Se potessi,

vorrei sbranare tutti

di Davide Nicola

La critica pensa che io spenda il mio tempo a motivare gli altri. Invece non lo faccio praticamente mai: il mio tempo lo spendo insieme al mio staff nel fare analisi maniacali sulle caratteristiche dei miei giocatori, i loro tratti caratteriali, da quale percorso arrivano, che status hanno. Questa analisi mi serve per capire dove sono migliorabili.

 

Credo in una filosofia di gioco: io mi diverto quando vedo una squadra con un’identità propositiva e non passiva.

 

Se potessi, sbranerei tutti.

 

Indipendentemente dal Real Madrid o da una squadra da salvare in corsa.

 

Voglio una capacità di sviluppo del gioco in verticale, non amo il gioco che ristagna. Così come non lo amano i miei collaboratori. Vogliamo abbattere le linee avversarie e sfruttare gli spazi che si creano davanti. Non vogliamo un possesso palla in orizzontale, magari pure lento e con troppi tocchi. Ne preferiamo uno in verticale, con passaggi in avanti, con un sostegno o un appoggio più veloce.

 

Innanzitutto, è più divertente per chi vede la partita. Ci sono certi campionati in cui la transizione è costante e continua. Per lo spettatore è sicuramente meglio. Solitamente un movimento veloce cattura l’occhio e piace di più: vedi l’espressione di bellezza e potenza. Ogni partita che prepari, la prepari in funzione della tua filosofia di gioco e dell’identità proposta dall’avversario. Così nascono le strategie. Noi amiamo un calcio aggressivo, un possesso palla in verticale che proponga una variabile posizionale in cui il ruolo non viene visto come «Tu sei un terzino e quella è la tua fetta di campo». Invece no: «Anche tu, che sei ala o fai l’attaccante, puoi andare a occupare quella porzione di campo». I miei giocatori devono avere una lettura chiara basata su un principio geometrico. Per noi i rombi – ma utilizziamo anche quadrati e triangoli – devono funzionare. Ad esempio, se sono un centrale che guarda il campo spalle alla mia porta, devo avere consapevolezza e soprattutto una relazione di gioco che dev’essere condivisa: se sono un vertice basso, devo sapere di avere soluzioni interne, esterne o incontro, oppure da un punto che si allontana per aprire uno spazio. Questa situazione, da quel calciatore, dev’essere riconosciuta a prescindere dalla situazione in cui si trovi. È una ricostruzione mentale di un’idea di rombo.

 

Davide Nicola ha guidato l'Empoli nelle ultime 18 partite in questa stagione. Nessuna squadra in lotta retrocessione ha fatto più punti del suo Empoli.

Davide Nicola ha guidato l’Empoli nelle ultime 18 partite in questa stagione. Nessuna squadra in lotta retrocessione ha fatto più punti del suo Empoli.

 

Questa idea di rombo diventa più efficace e imprevedibile se ne distruggo la figura statica e la rendo dinamica. Se sono un calciatore e decido di andare nella posizione di un altro per occuparne lo spazio, il mio compagno in quel rombo deve riconoscere lo spazio libero che sto lasciando e andare a prenderselo.

 

La consapevolezza di queste situazioni si costruisce attraverso esercitazioni mirate, non soltanto attraverso gli obiettivi richiesti. Sono convinto che qualunque messaggio e competenza si trasmetta in modo più efficace utilizzando la semplicità di esecuzione. Se una cosa è più semplice, è più facile renderla efficace. E anche più comprensibile per il calciatore, oltre che più agevole da riproporre in partita.

 

Utilizziamo i supporti audiovisivi, puntando molto sui video di lavori già fatti in passato. Attraverso la didattica, punto a ritagliare un momento all’interno dell’allenamento per illustrare i motivi di certe esercitazioni e il loro obiettivo finale, dimostrandogli che facendole poi si ottengono i risultati: miglioramento personale e chiaramente risultato sportivo.

 

Amo il gioco aggressivo.

 

Se tu hai palla, io mi rompo le palle.

 

Il mio giocatore deve avere dentro la sua testa l’idea di andare subito a riconquistarla, perché se ce l’ha tra i piedi, si diverte di più. Se hai tu, il divertimento dev’essere invece andarla a riprendere. Spesso in Italia, il concetto è: se hai palla, sembra che stai giocando; se ce l’ha l’avversario, sembra che sia una noia doversi riposizionare in modo organizzato per tornare in possesso. Io voglio che avere il pallone o doverlo riconquistare portino la stessa identica gioia, per mettere in difficoltà gli altri. Prima te la prendo, prima mi diverto.

