Manfredini: «Da Delneri ai cavalli. Facevo il muratore, ho giocato in Serie A»

by Matteo Albanese
Thomas Manfredini

«Oggi sono a Milano, devo correre». Nella nuova vita di Thomas Manfredini, dopo il calcio ci sono i suoi animali: «Ho un Golden retriever e cavalli da corsa. Sono rimasto nell’ippica, ma non sono riuscito a portare avanti i cani. È una passione e parte tanti anni fa, quando non ero calciatore, poi però a fine carriera ho comprato i primi cavalli e al mattino andavo a fare corse amatoriali nei vari ippodromi». Mica per Varenne? «Aver avuto Varenne in Italia è il sogno di chiunque, ma io ero già appassionato prima». Ne ha fatta di strada, Manfredini. Dalla sua Ferrara alla Serie A a Udine, poi in Serie B con Fiorentina, Catania e il Rimini di Adrián Ricchiuti. E ancora Bergamo, Genova, Vicenza. Ora si racconta a Cronache, lui ex difensore, partito però… dall’attacco.

 

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Manfredini, Spal e… il Milan

Non tutti lo sanno, ma Thomas Manfredini inizia da attaccante, ad Arginone, quindi Ferrara: «Ti posso dire che ero veramente forte, giocavo coi più grandicelli. Poi sono andato alla Spal come attaccante e ho fatto tanti provini, tipo Bologna e Milan, sempre come attaccante. Ho preferito restare a casa, alla Spal, così è iniziata la mia carriera. A 10 anni negli Esordienti, poi Allievi, in prima squadra a 17». Tappe. Poi l’Atalanta, nel 2005: subito due prestiti a Rimini e Bologna, poi più di 200 presenze in Serie A dal 2007 al 2013 coi nerazzurri. «A Bergamo devo tutto. È stato il periodo della mia carriera in cui ho dato il meglio – racconta Manfredini a Cronache – ero un giocatore diverso, più maturo. E poi giocavo in difesa, non più in attacco», ride. «È tutto stato inaspettato, per un periodo dovevo andar via, sono rimasto in rosa ed eccomi titolare…». Difatti, il 30 marzo 2008 a San Siro c’è Milan-Atalanta, Talamonti si infortuna e chi entra? «Io mi sentivo terzino e il tecnico dell’Atalanta era Delneri, che mi voleva già al Chievo. Col Milan mancavano i centrali, il mister si gira e mi dice “Manfre, entri tu”. Io ci rimasi male: “Ma come, entro io?”. Era un Milan forte ma abbiamo fatto l’impresa, vincendo 2-1. La mia favola inizia qui».

 

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Genoa: «Gasperini? Un innovatore»

Poi, a gennaio 2013, Manfredini saluta Bergamo e si trasferisce al Genoa. Lo allena Gasperini: «È stato un innovatore. A volte capitava che con lui io mi trovassi in attacco senza saperne il motivo. Ha portato un’aggressività che nel calcio italiano non c’era. Tu andavi a pressare il tuo uomo e Gasperini alla riconquista della palla voleva che attaccassi la porta. Se ti trovavi più avanti che ne so, del centrocampista, dovevi andare tu ad attaccare la porta. Genova non è una piazza facile, ma facemmo bene. Quel mercato di gennaio era strano, comprarono me che ero capitano dell’Atalanta, Portanova che era capitano del Bologna, c’erano giocatori affermati come Frey. Tutti bravi, ma il Genoa era in difficoltà. La situazione era delicata, bisognava salvarsi. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto: “Qui dobbiamo fare qualcosa di importante per questa squadra”. Avevamo tanta grinta. Ed eravamo un bel reparto. C’eravamo io, Portanova, Antonelli che giocava a sinistra e Antonini. La responsabilità era tutta su di noi», rivela Manfredini a Cronache.

 

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Vicenza: «Ci fermano per dirci “grazie”»

Dopo un anno esatto al Genoa, da gennaio 2013 a gennaio 2014, Manfredini prosegue al Sassuolo che gioca la sua prima stagione in Serie A. I neroverdi sono in lotta per non retrocedere, dunque rivoluzionano la rosa. Con Manfredini, arrivano pure Paolo Cannavaro, Rosi, Biondini, Brighi, Floccari e Sanabria: «Vedi? Ti ho detto che la mia carriera è sempre stata alti e bassi. Con mister Di Francesco proprio non ci siamo trovati, praticamente sono stato un anno fuori rosa ed ero già a fine carriera. Così c’è stata l’opportunità del Vicenza, che mi voleva già a giugno ma io volevo restare in Serie A». Nel 2015, per il terzo gennaio di fila, Manfredini cambia casacca. E spiega a Cronache: «Non volevo smettere definitivamente, Vicenza è una città in cui mi sono trovato bene. Abbiamo fatto una scalata sorprendente, da metà classifica a momenti arrivavamo diretti in Serie B. Ah, ti dico questa. Un giorno battiamo 2-0 il Bologna al Dall’Ara. In Autogrill, i tifosi del Vicenza ci fermano e ci accerchiano per dirci grazie. Non è che ci dicessero “siete forti”, ci dicevano “grazie”. Io un grazie dai tifosi non l’avevo mai sentito. È il mio lavoro, sono pagato per quello. Mi è rimasto impresso e mi ha inorgoglito, del resto ero a fine carriera».

 

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Manfredini: «Di giorno muratore, la sera porta-pizze»

Poi qualcosa si rompe. Manfredini accusa problemi a un tendine e il Vicenza – in cui giocano anche Leonardo Spinazzola e Andrea Petagna – viene eliminato ai playoff di Serie B. Niente promozione, scarpini appesi al chiodo. Due chicche. Una è un tatuaggio raffigurante San Michele Arcangelo: «Ho deciso di farlo dopo l’infortunio al tendine d’Achille, lui è l’Arcangelo protettore dei guerrieri e combatteva per Gesù. Ho trovato in lui il mio angelo protettore, ho deciso di tatuarmelo in tutta la schiena così da averlo sempre con me, sul mio corpo», racconta a Cronache. E poi c’è un passato di non solo calcio. Difatti, Manfredini si divideva tra cantiere e pizze: «La scuola non faceva per me. Non potevo permettermi di star lì a non far niente, così a 14 anni sono andato a lavorare. Di giorno facevo il muratore, alla sera portavo via le pizze col motorino. Quando mi davano mille lire di mancia, per me era una cosa meravigliosa, no? I ragazzi d’oggi non vivono più queste cose, forse, ma per me avevano un valore assoluto».