Adesso il Como è la mia bolla

di Raphaël Varane

Quando ho smesso di giocare, sono andato in un locale a Como per vedere una partita. Ho vissuto per quindici anni in una bolla, quella del calciatore. Ero curioso di vedere lo spirito dei tifosi. La squadra giocava in trasferta. E io ho trascorso una vita in viaggio. E alla fine preferisco vedere una partita in compagnia piuttosto che da solo. Il Como era in trasferta, sono sempre stato in una bolla e ho pensato: ‘Ehi, fammi vedere com’è’. Un senso di comunità che non sentivo da tanto.

 

Quando ho firmato per il Real Madrid avevo solamente 18 anni. Arrivavo dal Lens e non è stato facile essere paziente. Era tutto nuovo, bellissimo… gigantesco! Solo che nel calcio le ore scorrono diversamente. Il tempo è dilatato. Una settimana… ti sembra una vita, quando non giochi. Ti alleni, viaggi continuamente, niente passa velocemente: hai tanti impegni sportivi ravvicinati e 7 giorni ti sembrano un mese. A Madrid percepivo il tempo come infinito perché il minutaggio era scarso, dovevo adattarmi, ero giovanissimo e il livello era semplicemente folle.

 

Zidane si accorse delle mie difficoltà di adattamento. Un giorno mi disse una frase che cambiò il mio punto di vista: ‘Non guardare l’insieme. Ogni allenamento concentrati solo su un piccolo dettaglio per far sì che tu possa migliorare solo in quella caratteristica, ad esempio il controllo orientato oppure il gioco a palla lunga. Non pensare a tante cose, concentrati solo su una piccola cosa da migliorare. Quello ti aiuterà in futuro e te lo ritroverai’. Iniziai giorno dopo giorno a fare progressi, prima da una parte, poi d’altra, e così via.

 

 

Dopo quattro Champions League, un mondiale e 22 trofei in carriera, quale motivazione mi ha portato a Como? La visione. Quando arrivi qui, senti che tutto è possibile. Parli con le persone che compongono il club e rimani folgorato. Sei anni fa erano in quarta divisione… guardate dove siamo adesso! Sono qui come ambassador per lavorare con i giovani e come consigliere della società, sto mettendo a disposizione la mia rete di contatti per favorire la crescita e il progresso. Stiamo lavorando al secondo summer camp, voglio che sia uno dei più belli al mondo.

 

Quando vengo in Italia, vado allo stadio una volta al mese. Il resto del tempo lo trascorro nel nostro settore giovanile, facendo meeting al centro sportivo e portando avanti il progetto per il camp. E quando finisco, se mi rimane del tempo, beh, ovviamente padel.

 

Ho scelto di firmare con il Como dopo il Manchester United perché credevo fosse il progetto giusto. Ma quando avevo 20 anni, ho avuto un grave infortunio al ginocchio destro. Da quel momento, ho sempre dovuto trovare un bilanciamento sapendo di avere un ginocchio meno forte dell’altro, facendo affidamento sul sinistro. Ero a conoscenza di un fatto: quando anche il sinistro si sarebbe lesionato, sarei stato a un punto di non ritorno. E così è stato, lì ho capito che sarebbe stato difficile andare avanti e ho deciso di mollare per fermarmi qui. Non era previsto quando sono arrivato.

 

Se cambierei uno dei miei trofei per due stagioni in questa squadra stupenda? Parlare con il senno di poi è troppo facile. Il Como di Cesc ha uno stile incredibile, ma c’è un aspetto che è fenomenale: quando è partito questo progetto, il gioco era definito, spumeggiante, offensivo, ragionato. Aveva una identità chiara e riconosciuta, molto rigida. Nel corso dei mesi, Fàbregas ha saputo evolverlo, cambiarlo, lasciare alcune convinzioni per sposarne altre, variare molto, basarsi su idee forti ma con la capacità di adattarle. Un grande.

 

Se abbiamo paura di perderlo a fine stagione? Invece io vi dico: la qualificazione in Europa è una motivazione in più per restare! Sappiamo che nel calcio le cose possono cambiare velocemente, per questo ho capito che quando ci sono momenti così positivi, bisogna goderseli e tenerseli stretti per quanto durano.

 

 

Stiamo lavorando per diventare the place to be. Passare dall’essere un posto per giovani al posto in cui i calciatori vengono per rimanere 10 anni al top della carriera. Quella è la direzione che stiamo cercando.