 

Anche per questo, per noi è fondamentale andare in pressing sul retropassaggio. Vogliamo che la pressione inizi subito, fin dalla costruzione avversaria. Vogliamo riprendere il pallone il più velocemente possibile.

 

Il dato della velocità di gioco dalla 21° alla 38° giornata, ovvero quelle in cui Nicola ha guidato l'Empoli in stagione.

Il dato della velocità di gioco dalla 21° alla 38° giornata, ovvero quelle in cui Nicola ha guidato l’Empoli in stagione.

 

Ci dicono che siamo bravi a difenderci. Io dico che siamo bravi perché puntiamo a difendere per poco tempo nell’arco di una partita. Certo, se sono l’Empoli e affronto il Real Madrid, è normale che mi difenderò per più tempo, ma il mio scopo resterà sempre quello di venirti a prendere il pallone per più volte e nel meno tempo possibile.

 

Nelle tre fasi previste – ovvero costruzione, sviluppo e rifinitura – noi suddividiamo il campo e la partita, ma il gioco nella realtà non è suddiviso. È fluido. Posso costruire dal portiere e in pochi passaggi essere in fase di rifinitura, oppure in altre partita per strategia decidiamo di tenere maggiormente il pallone nel nostro terzo di campo difensivo perché gli avversari non sono aggressivi sull’uomo e devo chiamarli fuori per stanarli. La strategia di gioco viene decisa in funzione dell’avversario, ma non ha a che fare con la nostra identità: sono soltanto strumenti per comprendere come limitare gli altri e scegliere i mezzi giusti per esprimere il nostro gioco.

 

L'Empoli è stata la 7° miglior difesa in Serie A nelle giornate in cui è stato guidato da Davide Nicola.

L’Empoli è stata la 7° miglior difesa in Serie A nelle giornate in cui è stato guidato da Davide Nicola.

 

Utilizziamo i big data e il tracking perché ci sono situazioni oggettive che arrivano da piattaforme su cui puoi trovare migliaia di voci.

 

Crediamo molto nella raccolta dati, ma funzionale alla nostra filosofia. Altro esempio: la strategia contro il Sassuolo di De Zerbi, la Roma di Zeman e la Roma di De Rossi sarà diversa. Ma vedrai dei sottoprincipi riconoscibili, ovvero la nostra identità. Mentre di altri principi, dirai: «Perché oggi l’Empoli non è uscita in ampiezza dal portiere, ma invece ha attaccato centralmente per poi allargare il gioco?». A queste conclusioni arriviamo attraverso la ricerca e lo studio. I big data devono oggettivare la prestazione che hai scelto. Se l’Empoli ha il 65% di possesso palla, è un dato generico che personalmente non significa niente. Non fornisce alcuna indicazione. Non dimostra se ho scelto di tenere palla perché vincevo 3-0, oppure perché gli altri non uscivano a farla uscire in orizzontale.

 

La supremazia territoriale è un altro dato generico che possiamo rendere fondamentale: indica la mia presenza nella metà campo avversaria, che è un altro dato ancora generico che però possiamo analizzare andando a vedere quante volte sono entrato in area avversaria, come e perché. I dati generici possiamo impugnarli a nostro favore, così come possono essere ribaltati per dimostrare il contrario.

 

Il bozzetto con cui Davide Nicola ci ha illustrato l’attacco della profondità e le relative strategie.

 

Abbiamo 5 o 6 piattaforme che utilizziamo. Dei dati che troviamo, la differenza tra gioco offensivo e difensivo emette un coefficiente che inserito in un algoritmo, crea diverse voci. Come, per esempio, quanti cross abbiamo fatto. Se io ho fatto 30 cross in una gara, il dato fondamentale è capire quanti giocatori ho portato dentro l’area per chiudere l’azione. Se ne ho portati uno, due, quattro, sei, e con quanta costanza l’ho fatto sul totale dei cross; se quegli X giocatori hanno occupato le posizioni che vogliamo e richiediamo per essere qualitativi e finalizzare l’azione. Per me quello è un dato importante, che crea una riflessione e uno spunto per migliorare.

 

Al giocatore forniamo elementi e idee dimostrabili con video, dati, esercitazioni e parole chiave.

 

Se incontriamo una squadra che gioca con un centrocampo molto stretto, che chiude il corridoio centrale, dovrò essere credibile nell’impostare la partita sugli attacchi laterali e l’uscita in ampiezza per attaccare la profondità: la strategia punterà proprio sull’allargare il gioco fin dall’impostazione.

