Il Sunderland sta tornando dall’inferno

by Matteo Albanese
sunderland

Padre Marc Lyden-Smith, della parrocchia di St. Mary, ha un modo tutto suo di chiamare i fedeli alla preghiera: «Rispettate i Comandamenti, preghiamo per la città e per la nostra squadra di calcio. Dio, aiuta gli abitanti di Sunderland, perché siamo brave persone, lavoratrici». Verrebbe da dire che le sue preghiere siano state esaudite. Le parole di Lyden-Smith aprono la celebre serie tv sul Sunderland e dopo quel 2018/19, l’ultima delle due stagioni riprese da Netflix, il Sunderland rinasce: 8° in classifica di League One due anni fa, 4° e campione di EFL Trophy (gol di Lynden Gooch in finale sul Tranmere) l’anno scorso. Oggi i Black Cats hanno spezzato finalmente la maledizione: 5° in League One trascinati da Ross Stewart (24 reti), sono stati promossi in Championship dopo aver battuto in finale playoff il Wycombe, 2-0. Sarà felice Padre Marc, no? «Se la squadra va bene, in automatico guida la prosperità dell’intera Sunderland».

Sunderland ‘Til I Die, la storia

Il 14 dicembre 2018, su Netflix esce Sunderland ‘Til I Die. Quando iniziano le riprese, si pensa che debba essere la serie tv che celebra il club nel campionato 2017/18: nelle intenzioni del club, è l’anno dell’istantaneo ritorno in Premier dopo la retrocessione di quell’estate. E invece le telecamere di Netflix indugiano impietosamente su una squadra che retrocede un’altra volta e finisce in League One. Vedi Chris Coleman che sostituisce Simon Grayson, lo Stadium of Light, l’”indesiderato” Jack Rodwell, ex Citizen, fino a Lewis Grabban e Aiden McGeady. La seconda stagione (della serie tv) è forse persino più triste. Dipinge la stagione (calcistica) 2018/19, in cui il Sunderland invece ingrana. Post retrocessione un imprenditore locale, Stewart Donald, acquista il club. Un istantaneo ritrovato entusiasmo è nell’aria. Il tecnico è Jack Ross, uno scozzese. Il miglior marcatore è Josh Maja, che saluta a metà stagione dopo 15 gol in sei mesi di League One. Il Sunderland lo sostituisce con Will Grigg – sì, quello del famoso coro a Euro 2016, Will Grigg’s on fire – che viene pagato 3 milioni di sterline ed è l’acquisto più costoso nella storia della League One. Grigg fatica, il Sunderland pareggia qualche partita di troppo e finisce a -3 punti dalla promozione diretta. Va ai playoff, raggiunge la finale a Wembley, dove però un gol al 90’ di un difensore tedesco del Charlton, Patrick Bauer, condanna il Sunderland a un’altra stagione di League One. Il tutto con una struggente colonna sonora d’eccezione, Shipyards, di una band del luogo, The Lake Poets.

Gatti, Genova, Fabio Borini

Shipyard in inglese sono i cantieri navali, simbolo del passato industriale di Sunderland, città nell’estremità nord-est dell’Inghilterra, vicino a Newcastle, dalla fortissima identità cattolica e operaia. Un ex fiore all’occhiello dell’operosità industriale. «Chiunque ha almeno un parente che ha lavorato agli shipyard», si dice a un certo punto della serie tv. Luogo malinconico, dalla vocazione portuale, un ponte di ferro a una sola arcata. Una squadra di calcio, il Sunderland, sei campionati vinti, l’ultimo nel 1936, e un crollo vistoso dopo la seconda guerra mondiale. Volendo a tutti i costi fare un paragone, Sunderland somiglierebbe calcisticamente a Genova (e al Genoa). Che poi, i Black Catsqui l’origine del nome – nascono nel 1879 da un insegnante, James Allan. Vestono di bianco e blu inizialmente, poi il biancorosso. Ci hanno giocato Darren Bent e Asamoah Gyan. Nel 2017, al loro ultimo anno in Premier, c’erano tra gli altri Pickford e John O’Shea, Seb Larsson e Steven Pienaar, Januzaj e Jermain Defoe, oltre agli italiani Vito Mannone e Fabio Borini.

Neil, Budweiser ed Elvis Presley

A suon di Ha’way the Lads, con quella caratteristica pronuncia tipica del dialetto Geordie, coro che cantano dagli anni Sessanta, il Sunderland ce l’ha fatta. Merito di Alex Neil, tecnico scozzese famoso per aver portato il Norwich in Premier League nel 2015, con Kyle Lafferty, Gary Hooper e Wes Hoolahan in campo. È arrivato a febbraio, ha perso una sola partita su 18. Nella conferenza stampa post promozione, si presenta con una lattina di Budweiser in mano. Fuori è il delirio. Siccome la finale playoff si gioca ancora una volta a Wembley – come tre anni prima, col Charlton – i tifosi biancorossi hanno già preso d’assalto Trafalgar Square. Li raggiunge il presidente del club, Kyril Louis-Dreyfus, e tutti assieme cantano Can’t Help Falling in Love, di Elvis Presley, l’inno ufficioso dei Black Cats. E stavolta c’è pure il lieto fine. Che volere di più?