 

In carriera ho avuto tantissimi manager da cui prendere ispirazione, i migliori al mondo: Mourinho, Ancelotti, Zidane… ma Cesc non assomiglia a nessuno di loro. Ho parlato molto con lui prima di firmare, sono rimasto sorpreso quando sono arrivato. È stato ispirato da grandi allenatori che hanno contribuito a formare la sua visione del calcio. Ha creato un dettaglio di allenamento altissimo. Ha grande merito per ciò che stiamo facendo.

 

È stato bravissimo nel capire subito cosa volesse dal suo post-carriera. Quando mi sono infortunato, e ho deciso di mollare, non è stato facile: i primi mesi per un atleta che smette e deve fare uno switch, non sono facili, specialmente ad alto livello. Con il tempo ho trovato un equilibrio, è una nuova vita, e il ruolo di ambassador e advisor mi ha permesso di connettere vari aspetti del club, proteggendo i miei spazi. Il grosso del lavoro lo stiamo svolgendo con il settore giovanile, per creare un’identità forte. Stiamo cercando di capire il nostro livello, abbiamo tanta qualità. Così come molte potenzialità per innovare, nel calcio devi farlo continuamente. Stiamo lavorando a lunga visione: ad esempio, stiamo partecipando a tornei all’estero per comprendere il nostro livello nelle varie fasce d’età. Recentemente ne abbiamo vinto uno in Spagna.

 

Se punteremo sugli italiani? Noi vogliamo innovare tenendo salde le radici nella cultura italiana. Mischiare l’old school con una visione moderna, è fondamentale. Mi hanno chiesto perché in Italia si lanciano meno giovani… ma credo che sia questione di tempo. Guardando la Serie A, penso che una delle tematiche sia legata all’alta attenzione tattica, che porta la differenza tra vittoria e sconfitta ad assottigliarsi. C’è veramente una differenza piccolissima tra vincere e perdere in Italia.

 

Stiamo facendo anche un progetto filantropico, che sto curando in prima persona e che spero di portare avanti anche in sinergia con il club: è lo “Stage Varane”, un football camp durante le vacanze gratuito, inclusivo ed educativo, aperto a chiunque per affacciarsi a un trattamento professionistico, con un approccio sociale. Lo sto sviluppando in Francia ma vogliamo ampliarci.

 

Quando si parla di giovani… è impossibile non citare Nico Paz. Ma no, non toccatemi il mio Real! Ci ho vinto tre Champions di fila! È una società che amo troppo per dire qualcosa su di loro. Gli dico solo che ha l’opportunità di rendere la propria carriera emozionante, deve valutare le migliori situazioni. Gli dico solo di scegliere la soluzione che lo rende felice, deve stare dov’è contento.

 

Permettetemi di concludere con due temi che mi sono molto cari, soprattutto il primo: quello dei colpi di testa e delle troppe partite. Alcune settimane fa, gli organi del calcio internazionale hanno iniziato a dialogare per l’eccessivo numero di match che le squadre devono affrontare. Bisogna giocare senza distruggere il gioco. Economicamente è profittevole, sì, ma qual è il prezzo? È sostenibile? No, i calciatori devono giocare meno.

 

E poi le concussions, le commozioni cerebrali, i colpi di testa. Sembra banale, ma non lo è. Tanti ex calciatori me ne parlano: ‘Se lo avessi saputo…’, perché non è un colpo di testa, è la ripetizione del gesto. È una mia battaglia, adesso abbiamo le tecnologie e i dati per valutarne le conseguenze, possiamo lavorare su big data e avere una overview su cosa accade in X anni ai calciatori. Sappiamo cosa significa, dobbiamo iniziare a proteggere i più giovani. Potremmo iniziare ad esempio da chi ha meno di 12 anni. Serve un protocollo, anche perché preservare quel fondamentale può essere un modo per sviluppare e concentrarsi su tutti gli altri, in quella fase.

 

Conosco giocatori che hanno smesso per le troppe commozioni, dicendo: ‘Se lo avessi saputo prima’. A me è capitato molte volte. All’inizio pensi di essere solo stanco, poi scopri che sono tutte piccole commozioni dovute a ripetuti colpi di testa o simili. Si sta iniziando a muovere qualcosa e credo che nei prossimi 2 o 3 anni ci saranno novità.

 

L’importante è che i calciatori inizino a esserne più consapevoli.