 

Le occasioni per noi valgono quanto i gol. La chiusura dell’azione che arriva con la strategia d’attacco decisa è l’obiettivo. Lo facciamo attraverso l’analisi dei punti di forza dell’avversario (attraverso l’individuazione di numeri riconoscibili) e di quelli in cui concedono e non sono efficaci.

 

Lo sviluppo della settimana deve portare il calciatore ad avere piena consapevolezza con un riassunto audio-video di ciò che è stato fatto durante i giorni di lavoro.

 

Dura 3 minuti e mostra la strategia da attuare in partita nelle fasi di possesso e non possesso, sia individuale che di squadra. Singolarmente mi preme allenare la tattica individuale affinché possa riconoscere le situazioni.

 

La struttura dell’allenamento – dal riscaldamento fino alla parte finale – viene improntata su due obiettivi. Sono due non a caso: c’è un motivo legato alle neuroscienze, che dimostrano come qualunque cervello difficilmente può rispondere a più di due stimoli in un lasso di tempo. Quindi una per la fase di possesso e una di non possesso. In ogni caso, difficilmente portiamo due obiettivi all’interno della stessa sessione, ma uno solo. Quello che per noi è importante per quella determinata sessione di allenamento è comporre gli obiettivi settimanali che scegliamo il primo giorno della settimana in base allo studio dell’avversario. Abbiamo un database delle esercitazioni che teniamo da anni, dove si tiene conto degli aspetti fisici di ogni singolo testo, di quanto consuma fisicamente un calciatore, quali capacità vengono interessante, come dimostrare la funzionalità di quell’esercizio per raggiungere il fine tecnico-tattico.

 

Il bozzetto con cui Davide Nicola ci ha spiegato le fasi di gioco delle sue squadre.

Il bozzetto con cui Davide Nicola ci ha spiegato le fasi di gioco delle sue squadre.

 

Allo stesso tempo, vogliamo che i calciatori migliorino seguendo i nostri principi. Faccio un esempio dal punto di vista difensivo: è necessario che il diretto interessato conosca a menadito le regole dell’uno contro uno e come applicarle in campo. Ci sono delle dimostrazioni concrete che non saper applicare queste regole, ti porta a perdere i duelli. Se non osservi le regole, perdi quell’uno contro uno sistematicamente. Se il calciatore conosce la tattica individuale, è più facile metterlo in relazione con gli altri. Se manca questa conoscenza dei mezzi tecnici del singolo, gli smarcamenti, il gesto tecnico, gli stop orientati e come riconoscere le situazioni per farli, è un problema. Gli stop orientati vengono decisi in funzione della pressione subita: devi saper riconoscere il tipo di pressione, altrimenti non puoi scegliere il giusto gesto tecnico.

 

Sulla costruzione del gioco, noi puntiamo a farlo il più velocemente possibile per arrivare nell’ultimo terzo di campo quante più volte nell’arco di una partita.

 

Se vuoi vincere una partita, devi portare più volte possibile il pallone nell’ultimo terzo di campo o ancora meglio, nell’imbuto verso la porta avversaria.

 

Il dato di questa stagione, record in Serie A, è che si può segnare anche al 103’25’’ come accaduto a Samardzic con il gol segnato contro di noi. Se hai quindi circa 100 minuti in cui segnare, l’unico dato interessante è che devi portare il pallone in quelle zone quante più volte possibile, altrimenti quella gara non la vincerai mai.

 

Perché puoi anche tenere il pallone in tutte le zone che vuoi, ma se sei bravo al massimo finisce 0-0. Devi andare nell’imbuto per vincerle.

 

Noi partiamo dall’idea di essere verticali.

 

Se inizio al costruzione dal portiere, occupo solitamente circa 60 metri di campo. È difficile arrivare a 65/70, a meno che tu non abbia in porta Ederson del City o Milinkovic-Savić del Torino, che hanno una gittata di 80 metri. A quel punto posso anche provarci, perché allungo talmente tanto la squadra avversaria che il collegamento tra i reparti viene meno e possono aiutarsi meno sulle seconde palle. Ma solitamente le squadre adottano una costruzione stabilita su massimo 10 metri oltre la metà campo.

 

Nello sviluppo, è importante per noi dare fluidità.

