a cura di Cosimo Bartoloni, Giacomo Brunetti, Andrea Consales, Matteo Lignelli e Francesco Pietrella

Cinque storie dagli Stati Uniti.

Il sogno americano è in mano alla Generazione Z.

 

Stati Uniti terzi nel 1930? Non ditelo nei Balcani

 

Addirittura teste di serie. «Hanno creato una lega, quindi vanno prima fascia». Negli Stati Uniti o ci si muove in modo serio o non ci si muove proprio, così nel 1930, al primo Mondiale della storia in Uruguay, gli americani partecipano con una sfilza di giocatori inglesi naturalizzati poco prima. In fondo il soccer non è mai stato il loro primo sport, ma da quelle parti sono tosti: 3-0 al Belgio all’esordio e 3-0 al Paraguay. Quattro dei sei gol li segna Bert Patenaude, che torna a casa con due primati: la prima tripletta della Coppa del Mondo e il titolo di top scorer della nazionale con quattro reti, un record durato fino ai 5 squilli di Landon Donovan nel 2010. Gli Usa incassano 6 gol dall’Argentina in semifinale e arrivano terzi insieme alla Jugoslavia. I figli dei figli di chi era presente, però, sostengono che entrambe le squadre hanno ricevuto il bronzo, ma la Fifa ha riconosciuto il terzo posto solo agli USA. Una disputa senza tempo.

 

 

Pulisic ha asciugato le lacrime

 

Christian Pulisic gira il mappamondo e prega. Spera che il dito non capiti mai su Couva, città di Trinidad e Tobago a mezz’ora dalla capitale, Port of Spain. E come mai è sulla lista nera? Perché lì, in quello stadio, contro Trinidad, il golden boy statunitense ha versato lacrime che vorrebbe cancellare. Il 10 ottobre 2017 gli Stati Uniti mancano la qualificazione al Mondiale perdendo in trasferta contro Trinidad. Pulisic segna l’unico gol della nottata, ma le guance ospitano lacrime. L’immagine di lui commosso fa il giro d’America, così Christian mette il Qatar nel mirino. Pulisic, 24 anni, Atlante moderno, porterà sulle spalle il peso della Generazione Z, spavalda e talentuosa. Esterno dal dribbling facile, da tre anni gioca e segna al Chelsea. Con gli Stati Uniti 21 gol in 51 partite. One man show. 

 

 

Musah, l’italiano al Mondiale

 

Favola dal più classico degli incipit. C’era una volta un ragazzo nato a New York quasi per caso, cresciuto a Conegliano Veneto, passato per Londra e ora calciatore in Spagna, nel Valencia di Gattuso. Rino gli parla in italiano e gli dà qualche schiaffone. Musah sorride, è un buono di natura. Cercato da Inghilterra, Italia e Ghana, il Paese dei genitori, alla fine ha scelto il progetto degli Stati Uniti, già una ventina di partite dopo diverse presenze nelle giovanili inglesi. Il suo primo club è stato il Giorgione, dal nome del pittore che ha dipinto la Venere dormiente. Centrocampista di lotta e governo, se gioca negli Stati Uniti lo deve alla sorte. Mamma Amina, incinta di nove mesi, andò a New York a trovare il fratello e poi fu bloccata all’aeroporto: «Non può partire in queste condizioni». Yusuf è nato nel Bronx vent’anni fa. Sia lodato lo Ius Soli.

 

 

La carica della Generazione Z

 

Intanto il nome. Zeta, perché? Merito di un sondaggio di dieci anni fa. Usa Today chiede ai lettori di scegliere il nome della generazione successiva a quella dei Millennials. Nel roster ci sono iGeneration, Gen Tech o Gen Wii, ma alla fine scelgono Z. Abbiamo considerato quelli nati dal Duemila in poi, e gli Stati Uniti hanno così tanto talento da stare a posto almeno dieci anni. Uno dei più in vista è Giovanni Reyna, 2002, fantasista del Borussia Dortmund e figlio dell’ex c.t. degli Usa Claudio Reyna. L’altro golden boy è Brenden Aaronson, 22 anni, fantasista del Leeds svezzato dal sistema Red Bull a Salisburgo. Bel giocatore. Poi Jesus Ferreira (punta, 2001), Sergiño Dest (terzino del Milan, 2000), Luca de la Torre (centrocampista Celta Vigo, 1998), Josh Sargent (attaccante, 2000).

 

 

Weah junior, nel nome del padre

 

Intanto le origini. Timothy Weah viene da Long Island, Brooklyn, famosa per il ponte e per l’indole cosmopolita. Lì si insegue il Sogno Americano. “Timo”, figlio di George, ha vissuto lì fino ai 7 anni, poi si è spostato in Florida con tutta la famiglia. Il tutto mentre papà si dedicava alla Liberia. Nel 2018 è stato eletto presidente e da allora governa Monrovia. Il figlio, nel frattempo, cerca di dribblare i paragoni scomodi con l’ex pallone d’oro rossonero. Cos’ha di papà: l’estro, la sfrontatezza, un po’ di dribbling, il ruolo da punta rapida. Cosa non ha: la progressione. Quella del gol contro il Verona, cinquanta metri palla al piede con uno slalom da vedere e rivedere. Weah junior gioca nel Lilla dal 2019. In carriera ha vinto campionato e coppa di Francia. Uno scout del Psg lo adocchiò in un torneo giocato con il Tolosa e lo portò alla Tour Eiffel. Qualche partita, nulla più. Ora se la ride con papà: un Mondiale non l’ha giocato neanche George.