Vanni Sartini: «Da portiere di Seconda categoria alla Mls in Canada»

by Francesco Pietrella

A un certo punto ha detto stop, basta testi in inglese: «Volevo godermi un bel libro in italiano». Niente pallone però, perché di schemi e tattiche ne parla tutti i giorni al campo. Vanni Sartini sfoglia il catalogo di Amazon, scorre su e giù con l’indice e alla fine sceglie. «Alessandro Barbero, la biografia di Dante», perché la storia è una delle passioni che si porta dietro da una vita. Parallela al pallone. «Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio. È il mio credo». 

Vanni allena i Vancouver Whitecaps in Mls. Ha preso in mano la squadra dopo qualche mese da coach dell’U23. «Nel 2019-20 ho fatto il vice di Marc dos Santos, poi l’hanno esonerato». Panchina a lui. In Canada lo definiscono «the miracle man», «Italian one», il «Mr Bean di Firenze». Colpa della somiglianza con Rowan Atkinson tirata fuori da Will Ferrell, quello di Elf, Blades of Glory, e 2 single a nozze, che una volta ne parlò così in diretta tv: «Vancouver è migliorata davvero molto, sono stupito. Inoltre non sapevo avessero preso Mister Bean come allenatore». E giù a ridere. 

Quei campi polverosi

Il bello è che la storia nasconde un po’ di verità. Sartini è diventato head coach dei Whitecaps ad agosto 2021, a 5 mesi dall’inizio del campionato. Ha preso in mano una squadra ultima in classifica e l’ha portata fino ai playoff, dove ha perso al primo turno contro Kansas. Poco male: il club gli ha rinnovato il contratto di altri due anni. La fiducia c’è. Fiorentino doc, 45 anni, mille passioni, ci risponde dall’auto mentre sta raggiungendo il centro sportivo.  «Pianifichiamo il prossimo anno – racconta a Cronache -, abbiamo già le nostre strategie». La sua storia è un elogio alla gavetta e al crederci sempre: «Ho giocato a calcio tra i dilettanti, come portiere. Negli anni ho visto il calcio vero, sanguigno come me: campi polverosi, ginocchia sbucciate, ragazzi che si allenavano dopo aver fatto altri lavori. Ho giocato in terza, seconda e prima categoria, al massimo in promozione». E poi? «Ho allenato un po’. Sono partito dal Mezzana in seconda categoria, vicino Prato, poi sono andato al Luco di Mugello. Nel frattempo lavoravo a Coverciano come docente. Ho un master in Management dello sport, poi nel 2009 la Uefa ha varato lo ‘Study Group Scheme’, uno scambio culturale tra allenatori delle varie federazioni». Svolta: «Mentre giravo l’Europa continuavo a formare giovani allenatori a Coverciano, grazie al mio mentore Renzo Ulivieri. Mi ha insegnato che bisogna studiare sempre, aggiornarsi, migliorarsi. Il mio unico credo». 

Prima di Vancouver c’è stata la federazione americana: «Ho formato gran parte degli allenatori di Mls. Greg Vanney dei Galaxy, Josh Wolff di Austin, Robin Fraser di Colorado. Dovevo andare a Columbus, ma non se n’è fatto nulla, così dos Santos mi chiamò ai Whitecaps come suo vice. In estate volevo intraprendere una strada tutta mia e lo spiegai alla società. Non volevano perdermi, così mi affidarono l’U23 e la gestione del settore giovanile. Dopo 5 mesi mandano via dos Santos e io salgo in prima squadra». Rivoluzione: «Siamo entrati in un loop in cui ogni cosa che facevo andava bene. Io e i giocatori abbiamo un rapporto così forte che se gli dicessi di scalare le montagne lo farebbero. Si sono fidati, punto, ed è andata bene». 

«Chi sa solo di calcio…»

Vanni non crede nei comunicatori: «Sono come mi vedi, molto emotivo, uno che in campo magari fa discorsi e riunisce tutti in cerchio, però credo nel lavoro. Se non sapessi cosa dire a livello tattico non durerei un secondo. In questo sono simile a Conte». Lo studio viene prima di tutto: «Ho scritto un paio di libri. Sono uno che ha sempre fame di fare cose nuove. Guardo partite di continuo, parlo con gli allenatori, mi confronto, sto studiando perfino il giapponese. Chissà, magari tra 3 anni mi arriva un’offerta da Tokyo e devo andare lì». Con le lingue va alla grande: «Parlo inglese, spagnolo e tedesco, ma la lingua universale è una: la tattica. E in questo non c’è nessuno bravo come noi italiani. Il livello medio è molto alto. A volte, quando ci vedono, fanno battute sul catenaccio e roba simile, ma su come si fa calcio ne sappiamo più di tutti».

A Vancouver si sta bene, lo stadio sempre pieno. La nuova avventura scaccia i fantasmi della nostalgia: «Sto bene e mi diverto. Tornare in Italia sarebbe bello, ma non ora. Ho del lavoro da fare, dei sogni da raggiungere. Prima di venire in Canada ho ricevuto un paio di chiamate dalla Svezia e dall’Inghilterra, ma preferisco crescere qui». Accanto ai suoi libri. « l’ultimo che ho letto si chiama ‘Agent Sonya’ e parla di spionaggio, agenti segreti, Kgb. Amo la politica, mi definisco un uomo di sinistra. Da sempre. E mi garba parecchio la storia». La sua parla di un uomo che ci ha sempre creduto.