciò che la Salernitana ha dato a me.

 

 

Penso al giorno 1, quando eravamo in pochi ad allenarci nell’incertezza più totale. Corro verso Sabatini per abbracciarlo e per la prima volta, invece di chiamarmi «Testa di cazzo», mi chiama «Fede». Mi dice: «Questa salvezza è merito tuo. Sei forte, non dimenticarlo mai». Non è solo merito mio, lo sa, ma io inizio nuovamente a piangere e lui pure. Non c’è più motivo di coprirsi la faccia con lo scaldacollo. Voglio che tutti vedano le mie emozioni.

 

Io invece ho una fame pazzesca. Rosario, il magazziniere, nel corso della stagione mi ha indicato più volte lo spogliatoio. E lo fa anche adesso: «Ti ricordi le 50 maglie che ti ho chiesto qualche settimana fa? Ecco, entra e vedi un po’». Praticamente lo spogliatoio si è trasformato in una pizzeria, aveva barattato tutto quel ben di Dio con il fornaio in cambio delle mie maglie. Unico. Io, quando sono arrivato al Sud, ho pianto due volte. Anche Salerno lo ha fatto: quando tutto andava male, ed eravamo spacciati, e quando ci siamo riversati dentro l’Arechi per festeggiare il 100%.

 

Il giorno dopo organizziamo un pranzo per festeggiare. Nessuno sta più nella pelle. Ribéry si presenta con una bicicletta che gli ha prestato un bambino trovato nel vicolo prima del ristorante, cantando «Pisciaiuolo morirò». Qui ho capito che di normale, in questa storia, non c’è niente. Ma proprio niente.

 

 

Alle 16:30 io ho un appuntamento importante. A marzo, avevo promesso a DAZN che avrei offerto brioches con gelato in caso di salvezza: «No, non mi coloro i capelli di bianco, ma il primo giorno qui mi hanno consigliato questa specialità e io, da goloso, ho voluto provarla. Me ne sono innamorato. Quindi se mi salvo, brioches per tutti». L’appuntamento è al Bar Nettuno, in centro. Sono in ascensore, sto per uscire e mi chiama l’ufficio stampa della Salernitana: «Fermo, non uscire. Non puoi capire. Ci sono tremila persone qui fuori, dobbiamo organizzarti la scorta perché la città è paralizzata ed è impossibile muoversi». Apro il portone e sei uomini della sicurezza mi circondano. Non so cosa fare, sembra un film di spionaggio. Cammino a fatica in mezzo alle persone. Sono rimasto solo mezz’ora perché il viale principale è bloccato e il traffico è congestionato. Tutti vogliono me. Inizio a servire brioches con il gelato, alla fine ne do oltre mille. Non ho voluto vedere il conto, ma il gelataio era felice! Promessa mantenuta, ancora una volta era stata Salerno a lasciarmi qualcosa.

 

Al Sud, quando arrivi, piangi due volte: quando arrivi e quando parti. Ed è proprio quello che è successo a me.