Dreadlock, il 2002 e Mané. Se il Senegal vincesse la Coppa d’Africa?

by Matteo Albanese

«È il Titanic africano». La mattina del 26 settembre 2002, il traghetto Le Joola – di proprietà del governo senegalese – si capovolge al largo delle coste del Gambia. Muoiono 1863 persone, i sopravvissuti sono 64. A bordo, oltre a tante venditrici di mango e olio di palma – in viaggio dalla capitale Dakar a Ziguinchor, nel Sud del Senegal – ci sono undici parenti di Aliou Cissé. A lui, nato proprio a Ziguinchor nel 1976, inizialmente non dicono nulla. Il giorno dopo deve giocare un Birmingham-West Ham: «L’ho saputo dopo, sono andato in panico». Poi Cissé agisce. Promuove un’amichevole per raccogliere fondi a favore dei familiari delle vittime, dona 5mila sterline di tasca propria. Quindi va dalla sua, di famiglia: «Devo condividere questa sofferenza». Ci sono tre giorni di lutto nazionale. Tutto questo, pochi mesi dopo una grande sorpresa: il Senegal che al Mondiale 2002 arriva ai quarti di finale, da debuttante. L’intero Paese è in festa. Il capitano è proprio Aliou Cissé.

 

Il Senegal, Diouf e Mané

Come tornare indietro nel tempo, a Italia ’90. Un Paese africano umilia i campioni del mondo in carica. Allora il Camerun sull’Argentina, nel 2002 il Senegal contro la Francia. Lo fa con 5-4-1, l’ex Liverpool El Hadji Diouf, il leggendario gol di Pape Abou Diop a Barthez. Quel Senegal è forte: «Quella è la prima partita che io abbia mai visto, avevo 10 anni, ho deciso che sarei stato un calciatore», dirà Sadio Mané. Ma nel 2002 non ci sono solo il naufragio di Le Joola e l’exploit al Mondiale. C’è una finale di Coppa d’Africa che il Senegal perde col Camerun ai rigori. L’errore decisivo è – ironia della sorte – di Aliou Cissé. Che come detto nasce a Ziguinchor, cresce tra nonni e zii visto che i suoi genitori sono in Francia, ma li raggiunge nel 1994, quando gioca a Lilla, poi va al PSG e quindi in Inghilterra. Nel 2009 smette, vuole aprire una scuola calcio a Dakar. Nel 2012 è vice c.t. della Nazionale del Senegal all’Olimpiade di Londra. Esce ai quarti contro il Messico poi campione, ma in quella rosa ci sono già l’ex genoano Konaté, Gueye del PSG, Kouyaté e Mané. Cissé applica la psicologia al calcio, ma non transige: a parte Mané – che lo chiama Bob Marley per gli occhiali che porta – il c.t. viene paragonato a Yaya Jammeh. Sì, esatto: l’ex dittatore del Gambia.

 

Cissé, dreadlock e rigori

Nel 2015, Cissé viene finalmente promosso a c.t. della Nazionale maggiore senegalese. Prende il posto di un bianco, Alain Giresse, che profetizza: «In panchina farà meglio di quanto ha fatto in campo». Al Mondiale di Russia – nel 2018, il secondo cui il Senegal partecipa, dopo ovviamente il 2002 – Cissé è l’unico c.t. nero, il più giovane (42 anni) e il meno pagato (200mila euro) di tutti: «Non è che, visto che ho i dreadlock, non sono un buon allenatore. È un pregiudizio. Non so quando, ma il nostro continente un giorno vincerà il Mondiale». Nel 2019 si ripete e porta il Senegal in finale di Coppa d’Africa, persa con l’Algeria. Come nel 2002, un’altra sconfitta. Oggi Cissé predica pragmatismo: il suo Senegal vince 1-0 con lo Zimbabwe (rigore di Mané al settimo minuto di recupero del secondo tempo!), pareggia 0-0 con Guinea e Malawi. Poi ieri batte 2-0 Capo Verde agli ottavi e segna ancora Mané, la stella dei Leoni: è figlio di un imam, ha speso 270mila euro per costruire una scuola a Bambali, il suo villaggio natale, quindi un ospedale e un piccolo stadio. Peraltro è campione d’Europa 2019, due anni prima che la Champions League la alzasse Edouard Mendy, del Chelsea, uno che a 23 anni frequentava un centro per l’impiego di Le Havre in cerca di un’occupazione.

 

«Non m’importa la finale »

Non solo Mendy e Mané. Il napoletano Koulibaly, il duo del PSG Diallo-Gueye, Boulaye Dia che in estate è arrivato al Villareal dopo 14 gol in Ligue 1 a Reims. Ci sono il cagliaritano Keita, il milanista Ballo-Touré, il bolognese Mbaye e Bamba Dieng, 21 anni, svezzato da Sampaoli a Marsiglia, che segna il 2-0 su Capo Verde e porta definitivamente il Senegal ai quarti di Coppa d’Africa. Contando che la Federcalcio senegalese nasce nel 1960, dopo l’indipendenza ottenuta dalla Francia, ma ha atteso fino al 2002 per emergere realmente, non è poco. L’ha detto senza mezzi termini pure Macky Sall, presidente del Senegal, alla vigilia del torneo: «Stavolta non m’importa la finale, dovrete lottare per portarci quella coppa». A vent’anni dalla generazione capitanata da Cissé, a vent’anni dalla tragedia di Le Joola e a vent’anni da quell’exploit al Mondiale che pare così irripetibile.