 

I nostri giocatori devono riconoscere indipendentemente dalla posizione, come occupo il campo. In Italia ci riconosciamo ancora troppo nei moduli. Nel gioco, tu hai degli spazi da conquistare e devi far sì che gli avversari non ne occupino altri. La scelta degli spazi da conquistare la chiameremo profondità: tutta quella parte alle spalle della linea difensiva avversaria, ma anche delle varie linee avversarie. Nell’evoluzione del calcio, dove anche l’asticella tattica è sempre più alta, non basta ormai attaccare dentro al campo e portare un calciatore in profondità. Perché quello spazio alle spalle dei difensori, con i portieri moderni, è ormai suddiviso tra i centrali e il portiere, che riescono a coprirlo nella sua interezza.

 

Quali spazi fanno paura quindi? Quelli che si creano tra le varie linee dei reparti. Devo poter creare tutte quelle giocate e quelle situazioni di gioco, che i giocatori devono conoscere, per andare a smarcare un calciatore tra le linee e potergli far girare il fronte del corpo per attaccare la porta. Da qui diventano utili il cambio gioco o lo smarcamento prima di cercare la profondità. Se attacco lo spazio per 20 metri, ma non ho ricevuto il pallone, devo sapere che il movimento che ho fatto deve rimettermi in gioco per superare una nuova linea.

 

Utilizziamo molto esercizi in 40 metri per acquisire la linea meta e poi tornare dai difensori per attaccare ancora, avendo però conquistare una porzione di campo. Si dà fluidità al gioco facendo riconoscere al calciatore gli spazi: se un terzino destro va al centro, la sua zona di campo deve essere occupata e così via. La didattica serve per far vedere come si muove un compagno e perché. Il ruolo diventa lo spazio in una zona di campo che va liberata o occupata a seconda della fluidità di gioco che riesci a imprimere con il tuo possesso palla.

 

Dove diventano interessanti gli spazi?

 

Se riesci a sfruttare l’ultima parte di campo. Come porti il pallone nella metà campo avversaria è fondamentale. Con quanti passaggi ci sono arrivato? 50? 20? 30? Più ne faccio, più è un tempo che si sottrae a quello che hai per attaccare. Per me lo scopo funzionale è costruire dal portiere perché hai mille possibilità, ormai trovi estremi difensori tecnicamente abili nel giocare sul corto o sfruttare un due contro due. Noi vogliamo costruire per arrivare velocemente a fruttare gli spazi: a quel punto la differenza la fa la qualità dell’atleta.

 

Il grafico dell'Empoli di Davide Nicola per indice offensivo, indice difensivo e media.

Il grafico dell’Empoli di Davide Nicola per indice offensivo, indice difensivo e media.

 

Stiamo facendo uno studio: capire quante azioni creano mediamente in una partita le squadre in base all’obiettivo di classifica. E poi capire quante volte devi portare il pallone nell’imbuto per vincere una partita. Perché poi non è solo quante volte la porti, ma come la porti. Metti che ci sono 300 azioni, arrivi in porta in vario modo… ma quante volte effettivamente la porti? Se ho tenuto il pallone per 65 minuti e tu per 25, ma se in quei 25 hai portato il pallone il triplo delle volte in area di rigore… ho giocato bene io o tu?

 

Il calcio sta viaggiando velocemente. Perché, ad esempio, ultimamente abbiamo smesso di scegliere i cross dal fondo o comunque dalla zona di campo laterale all’area, e perché se ne vedono sempre meno? Noi usiamo un principio fondamentale: il cambio di gioco per uscire dalla zona di recupero; oppure attiriamo la pressione da un lato per poi andare dall’altro. Le squadre fanno fatica a gestire questa ampiezza. A meno che non sei l’Atalanta che accetta l’uno contro uno a tutto campo, e a quel punto il cambio di gioco diventa relativo. Comunque, o hai un attaccante come Djuric, altissimo e in grado di prendere molte volte il pallone in aria. Oppure, se non hai quel giocatore, ma ne hai uno bravo ad attaccare il primo palo per avere il pallone a rimorchio, io preferisco chiedere una combinazione per fare dei cross mirati a rimorchio, oppure dei cutback in continuità.

 

Spesso ho iniziato avventure da inizio stagione.

 

Altre volte in corsa. La pianificazione cambia. Se parto dal ritiro, abituo i miei giocatori spiegando la filosofia di gioco, mostrando video di vecchie squadre che ho allenato, mostro i principi e quali sono gli obiettivi da perseguire. Ti faccio vedere dove sei e dove voglio portarti. Ci sono step intermedi che sono sicuro, nel corso del tempo, possiamo raggiungere attraverso il lavoro. Quando prendo una squadra in corsa, dove c’è quindi un percorso precedente e devo portarla all’obiettivo finale, faccio il processo inverso. Non parto dalla consapevolezza di far capire i metodi. Faccio precide richieste con determinati movimenti e dimostro che portano alla creazione di dati che portano alla creazione di risultati.

 

Quando subentro, agisco per priorità richieste.

 

Analizzo e trovo insieme al mio staff quelle 3 cose, e lavoro su quelle e basta. Quando inizio, posso costruire e rendere consapevole il giocatore attraverso la filosofia di gioco per intero. Posso fare due allenamenti al giorno e non ho l’obbligo di avere un obiettivo immediato da raggiungere o l’assillo delle partite a stretto giro.

 

Sui singoli, è importante che il giocatore percepisca che, a prescindere dal tempo a disposizione e dalle occasioni che avrà a disposizione, il concetto importante è capire le richieste, sapere perché ti vengono fatte e quali risultati possono portare. Un allenatore deve dimostrare di non avere preclusioni: il bravo allenatore dà un’occasione a tutti. Chiaro, a chi più e a chi meno. Sta nella bravura del giocatore sfruttare quell’occasione. Se ti do un’occasione e non ne usufruisci subito, il mio compito è non abbandonarti e far sì che un giorno tu possa darmi quello che ti chiedo.

 

Un giocatore potrà trovarsi a giocare 15 minuti che gli cambieranno un’intera stagione. Come accaduto con Cacace nella partita decisiva per la salvezza dell’Empoli contro la Roma. Gli ho detto: «Ti ho sempre detto che avresti avuto la tua occasione, eccola». È partito titolare nella partita cruciale. Gli ho spiegato cosa mi aspettavo da lui. Punto molto sulle comunicazioni individuali. Spednaimo molto tempo a comunicare individualmente con i ragazzi.

 

Quando mi presento in una nuova squadra, voglio conoscere tutti i nomi, dal più giovane al più anziano. Non solo per rispetto, ma perché chiamando qualcuno per nome gli riconosci la sua identità e unicità in quel contesto. Comunicando così, ti dimostro che so chi sei, che ti conosco.

 

E poi, io e il mio staff, facciamo vedere quanto ci divertiamo nel nostro lavoro. Ogni allenamento costa fatica ed energia. Il giocatore non deve subire l’allenamento, ma vedere che lo staff in primis crede ciecamente in quello che fa e ama quel lavoro. Ognuno di loro fuori ha una vita, sappiamo che se litighi a casa non puoi arrivare al campo con una forma mentis predisposta al miglioramento. Se vedi uno che invece non ti molla mai, che ti dà sempre energia, non vedi l’ora di essere lì il giorno dopo.

 

L’automotivazione fa tutto: avete visto quando un calciatore riceve il nuovo paio di scarpe dallo sponsor com’è gasato? In quell’allenamento si sente al top, va a 300 all’ora e prova cose mai fatte prima. C’è un elemento di novità che interagisce con quel giocatore. Questo lo devi trasportare nell’ambiente di lavoro. Quando trovi persone che stimi e reputi competenti, e hai relazioni soddisfacenti con loro, questo aumenta la resa. Come stimolo un calciatore? Cambiandogli posizione, ad esempio. Dirgli: «Hai fatto 150 partite in questo ruolo, secondo me puoi fare anche quest’altro, ci vorrà un po’, non è detto che ci riuscirai, potrebbe non piacerti come essere il tuo futuro». Magari è un calciatore che non gioca molto, ma vedendo questo atteggiamento pensa «Ok, il mister vuole aiutarmi».

 

L’aspetto mentale passa anche dall’allenamento.

 

Prima delle ultime due partite contro Udinese e Roma, il giorno della rifinitura per alleggerire il peso specifico importante, abbiamo fatto una partitella a pressione 7 contro 7 in una meta campo: chi era titolare lo ha capito, e ha tirato fuori un po’ di menefreghismo che lo ha alleggerito; chi invece ha capito che sarebbe partito dalla panchina, ha dato tutto per dimostrarmi che mi stavo sbagliando.

 

Cosa mi aspetta adesso? L’avventura migliore per dimostrare quanto vi ho ho scritto. Sono convinto di poterlo fare.


CREDITS:
autore: Giacomo Brunetti; testo di: Davide Nicola e Giacomo Brunetti; immagine di copertina: Imago; immagini: Shutterstock, Imago, Image Photo Agency.